Meglio il tessuto economico italiano o la #newnormality?

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E’ giusto esultare e ‘ringraziare’ il virus se le trasferte di lavoro spariscono, se le riunioni si fanno in video chiamata, se la formazione si fa in webinar? E’ oramai diffuso e assordante il plauso che il mondo giornalistico e quello imprenditoriale stanno elargendo alla #newnormality del lavoro dopo il Covid-19.
A questo elogio si uniscono anche tutti quei lavoratori – e LinkedIn ne è pieno – che ora operano in smart-working e che, temendo di non allinearsi alla #newnormality, elogiano questo nuovo schema che li vede ancora più schiavizzati e controllati, addirittura fin dentro casa. In questo commento, in particolare, Riccardo Luna esalta la drastica riduzione che avranno – o dovrebbero avere, staremo a vedere – le trasferte di lavoro per una riunione o un seminario professionale. 
L’unica preoccupazione di Luna è l’ambiente (“inquineremo di meno“), come se i treni fossero inquinanti, oltre che la sua pigrizia (“che palle fare avanti e indietro tra Roma e Milano nella stessa giornata“). Ma il buon Luna dimentica qualcosa: in primo luogo, magari l’ambiente avrà qualche beneficio, ma l’economia italiana no. Per niente. 
Gli alberghi ospiteranno meno viaggiatori, i ristoratori avranno meno avventori, i trasporti avranno meno clienti. E così, l’albergatore impiegherà meno personale, così come il ristoratore e la società di trasporti. E non veniteci a dire che albergatori-ristoratori-trasportatori ‘non si sono adeguati alla #newnormality’ perché da che mondo è mondo in Italia l’economia si fonda su turismo, ristorazione e movimento di persone. 
Se questa è la #newnormality, allora l’Italia è tutta anormale e, quindi, che vogliamo fare? Chi vincerà? L’economia italiana deve soccombere o, piuttosto, questa vostra #newnormality deve adeguarsi alla nostra economia?
Ma il punto più importante, perché l’economia sta ben al di sotto del risvolto interiore di tutta questa storia, è che stiamo accettando – con un tifo da stadio – che le relazioni interpersonali, anche lavorative, si riducano sempre più a una webcam e una connessione in fibra.
Stiamo esaltando un nuovo modo di lavorare in cui tutte quelle belle parole come ‘fare squadra’, ‘armonia di gruppo’, ‘empatia tra colleghi’ vengono contraffatte da rapporti basati su un’inquadratura artefatta e qualche emoticon: scompaiono le riunioni di persona, in cui potevi ‘sentire’ il clima del gruppo di lavoro; scompaiono i faccia-a-faccia in cui poter farsi valere e mostrare coraggio e autorità nell’esporre le proprie tesi; scompaiono i rapporti tra colleghi che vanno oltre il solo lavoro, con cui entrare in empatia, per ricreare un piacevole e sincero ambiente di lavoro. 
Perdiamo così un’altra occasione di socialità, in cui possiamo esprimerci e affermarci, verificarci e migliorarci, mentre ci ritroviamo soli, nella nostra stanzetta con l’aria viziata, in mutande e ciabatte a scrivere e-mail e formulare file su file da inviare ‘asap’. Nel frattempo, ordiniamo un panino al delivery, compriamo un televisore su Amazon e ci abbrutiamo stanchi sul divano in attesa che ci arrivi il prossimo ‘task lavorativo’.
Dunque, se questo piace al Luna, immaginiamo che anche lui volesse dimostrare di essere ‘integrato con la #newnormality‘, ma di fatto si palesa ancora una volta come un giornalista del sinistrorso La Repubblica che, come al solito, fa il radical chic e ‘dimentica’ le sue – falsissime – origini popolari.
PS: Tante di queste riunioni hanno quel fare ridicolo per cui, anche se siamo a casa, dobbiamo vestirci da stupidi, in giacca e cravatta accanto al tinello della cucina, ci chiediamo se l’industria dell’abbigliamento venderà ancora i pantaloni in fresco-lana oppure dovremo solo comprarci le giacche da alternare con le camicie.

www.repubblica.it – Treni, aerei, taxi (tanto paga l’azienda), ristoranti (paga sempre l’azienda). E soprattutto intere giornate a spostarsi per vedere qualcuno: sono cose che non faremo più, tanto basta una videochiamata.

di Riccardo Luna

Se dopo il coronavirus non dobbiamo tornare alla normalità di prima, come ci ripetiamo per farci coraggio, cosa dobbiamo eliminare? Ho provato a fare un elenco personale, e al primo posto ci sono finite le trasferte di lavoro. Mai più. Mai più, mi sono detto: mai più Roma-Milano-Roma in giornata, le corse in taxi, le attese in aeroporto, il volo da meno di un’ora e poi un appuntamento lampo prima di tornare a casa. E non è che in treno fosse molto diverso: certo in treno puoi leggere, studiare, dormire, ma alla fine il tempo è quello, è una giornata che se ne va.

Per fare un incontro che, adesso lo abbiamo capito, può diventare una video chiamata: ci vediamo su Zoom e tanti saluti. Il settore dei viaggi per affari era un settore importante dell’economia. Quanto importante? Si calcola che quest’anno la perdita sarà di 820 miliardi di dollari, 190 se consideriamo solo l’Europa. Treni, aerei, taxi (tanto paga l’azienda), ristoranti (paga sempre l’azienda). E soprattutto intere giornate a spostarsi per vedere qualcuno. Intendiamoci, è importante vedersi: secondo una ricerca di Harvard, una richiesta fatta di persona ha 34 volte più possibilità di essere approvata della stessa richiesta fatta via email. Ma una videochiamata non è come una email, è molto più efficace.

E certi viaggi di lavoro mordi e fuggi non erano per farsi approvare qualcosa, ma per approfondire un tema magari. Zoom, o Meet o Teams, bastano e avanzano in tutti quei casi. Senza contare che molte aziende sono in crisi, e devono tagliare i budget; altre hanno addirittura chiuso; e che sui viaggi all’estero pendono infinite questioni di quarantena e sicurezza, anche per chi vola in business. Questo per dire, che riprenderemo a viaggiare per piacere. E anche per lavoro, quando sarà davvero importante vedersi. Ma tutte quelle trasferte che scandivano la settimana di molti di noi, questo muoversi come palline da flipper su e giù per l’Italia per partecipare ad un convegno o intervenire a un dibattito, forse sono finite per sempre. Capisco che che in una economica che misura tutto solo in termini di consumi possa essere un problema, ma vuol dire che consumeremo altro. L’ambiente ringrazia e anche la nostra vita quotidiana ci guadagnerà.