Inchiesta su Uber Eats conferma legame fra capitalismo 2.0 e immigrazione

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Nell’era della deregolamentazione e del precariato perenne, la nascita del mestiere di “runner” (il fattorino 2.0 dell’era degli smartphone) era stata sottovalutata. Molti avevano pensato che si trattasse solo di una versione aggiornata del vecchio lavoretto di consegnare le pizze, svolto tipicamente da ragazzi liceali per arrotondare la paghetta o pagarsi le vacanze. Invece, quello che la mano invisibile di Adam Smith non aveva previsto, è che il mercato avrebbe trasformato un lavoretto in un vero e proprio mestiere, creando un esercito di lavoratori dipendenti sotto-pagati e senza diritti e tutele
I ragazzini liceali con i motorini 50 un po’ sgangherati furono presto soppiantati, estinti sotto i colpi di una società sempre più povera. Prima, fu la volta dei padri di famiglia rimasti senza lavoro a 50 anni o con stipendi insufficienti, degli universitari senza futuro, e dei precari cronici: tutti assoldati dalle piattaforme di delivery perché, giustamente, bisogna in qualche modo arrivare a fine mese. Poi, in breve, ampliato il business e diffusosi il fenomeno di farsi consegnare tutto a casa, la platea dei runner dovette aprirsi ai nuovi poveri fra i poveri: gli immigrati.
Nel 2019Di Maio e il M5S aveva annunciato battaglia, dopo anni di assordante silenzio da parte delle Istituzioni. Anche il piddino Zingaretti aveva tuonato che avrebbe dotato il Lazio della più moderna legge per tutelare i runner della sua Regione. Cos’era successo? L’ennesimo runner morto sul lavoro, le proteste in piazza, la progressiva sindacalizzazione della categoria, imponeva allo Stato di fare lo Stato e far emergere quel mondo sommerso. Poi, però, non se ne seppe più nulla, come spesso accade in Italia…
Ci ha pensato la Magistratura a sopperire alla carenza dello Stato. E non è mai bello assistere a questi sconfinamenti di una magistratura un po’ troppo avvezza a far politica nel nostro Paese, ma quantomeno ciò dovrà imporre alla politica una riflessione seria sull’argomento. Infatti, il tribunale di Milano ha imposto il commissariamento della celebre piattaforma di delivery “Uber Eats” perché, anche per il tramite di società esterne, avrebbe a dire dei giudici imposto condizioni di vero e proprio caporalato con paghe da fame, negazione dei più basici diritti, ingiuste trattenute sui compensi e via discorrendo.
Fin qui, nulla di nuovo purtroppo. L’Italia non è estranea al fenomeno in tanti settori. Ma, la vera novità è come e dove l’azienda oggetto del commissariamento andasse a rifornirsi per alimentare la sua insaziabile necessità di schiavi sottopagati che, in particolare con la quarantena, ha sempre avuto più bisogno di nuovi runner.
Era fra gli immigrati, in specie fra quelli provenienti da contesti di guerra, fra i richiedenti asilo e le persone che dimoravano in centri di accoglienza temporanei, che Uber attingeva scientemente nuovi runner, sempre stando ai giudici. E, a ben guardare, non serviva certo la magistratura per notare come il 99% dei runner in giro per le nostre città fosse di etnia africana o allogena e, come anche potrà confermare chi si sia mai servito del servizio, in moltissimi casi incapaci di esprimersi in italiano. 
Una conferma, l’ennesima, del legame che unisce a doppio filo il capitalismo apolide 2.0 con lo sfruttamento intelligente dei flussi migratori, per aumentare profitti in barba ai diritti di tutti – bianchi, neri e a pois – i lavoratori.

ilmessaggero.it/ – «Quelli che bivaccano, che puzzano, che fanno cazz…, fuori dai cogl…. all’istante». Sono anche queste parole, riportate in una chat di uno degli indagati, a dare l’idea di quel «regime di sopraffazione» nei confronti di persone disposte a «tutto» pur di «sopravvivere» che ha portato il Tribunale di Milano a disporre, con un provvedimento mai preso prima non solo in Italia nei confronti di una piattaforma di delivery, il commissariamento di Uber Italy. Filiale italiana del gruppo americano che, secondo i giudici, avrebbe «consapevolmente» sfruttato i rider, i fattorini che fanno le consegne di cibo a domicilio, in diverse città italiane, da Milano a Monza, da Torino a Bologna, da Roma a Firenze e non solo.

Al centro delle indagini, condotte dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano e coordinate dall’aggiunto Alessandra Dolci e dal pm Paolo Storari, c’è il servizio Uber Eats, gestito dalla società italiana che fa capo ad una holding olandese del gruppo Uber. E ci sono anche due società milanesi, la Frc e la Flash Road City, per le quali formalmente i rider lavoravano, anche se, scrive la Sezione misure di prevenzione (presieduta da Fabio Roia) che ha disposto l’amministrazione giudiziaria, Uber era «pienamente consapevole della situazione di sfruttamento» dei rider pagati «3 euro l’ora» e «puniti» anche togliendo loro le mance e parte dei compensi.

Consapevolezza dimostrata, come si legge nelle 60 pagine del decreto, da conversazioni e chat tra i titolari delle due società e alcuni manager di Uber (cinque i nomi riportati), tutti indagati per «intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro». Uber Eats in una nota ha spiegato di aver «messo la propria piattaforma a disposizione di utenti, ristoranti e corrieri negli ultimi 4 anni in Italia nel pieno rispetto di tutte le normative locali. Condanniamo – ha aggiunto la società – ogni forma di caporalato attraverso i nostri servizi in Italia».

 

Negli atti si leggono le dichiarazioni dei fattorini reclutati, come scrivono i giudici, anche in un «seminterrato» e soprattutto migranti «provenienti» da contesti di guerra, «richiedenti asilo» e persone che dimoravano in «centri di accoglienza temporanei» e in stato di bisogno. «La mia paga era sempre di 3 euro a consegna indipendentemente dal giorno e dall’ora», ha messo a verbale uno di loro. E ciò anche se l’importo che vedevano sulla loro app era maggiore.

«Cottimo puro», scrive il Tribunale. E se i rider non rispettavano le «regole» (c’è un decalogo agli atti) e si lamentavano scattavano le punizioni, di cui, secondo i giudici, sarebbero stati al corrente anche i manager Uber (tra loro Marco Vita, «operations coordinator» nell’area di Milano) in contatto coi titolari delle società di intermediazione, parte, per i giudici, della «galassia» Uber.

Società che, si legge sempre nel decreto, lavoravano soprattutto con le consegne di «panini McDonald’s» sulla base di una «partnership» tra quest’ultima e Uber. «Insistevo per avere subito il denaro – ha raccontato un lavoratore – e da quel momento sono stato bloccato». Blocchi degli account, il cosiddetto «malus», ossia una cifra da «sottrarre» alla paga, e la sottrazione delle mance. Erano queste le punizioni e così, si legge ancora, un rider facendo «68 consegne» guadagnava «204 euro», dopo «turni massacranti». Poi, le intimidazioni ai fattorini: «Ho solo minacciato di venirti a rompere la testa e lo ribadisco (…) ti vengo a prendere a sberle, ti rompo il….».

E un lavoratore diceva: «Non ricordo di aver firmato nessun contratto». Ai titolari delle società intermediarie, tra l’altro, sono stati sequestrati oltre mezzo milione di euro in contanti. In un quadro di violazione di «tutte» le norme sul lavoro, la situazione, si legge nel provvedimento, si è addirittura aggravata con «l’emergenza sanitaria a seguito della quale l’utilizzo» dei fattorini «è progressivamente aumentato a causa della richiesta determinata dai restringimenti alla libertà di circolazione», tanto che «potrebbe aver provocato anche dei reclutamenti a valanga e non controllati».