SCRIPTA MANENT – 7

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PAX INTRANTIBUS SALUS EXEUNTIBUS BENEDICTIO HABITANTIBUS
PACE A COLORO CHE ENTRANO, SALUTE A COLORO CHE PARTONO, BENEDIZIONE A COLORO CHE RESTANO
A Roma, nel quartiere Pinciano, sorge sulla via Salaria uno dei tanti condomini edificati in particolare nei primi decenni del Novecento, su cui gli architetti fecero apporre evocative epigrafi in latino.
Sono lì da “sempre”, benché dai Romani siano solo intraviste di sfuggita, testa bassa sugli smartphone, profondamente assopiti o malamente stipati sul tram. Sono lì da “sempre”, benché siano distrattamente ignorate dai Romani mentre inveiscono contro l’automobilista di fronte nevroticamente costretti negli abitacoli delle proprie autovetture.
Con l’avvento dell’epidemia, il confinamento forzato e i movimenti limitati, tra le altre dimensioni esistenziali riassaporate, i Romani hanno ripreso a camminare. Camminando ci si riappropria del paesaggio e del mondo circostante, ci ricorda l’esploratore Erling Kagge nel suo Camminare. Un gesto sovversivo.
Camminando si torna a dominare il piano, lo sguardo recupera quota, le gambe si coordinano col cuore: ritroviamo chi siamo perché riscopriamo il nostro territorio e riassaporiamo le nostre radici.
Subito dopo l’annessione all’Italia, sui palazzi dell’Urbe ripresero a fiorire molte iscrizioni latine, sia per il peso della sua Tradizione, sia perché l’idioma dell’antichità imperiale si ricollegava a quel mito della “Terza Roma” su cui l’edificazione della capitale si fondò sino al Fascismo.
È così che – leggiamo in un articolo pubblicato su La Repubblica nel 2016 da Valerio Magrelli Roma, se il mito è di facciata. I versi latini su 700 condomini – dal 1870 sono state prodotte più di 700 iscrizioni latine (escludendo le ecclesiastiche e quelle sepolcrali).
Antonio Nastasi nella sua opera Le iscrizioni in latino di Roma Capitale (1870-2018) propone una raccolta sistematica e uno studio delle iscrizioni in latino di carattere civile realizzate sugli edifici e i monumenti della città di Roma a partire dal 20 settembre 1870 fino ad oggi. Coprendo per lo più un arco di circa sessant’anni, dal 1880 al 1937, le epigrafi non superano il ventennio fascista.
Dopo la sua caduta, infatti, la produzione romana di iscrizioni in latino subisce un netto calo fino quasi a sparire: un altro segno tangibile della rottura della Città con la sua Tradizione?
“Pace a coloro che entrano, salute a coloro che partono, benedizione a coloro che restano”: spesso posta agli ingressi dei monasteri benedettini sparsi in tutta Europa, questa iscrizione ci ricorda il valore tradizionale dell’ospitalità (che non è la modernista “accoglienza”), dei pellegrinaggi (che non sono le borghesi “vacanze”), del vivere la casa (che non è il progressista “lavorare a casa”).