“Il Califfato” sbarca su Netflix (ed è un inquietante dejavù della storia di Silvia Romano)

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a cura della Redazione di Azione Tradizionale
Nonostante sia sbarcata su Netflix mentre l’Italia era in piena quarantena, assorta a consumarsi in ore e ore di video in streaming, la serie “Il Califfato” non sta riscuotendo particolare successo nel nostro Paese. Eppure, questa serie tv ha assunto col rientro di Silvia Romano in Italia una valenza diversa, perché alcune delle vicende così raccontate sembrano intrecciarsi a doppio filo con la storia – mai chiarita – della nostra connazionale rapita da Al-Shabaab.
“Il Califfato” racconta un esclation di tensioni e violenze che precedono un attacco terroristico in Svezia, intrecciando storie diverse che finiranno irrimediabilmente per saldarsi. Soprattutto è – involontariamente – una serie che mina fortemente le basi teoriche del melting pot multirazziale che, soprattutto nei Paesi scandinavi come la Svezia, sono un mantra che nasconde una bomba sociale e razziale che periodicamente esplode in tutte le sue contraddizioni, anche violente.
Alla base della storia, dove protagoniste assolute sono alcune donne che sembrano non avere nulla in comune salvo poi ritrovarsi rocambolescamente, c’è il tema del fondamentalismo religioso e come esso riesca a plagiare e distruggere la vita delle persone. Infatti, tutta la serie gioca su di una serie di contraddizioni intrinseche alle società occidentaliragazze musulmane di seconda generazione a cui non è (socialmente) concesso di vivere l’Islam con serenità, che vengono plagiate a radicalizzarsi come unica soluzione contro una società atea ed ultra-egualitarista; i piccoli criminali autoctoni svedesi, sfigati e annichiliti da una vita di alcolismo e piccoli reati che trovano in questo pseudo-Islam un’occasione di identità che la loro patria gli nega per il pericolo di un qualsivoglia nazionalismo che possa offendere l’altro da sè; il contro senso di un Islam che venendo “moderato” viene in realtà svilito e laicizzato, diventando la controfigura di se stesso per rendersi accettabile ai diktat occidentali, e via discorrendo.

La serie è ambientata nel 2015, quando il proclamato stato islamico, l’Isis, era in piena espansione nei territori siriani e si erano susseguiti una serie di attentati nel Vecchio Continente. Ed è proprio Daesh lo sfondo che fa da contraltare alle vicende che si svolgono in Svezia e le cui conseguenze si riverberano nel sedicente Stato islamico. Il link, la connessione, è rappresentata da una nutrita schiera di foreign fighters che vanno e vengono dall’Europa (non solo dalla Svezia) alimentando il fronte di Daesh e coordinando la radicalizzazione “in remoto” – anche grazie ai social network – di nuovi adepti per il tramite di piccole cellule attive in Svezia. il pregio della serie è anche quella di raccontare Daesh dall’interno: una babele di nazionalità disparate, organizzate in maniera militare e fanatica, perennemente alla ricerca di qualcuno da sgozzare in piazza per dare l’esempio.
Tutto tremendamente realistico, al punto che in certi aspetti la serie potrebbe essere tranquillamente un docu-film girato con qualche videocamera nascosta. Così realistico da creare nello spettatore un senso di dejavù rispetto alle vicende di Silvia Romano. Come infatti, altrimenti, negare la corrispondenza delle vicende di quelle giovani ragazze un po’ disadattate e un po’ atee, più devote ai brand di moda e al desiderio di farsi accettare, che abbracciano un Islam falso e fanatico, mediato dai social network, alla vicenda della cooperante milanese che impara a conoscere lo pseudo-Islam di un gruppo salafita come Al-Shabaab? L’immagine di Silvia Romano, che si desume dai social prima della conversione, è proprio quella della giovane milanese, ventenne e laureata, che in alcune foto mostra (legittimamente) le gambe e una bella chioma bionda platino, ed ora è Aisha col velo. Circa i dubbi sul senso della sua conversione abbiamo già scritto altrove e non torneremo sulle tante domande irrisolte intorno a questa vicenda, che abbiamo analizzato anche dal punto di vista geopolitica e simbolico.
A ben vedere, in maniera eguale e rovesciata, le vicende delle ragazzine svedesi che vengono illuse di servire Allah scappando dalle loro famiglie immigrate in Svezia che, nonostante un buon radicamento sociale, rifuggono loro perché – giustamente – non si sentono nè atee e nè svedesi, non somigliano alla storia della nostra Silvia Romano che scappa dall’opulento occidente per aiutare bimbi africani e finisce per confondere l’islam dei kalashnikov di Al-Qaeda col puro Islam?
A parti invertite, infatti, se Silvia Romano avesse fatto questo percorso di conversione in patria, cioè in Italia, sarebbe stata con ogni probabilità pedinata e forse pure arrestata dalla Digos o dall’antiterrorismo nostrano. Ma, è successo mentre era ad aiutare bimbi sfortunati, in vicende davvero poco chiare (dove se di rapimento trattasi risulta quantomeno atipico), il tutto condito col favore dei radical chic nostrani, e ciò ha giustificato un riscatto di 4 milioni di Euro (forse, di più) finito nelle casse dei terroristi somali.
Infatti, tornando alla serie, tra le protagoniste della serie c’è anche Sulle, un’adolescente cresciuta in una famiglia amorevole e benestante, che pur essendo una buona studentessa, sempre carina e ben vestita, sente che manca qualcosa nella sua vita. Quello che è un sentimento giusto, che ogni persona con un minimo di sensibilità dovrebbe provare nei confronti di una società atomizzata, individualista e laica come quella contemporanea, diventa invece la sponda per la sua (inconsapevole) radicalizzazione, grazie ai cattivi maestri sguinzagliati da Daesh in Svezia e, soprattutto, sul web grazie ai social. 
Senza sapere una parola d’arabo, senza saper pregare e senza conoscere – davvero – lo Stato Islamico, la giovane e alcune sue amiche fuggono verso la Siria. Il finale è una sorpresa, ma è interessante vedere come se per alcune questa radicalizzazione si rivela una trappola in cui il ragno-Daesh miete le sue vittime e alimenta la sua sete, dall’altro per alcune ragazze è davvero una missione che incarnano con la rabbia e la devozione bestiale del convertito senza identità, che – in silenzio – aspetta solo il momento giusto per attaccare. Ogni riferimento alla cooperante italiana è, in quest’ultimo senso, puramente fantasia… Come le vicende narrate nella serie di Netflix.