La crisi economica NON è dovuta al virus – 6 – Orientamenti economici

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La crisi economica NON è dovuta al virus.
Guida semplice per smascherare la truffa in corso.
Dopo le prime cinque puntate di Orientamenti economici, proseguiamo il nostro speciale dedicato all’economia volto a spiegare, in modo semplice, i segreti che stanno alla base degli interessi e della moneta.

PARTE VI

Verso un nuovo strumento di schiavitù: la moneta virtuale.

Dal 1° luglio 2020 in Italia entrerà in vigore il nuovo limite per il pagamento in contanti, la nuova soglia massima sarà di 2.000 euro. A partire da gennaio 2022 poi, tale soglia diminuirà ulteriormente fino ad arrivare a 1.000 euro. Prima con la scusa della lotta all’evasione fiscale (come se i veri evasori usassero il contante) poi con quella ancor più strampalata delle banconote come mezzo di trasmissione del Covid-19, nell’ultimo periodo abbiamo assistito a una incessante lotta nei confronti dell’utilizzo del contante che più o meno a breve, probabilmente ancor prima di quanto potremmo pensare, porterà alla sua completa (o quasi) eliminazione. Per comprendere i motivi e le ragioni che si celano dietro a una volontà di questo tipo, cercando di attenzionare sempre di più il tema in questione, analizzeremo, in modo abbastanza generale, il mondo delle cosiddette criptovalute. 

Che cosa sono le criptovalute e come si sono sviluppate.

Le criptovalute sono monete digitali (o virtuali) che utilizzano la crittografia, una tecnica per rendere sicura la comunicazione (cifratura), ovvero un sistema pensato per rendere illeggibile un messaggio a chi non possiede la soluzione per decodificarlo.  Altra caratteristica tipica di questo strumento è la sua decentralizzazione: infatti, le monete virtuali non sono regolate da enti centrali governativi, ma sono generalmente emesse e controllate dall’ente emittente secondo regole proprie, a cui i membri della comunità di riferimento accettano di aderire. Questo sistema decentralizzato lavora su una tecnologia blockchain, quest’ultima è inclusa nella più ampia categoria delle tecnologie di Distributed Ledger, ossia, sistemi che si basano su un registro distribuito che può essere letto e modificato da più nodi di una rete. La Blockchain più semplicemente può essere definita come un insieme di blocchi fra loro concatenati: ogni blocco è identificato da un codice, contiene le informazioni di una serie di transazioni e contiene il codice del blocco precedente, così che sia possibile ripercorrere la catena all’indietro, fino al blocco originale (una sorta di DNA delle transazioni Bitcoin). Tutti i nodi della rete memorizzano tutti i blocchi e quindi tutta la Blockchain. La criptovaluta non esiste in forma fisica (anche per questo viene definita virtuale), ma si genera e si scambia esclusivamente per via telematica.

Rilasciata nel 2009, Bitcoin è stata la prima criptovaluta ad utilizzare una nuova tipologia di registro distribuito, noto appunto come Blockchain. Da allora, la fama e la notorietà di questo nuovo strumento digitale ha raggiunto livelli sempre più elevati e con il passare degli anni, in molti si è consolidata la convinzione che, in un futuro più o meno prossimo, queste monete digitali possano sostituire la moneta reale (il contante). La svolta si è avuta proprio negli ultimi anni quando le banche centrali di circa 15 paesi – dalle ricche nazioni del nord Europa quali Svezia, Norvegia e Danimarca sino a paesi emergenti come India, Ecuador e Uruguay passando per Cina e Canada – hanno iniziato a progettare seriamente di utilizzare la blockchain per creare una versione digitale delle loro valute. Non è un caso che le prime a muoversi nel recente passato siano state proprio le banche centrali: una delle caratteristiche principali delle monete virtuali infatti, la decentralizzazione e la conseguente non regolazione da parte di enti centrali governativi, potrebbe costituire un pericolo non indifferente per le banche, che si vedrebbero tagliate fuori da tecnologie in grado di far effettuare ai privati transazioni finanziarie internazionali e istantanee. L’istituzione di un nuovo sistema economico basato sulla creazione di valute digitali invece permetterebbe alle banche centrali di conservare il ruolo chiave che hanno sempre rivestito.

Chi e perché vuole eliminare il contante per far spazio alla moneta virtuale?

La pizzeria sotto casa? L’idraulico? L’elettricista? No, nessuno di loro.

Una volta scoperto il fantastico (secondo loro) mondo delle criptovalute, una ristretta schiera di potenti, primi fra tutti i grandi banchieri internazionali, hanno individuato nel contante (in quanto strumento reale) uno degli ostacoli da eliminare per poter approdare ancor più velocemente verso quella (in)civiltà smaterializzata e schiavizzata che sempre più dovrà rispondere ai propri interessi personali.

Si, ancora una volta: le banche!

Inizialmente, sia l’alta finanza che il settore bancario guardarono con diffidenza e riluttanza alle criptovalute, temendo che quest’ultime, determinando, in particolare, la possibilità di trasmettere valore senza l’intervento degli intermediari, potessero finire per spiazzare l’assetto economico-finanziario attuale.

Tuttavia, successivamente le banche hanno compreso come, attraverso l’eliminazione della circolazione del contante e la conseguente introduzione della moneta virtuale, loro stesse gioverebbero di molteplici vantaggi: verrebbe meno l’eventualità della corsa agli sportelli in situazioni di crisi (evento tragico per le banche), guadagnerebbero molto di più attraverso le transazioni elettroniche, le persone sarebbero costrette a tenere i loro soldi sul conto senza beneficiare di alcun interesse corrisposto dalle banche, beneficerebbero completamente del signoraggio sul valore nominale della cartamoneta (eliminando il costo del materiale e quello di produzione, circa 30 centesimi di euro a banconota).

Tra tutti i vantaggi che la cashless society, la società senza contante, darebbe a questi signori, il più importante sarebbe sicuramente dato dalla possibilità di porre in essere un controllo totale della popolazione. Proprio cosi, anche la moneta elettronica, seguendo il percorso già attivato grazie ai sistemi di tracciamento e identificazione digitale, contribuirebbe alla creazione di quello stato di polizia permanente tanto auspicato dalle ormai note élite mondialiste.

In Svezia, da oltre cinque anni, tre delle quattro maggiori banche del paese hanno iniziato a non accettare o rilasciare banconote. Inoltre, in nome del progressismo più sfrenato, le chiese luterane svedesi hanno perfino installato i kollektomat all’entrata, ovvero dei POS adibiti a raccogliere offerte ed elemosine.

Del resto, che i prossimi anni saranno dominati dal cosiddetto “Dataismo”, cioè un sistema caratterizzato da una forma di totalitarismo dei dati, non sembra essere più un segreto. I big data non dimenticano nulla, cosi grazie all’ultimo strumento di schiavitù, la moneta virtuale, grazie alla tracciabilità di ogni singolo pagamento tutta la vita di ciascuno di noi sarà registrata in appositi database. E se spiare ogni nostro acquisto, capire ogni nostra preferenza e conoscere la nostra capacità di consumo non dovesse rispettare gli standard definiti da chi gestisce e controlla tutto questo, con un semplice click magari le nostre fonti di sostentamento potrebbero essere bloccate, per qualsiasi motivo da loro ritenuto valido.

Ecco che proprio in quest’ottica lo stato di sorveglianza e il mercato coincidono: i cittadini vengono offerti come merce e attraverso i big data si impongono modelli collettivi di comportamento.

Insomma, gli attuali sconvolgimenti economici e sociali non lasciano presagire nulla di buono e la sensazione che a mano a mano che si acquisirà una certa esperienza in ordine al loro funzionamento, le criptovalute, possano rappresentare ben più di una semplice suggestione, si fa sempre più concreta.

Il contante ha le ore contate e ciò significherebbe un ulteriore restrizione alla nostra libertà.