Come siamo passati da “Black lives matter” a “Defund the police”?

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(a cura della redazione di AzioneTradizionale.com)
La protesta nata sulla scorta della morte dell’afroamericano George Floyd sembra aver perso il suo carattere spontaneo, quasi subito, assumendo contorni molto sinistri. Come se non bastasse la strumentalizzazione politica che tanto il candidato alla Casa Bianca Joe Biden che il Presidente Donald Trump ne stanno facendo in vista delle elezioni, si è innestata su questa protesta una serie di rivendicazioni molto eterogenee e preoccupanti. Tralasciamo, infatti, la scorza, cioè l’aspetto più esteriore della protesta: antirazzismo, contestazione della cosiddetta “white supremacy”, rivendicazioni varie della minoranza afro-americana. Concentriamoci, invece, sull’enorme moto di contestazione e biasimo che sta colpendo le forze di polizia americane. 
Lungi da noi voler difendere l’operato di chi, in divisa, difende all’interno dei confini statunitensi l’ordine sociale e politico americano, contraltare all’interno di quella democrazia violenta e sopraffattrice che viene imposta al mondo a suon di bombe e sanzioni dal 1945 ad oggi. Ma perché si sta passando dal biasimo verso l’operato dei singoli poliziotti che hanno – come un tribunale potrà, o meno, dimostrare – avuto condotte irregolari o criminali, ad una contestazione in toto della funzione della polizia? Cosa si nasconde dietro la battaglia del “Defund the police“?
Infatti, durante le manifestazioni per George Floyd è nato lo slogan «Defund the Police», «Togliere fondi alla polizia», un movimento che punta a depotenziare le forze dell’ordine – attenzione – e non a imporre loro dei requisiti e standard che garantiscono i diritti dei cittadini e prevenire eventuali abusi di potere. Si vuole, cioè, mettere in discussione il primato dello stato che esercita, mediante la sua attività di polizia, il potere e l’uso della forza all’interno dei confini nazionali. Ma l’obiettivo non è solo delegittimare lo stato e la sua sovranità/legittimità. Questa è la premessa, perché l’obiettivo sembra essere quello di dare a terzi, cioè dei privati – considerati per definizione “più efficienti” dello stato – la gestione di questi compiti.
Non è così assurdo. Anzitutto per un banale presupposto logico. Togliere fondi alla polizia non significa che il crimine diminuirà automaticamente, anzi. Quindi come pensate che, chi potrà permetterselo, sopperirà a una polizia meno efficiente? Semplice, ricorrendo a forme di polizia e vigilanza privata. Dite che è illogico? Niente affatto. Per analogia, è esattamente quanto già successo quando gli Stati Uniti (e poi,a  ruota, molti altri stati) hanno trasformato gli eserciti in più piccole unità di combattimento, dotandosi in pari tempo di “contractors” (soldati privati o mercenari) per fare le guerre. Questa operazione ha ridotto le guerre? No. E allo stesso modo avverrà per la criminalità che, semplicemente, non sarà più contenuta da forze dell’ordine di pubblica sicurezza, ma da professionisti privati (che essendo privati avranno le mani più libere di chi indossa un distintivo… magari per reprimere anche i dissidenti “politici” oltre ai criminali in senso stretto).
Fantascienza? Forse, ma qualcuno ci crede davvero. Tanto che negli Usa – patria del 2° emendamento dove chiunque può difendersi ricorrendo alle armi, non dimentichiamolo – esiste da tempo un movimento che vuole ridurre all’ossa i finanziamenti alla polizia e che, ora come non mai, è tornato alla ribalta. Talmente alla ribalta che ha già ottenuto due vittorie pesantissime: la prima, a Minneapolis cioè la città di Floyd, dove il Sindaco ha sciolto il corpo di polizia. La seconda vittoria, che è anzitutto simbolica, è un cospicuo taglio dei fondi alla (celebre) polizia di New York.
Sembra quasi che qualcuno non solo stia soffiando sul fuoco della protesta, come dimostra l’uscita con un tempismo perfetto di vecchi video di abusi di polizia tenuti sino ad oggi nel cassetto, com’è il caso dell’afroamericano Maurice Gordon, ucciso da un agente nel New Jersey che lo aveva fermato per eccesso di velocità due giorni prima di Floyd. Ma, soprattutto, costruendo sopra importanti misure e accelerazioni di processi che sarebbero altrimenti difficilmente giustificabili, in un Paese come gli Stati Uniti perennemente preoccupato del tema “sicurezza”. E l’opposizione di Trump all’ipotesi di ridurre i fondi alla polizia, sembra debole e non in grado di impedire tutto ciò.
Non è casuale, quindi, che in maniera speculare il sistema si stia muovendo su più fronti per erodere le capacità della polizia americana di esercitare la sua funzione. Ne è la prova il fatto che IBM, colosso dell’informatica che da sempre supporta le forze dell’ordine americane nella dotazione di sistemi di controllo e riconoscimento facciale di sospetti e criminali, stia interrompendo loro la fornitura di questi servizi. Trincerandosi, infatti, dietro l’assurda scusa che questi sistemi potrebbero essere utilizzando violando i diritti delle minoranze o con pregiudizi etnico-razziali, IBM ha deciso di togliere un’arma ormai divenuta fondamentale nella repressione e nel contrasto del crimine, e soprattutto della microcriminalità (tipicamente esercitata negli Usa proprio dalle minoranze, come dimostrano le statistiche e la composizione della popolazione carceraria, per es. il numero di afroamericani in carcere è 5 volte superiore ai bianchi) che più pesa nella percezione del senso di sicurezza della collettività.
Con la scusa del “razzismo sistemico” assisteremo, a breve, a una vera e propria rivoluzione. Che non restituirà né vita né giustizia a George Floyd o alle tante vittime, vere o presunte, di abusi di polizia. Ma che con questa scusa contribuirà, ancora una volta, a rafforzare un sistema che vuole fare sempre più a meno degli Stati e dell’insieme di leggi e logiche che li governano. Per creare nuove leggi, nuovi padroni e, soprattutto, nuovi schiavi: noi.