“Black lives matter”: una trovata di marketing – di Lucio Sentenze

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(riceviamo e pubblichiamo questo articolo da parte di un nostro lettore)
Non appena ho saputo della morte dello statunitense Floyd, pur non conoscendo i dettagli esatti del fatto, ho pensato al solito abuso di potere sbirresco, particolarmente noto in quella cloaca a cielo aperto chiamato ‘stati uniti d’america’.
Ma nelle ore successive, ho visto che il ‘caso Floyd’, mentre montava, si spostava dal conflitto ‘civile vs autorità’ alla dicotomia ‘neri vs resto del mondo colpevole a prescindere’. E qui ho assistito al solito teatrino cui, ahimè, non mi abituo mai: mi fa sempre schifo e non riesco a sviluppare anticorpi a tanta ipocrisia e vigliaccheria. Infatti, sul ‘caso Floyd’ sono state montate tutta una serie di congetture artefatte e subdole: campagne di marketing, propagande politiche, cancellazione di pagine dalla storia (gli USA sono sorti sullo sfruttamento degli africani, ma ora abbattono le statue degli schiavisti che li hanno creati).
Inoltre, pare che ci siano molti dubbi sul ‘caso Floyd’, se ne sentono tante (alcune saranno false, altre forse sono vere) su quel che è veramente successo (12) e, a prescindere dalla loro veridicità, il fatto che l’universo Mondo – politici, attori, cantanti, gente comune, religiosi – stia lì a piangere l’uccisione di un pregiudicato solo perché nero, beh, dovrebbe far riflettere – e poi dubitare, per poi ridere – sulla spontaneità di certe correnti.
Così, sul caso Floyd, come su tutti quei casi che devono (nel senso che vengono creati ad hoc) modificare e manipolare le coscienze comuni, viene tirato fuori il solito slogan, le solite paroline, che immediatamente scalano le montagne del marketing. Ecco allora che il mondo – già con i colori dell’arcobaleno, già con i poster di Charlie Hebdo, già con gli striscioni pro-aborto – dicevo, il mondo alza l’urlo Black Lives Matter, le vite dei neri contano. E tutti, tutti, ma proprio tutti, mentre si mettono su un ginocchio e chinano il capo (nel migliore dei casi), partecipano all’urlo.
Ma io, che non conto niente, quell’urlo me lo risparmio. Non che io pensi che non sia vero: tutte le vite, di qualsiasi colore, hanno la loro dignità. Sono tutte – da quelle più belle a quelle peggiori – manifestazioni del Principio, sebbene certamente vi siano uomini e donne che sanno meglio e più degnamente condurle rispetto ad altri. Inoltre, il bieco razzismo biologico, fondato su meri aspetti fisici, attiene a una visione assai distorta dello studio delle etnie dell’uomo, con le loro caratteristiche e le loro storie. Ma, come detto, quell’urlo me lo risparmio. E me lo risparmio perché
  • se tutte le multinazionali del commercio modificano i propri piani di marketing e lanciano campagne e prodotti per cavalcare l’onda del caso e ‘vendere di più e soprattutto ai neri‘,
  • se tutto l’establishment della politica nazionale dei paesi del mondo si prostra al ricordo di questo malvivente che ora diventa il nuovo ‘santo dell’Occidente’, mentre nessuno di loro si è mai inchinato ad altri uomini che sono morti compiendo gesta ben più nobili di un furtarello da 20 dollari,
  • se moltissimi bianchi, presi dall’onda emotiva e dal latente e ancestrale senso di colpa, odiano se stessi per il colore della propria pelle, sebbene non abbiano mai commesso personalmente alcun sopruso verso i neri, 
  • se improvvisamente tutto il mondo si ricorda delle vite dei neri, mentre continua a dimenticare le vite abortite e uccise nelle pance delle madri,
allora tenetevi il vostro urlo, perché di certo non è il mio.
Ci sono altre battaglie – e non queste sponsorizzate da Madonna e altri scemi al seguito – da combattere per il rispetto di ogni vita umana. Ci sono altri modi – e non quelli imposti dalle regole del marketing – per la valorizzazione delle identità e delle culture diverse nel mondo. 
Lucio Sentenze