Il razzismo degli antirazzisti: all’Università privilegiati neri, discriminati gli altri

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E’ lecito che l’antirazzismo diventi, nella sua forma applicata, un sostanziale razzismo? Sì. Almeno è tale negli Usa, e più precisamente nella libertaria California, dove le Università stanno ripristinando il principio del “affirmative action”, per riservare corsie di accesso preferenziali agli studenti di colore nell’istruzione superiore. Tradotto significa che i neri avranno una marcia in più, venendo agevolati nella loro formazione universitaria a danno delle altre etnie violando così il principio di uguaglianza che dovrebbe essere alla base di ogni (presunta) democrazia. 
Ma, effettivamente qualche polemica sembra palesarsi all’orizzonte. Sono gli studenti bianchi che, finalmente, in un redivivo barlume di autoconservazione ed amor proprio, decidono di protestare? No! A indignarsi sono gli studenti asiatici che – come gli altri – verrebbero penalizzati dall’ennesimo gesto antirazzista-“razzista”. Ma hanno almeno il buonsenso di dirlo pubblicamente, mentre la popolazione studentesca (e non solo) bianca scende in piazza al grido di “Black Lives Matter”, inneggiando così alla sua sostanziale auto-distruzione.

di Federico Rampini: “Gli atenei rispolverano la “affirmative action” contro le discriminazioni, ma gli studenti cinesi non ci stanno: “No al favoritismo razziale”

SAN FRANCISCO – Se le ingiustizie razziali cominciano a scuola, un sistema educativo decide di creare un esempio invertendo la discriminazione. Sull’onda della protesta nazionale contro il razzismo, la California torna alle ricette drastiche sperimentate più di mezzo secolo fa: riabilita la “affirmative action”, per riservare corsie di accesso preferenziali agli studenti di colore nell’istruzione superiore. L’annuncio solleva resistenze non tanto fra i bianchi, quanto nella comunità degli asiatici-americani che temono di esserne le vere vittime. Crystal Lu, la presidente dell’associazione dei cinesi nella Silicon Valley, è severa: “L’università pubblica va a retromarcia nella storia, verso il ritorno al favoritismo razziale”. Gli asiatici-americani sono il primo gruppo etnico col 36% delle matricole, al primo anno dei corsi universitari californiani. Al secondo posto tra i “freshmen” (i nuovi iscritti) sono ormai gli ispanici. I bianchi sono scivolati in terza posizione. Gli afroamericani sono solo il 5%.

Il passo radicale per venire incontro al movimento anti-razzista lo fa la University of California, che è il più grande sistema universitario pubblico degli Stati Uniti: ha dieci campus tra cui Berkeley, San Francisco, Los Angeles, San Diego, Santa Barbara, Santa Cruz. Il consiglio d’amministrazione che gestisce tutte le sedi universitarie approva un emendamento alla Costituzione dello Stato, che verrà sottoposto a referendum. Il presidente del board degli atenei, John Pérez, cita l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, uno dei leader della lotta contro l’apartheid: “Rimanere neutrali di fronte all’ingiustizia, vuol dire stare dalla parte dell’oppressore. Fare finta che il colore della pelle non conta, significa negare la realtà del razzismo”.

Il passo radicale per venire incontro al movimento anti-razzista lo fa la University of California, che è il più grande sistema universitario pubblico degli Stati Uniti: ha dieci campus tra cui Berkeley, San Francisco, Los Angeles, San Diego, Santa Barbara, Santa Cruz. Il consiglio d’amministrazione che gestisce tutte le sedi universitarie approva un emendamento alla Costituzione dello Stato, che verrà sottoposto a referendum. Il presidente del board degli atenei, John Pérez, cita l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, uno dei leader della lotta contro l’apartheid: “Rimanere neutrali di fronte all’ingiustizia, vuol dire stare dalla parte dell’oppressore. Fare finta che il colore della pelle non conta, significa negare la realtà del razzismo”.

Il sistema delle University of California, con quasi trecentomila studenti e 23.000 docenti, rilancia quelle “quote” riservate alle minoranze etniche, che furono già oggetto di battaglie politiche e legali. “Affirmative action” indica un’azione positiva che promuove l’accesso delle minoranze all’iscrizione universitaria – oppure in altri settori, come l’impiego pubblico – anziché limitarsi a vietare le discriminazioni. I precedenti storici risalgono alla Ricostruzione negli Stati del Sud dopo la guerra civile; in altre zone del mondo l’analogia più importante è in India con le quote riservate alle caste inferiori.

La versione moderna fu inaugurata dal presidente John Kennedy nel 1961, nel pieno delle battaglie contro la segregazione e per i diritti civili; anche il suo successore Lyndon Johnson firmò un decreto esecutivo per promuovere la “affirmative action”. Fin dagli anni Settanta però cominciarono le controffensive. Nel 1974 uno studente, Allan Bakke, fece causa proprio alla University of California, sostenendo di essere stato escluso da una facoltà di medicina in quanto bianco, dunque discriminato con una violazione dei suoi diritti costituzionali. La questione arrivò alla Corte Suprema, che nel 1978 dichiarò incostituzionali le quote etniche nelle procedure di ammissione alle università. Le battaglie continuarono.

Ci fu anche un pronunciamento degli elettori californiani, che in un referendum del 1996 (la Proposition 209) misero al bando le quote in ogni settore, comprese le assunzioni nel pubblico impiego. Già l’anno prima, nel 1995, University of California aveva eliminato la “affirmative action”, pur mantenendo altre forme di promozione etnica nei criteri di selezione dei candidati. Ora intende reintrodurre l'”affirmative action” nelle regole di ammissione a tutte le sue facoltà; l’annuncio segue l’abolizione dei test standardizzati (Sat e Act) per gli esami d’ingresso, considerati anche quelli discriminatori per i candidati più poveri e i ragazzi di colore. Gli asiatici-americani, anche quando vengono da famiglie povere, sono sovra-rappresentati nelle ammissioni universitarie per via delle loro performance scolastiche elevate. Sarebbero dunque loro i primi a doversi fare da parte. “Il colore della nostra pelle – dice Lu, la presidente dei cinesi della Silicon Valley – ci condannerà, come la lettera scarlatta”.