SCRIPTA MANENT – 8

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ET FACERE FORTIA // ET PATI FORTIA
E FARE GRANDI COSE E SOPPORTARE GRANDI COSE
TU REGERE IMPERIO POPULOS, ROMANE, MEMENTO
TU, O ROMANO, RICORDA DI GUIDARE I POPOLI COMANDANDOLI
Tutti i Romani – e non solo – conoscono il “Vittoriano” detto anche “Altare della Patria” (forse meglio conosciuto dagli autoctoni come “macchina da scrivere”). Un edificio maestoso che quei cani dei turisti americani pensano erroneamente sia stato edificato dal Duce durante il Ventennio (“Mussolini’s house” si legge sulle anglofone guide fai da te). Il “Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II” fu infatti inaugurato nel 1911 in occasione delle celebrazioni dei primi cinquant’anni dell’Unità d’Italia: l’edificio serviva a celebrare il Risorgimento e la nascita del nuovo Stato-Nazione.
La struttura è, infatti, un tripudio di “libertà della patria” e un inno all'”unità della nazione”. Si respira quel classicismo risorgimentale che non è altro che una brutta copia della romanità classica, una parodia della Terza Roma capitale d’Italia che, in nome di una  romanità puramente esteriore, tenta affannosamente collegamenti con la Roma capitale dell’Orbe.
Venne, ringraziando Dio, il Fascismo e sul bianco marmo dell’italiano Vittoriano provvidenzialmente incise, nel corso dei suoi vent’anni, il nero latino delle epigrafi, che finalmente restituirono al monumento quell’antico sapore di Vittoria. Sono frasi che elevano la nazione a Impero e che nobilitano la libertà con l’obbedienza, l’amor patrio con il sacrificio per l’idea. Tra di esse ce ne sono due, tratte rispettivamente da Tito Livio (Liv. ab Urb. con. 2, 12, 9) e da Virgilio (Verg. Aen. 6, 851), particolarmente significative (cfr. di Antonino Nastasi “Le iscrizioni in latino di Roma capitale (1870-2018)“, pp. 188 e ss. e 685): la prima ha resistito alla rabbiosa iconoclastia delle iene che, al momento opportuno, si sono scaraventate sulle carcasse dei leoni; della seconda, invece, si è persa traccia per mano di qualche pavido che, davanti ai fotografi del tempo, si sarà impettito mentre era intento a cancellare tutti quei simboli all’ombra dei quali era festosamente cresciuto. Per un’interpretazione di ET FACERE FORTIA // ET PATI FORTIA rinviamo al significato metastorico che Guido De Giorgio in “Interpretazione dell’ascesi guerriera” (pubblicato ora in Prospettive della Tradizione edito da “Il Cinabro”, alle pp. 117 e ss.) restituisce al corrispondente luogo dell'”ab Urbe condita” di Livio, secondo il quale il “facere” e il “pati” rappresentano i due estremi e i due opposti dell’attività e della passività, dell’azione e dell’inazione, le quali si sintetizzano armoniosamente nella tradizionale azione svincolata dall’attaccamento, che ritroviamo anche nella Bhagavad-Gita (su cui si veda “L’etica del guerriero. La via dell’azione nella Bhagavad-Gita” di Mario Polia).
Per la virgiliana TU REGERE IMPERIO POPULOS, ROMANE, MEMENTO, ormai scomparsa e fortemente voluta dallo stesso Mussolini, si veda dello stesso De Giorgio La Tradizione romana (pp. 186 e s.). Qualsiasi traduzione italiana proposta non potrà mai rendere pienamente la differenza che sussiste tra i due verbi “regere” e “imperare” utilizzati da Virgilio: “l’uno si riferisce piuttosto all’autorità sacra che guida, dirige, orienta e costituisce, l’altro al potere temporale che comanda, ordina, s’impone”; per cui “qui imperat regit” ma anche “qui regit imperat“, poiché “ciò che è veramente sacro non ha bisogno d’imporsi perché è la luce che da sé stessa è luce”: concetto che ricorda il “dirigere senza comandare” de “Il libro della via e della virtù” di Lao Tze. Non abbiamo dubbi: il Fascismo sacro è passato per piazza Venezia e ha lasciato il suo segno.