Anno zero. Zulu & Baluba – di Andrea Marcigliano

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(tratto da electoradio.com)
Spero di andare in pensione. Presto. Il prima possibile. E di passare le mattine a guardare i cantieri (magari in compagnia del nostro direttore)… E non perché sia stanco d’insegnare… quello mi diverte ancora. O meglio, mi divertirebbe, se fosse ancora possibile farlo. Cosa che, palesemente, non è più.
Certo, mi si potrebbe dire che la quarantena è finita, e che nonostante le gabole di Conte e i deliri dell’Azzolina, la scuola tornerà ad essere più o meno normale, fra i banchi e i ragazzi…
Non si tratta solo di questo, però. Si tratta, anche e soprattutto, di una questione di linguaggio. Il mio linguaggio. Che già era ben poco consono ai tempi pre-pandemia, politicamente scorretto, fuori moda, forse un po’ troppo iperbolico…. Figuratevi oggi. Più o meno, se spiego come ho sempre spiegato, commetto una sequenza interminabile di reati. Morali, secondo l’opinabile moralismo dominante.
Già, perché io dico, ancora, negro. Non nero, o colorato o afro qualcosa. Espressione per altro priva di senso. Visto che afro nulla ha a che vedere con l’etnia, ma è solo una determinazione geografica. Per cui sono afro i boeri bianchi del Sud Africa. Che non a caso si autodenominano Afrikaans. E, in certo qual modo, era afro Giuseppe Ungaretti. Nato e cresciuto in Egitto. Afro-italiano.
Io dico negro perché è la denominazione etnica dei popoli di una certa area Sub-Sahariana, che i geografi arabi chiamavano Bilad al-Sudan. Gli spagnoli tradussero Sudan con Nigros. Di qui un termine che ha precisi caratteri etnografici. E che, appunto, mai userei per indicare un somalo, un etiope o un boscimane. Che non rientrano in tale categoria.
Peraltro Senghor, presidente del Senegal e più grande poeta dell’Africa, mi darebbe ragione. Definisce la sua la poesia della “negritudine”. E ad un giornalista che lo aveva definito con il politicamente corretto coloured, disse orgoglioso: “Colorato sarà lei. Io, se non se ne fosse accorto, sono un negro”.
Però io faccio, e soprattutto dico anche di peggio. Uso parole come Zulu. E persino Baluba.
Volgarmente spregiative. Segno di razzismo… diranno le anime belle che plaudono, in queste ore, all’epurazione di Calimero e del fondatore dei Boy Scout
Io, però, le ho sempre usate (quasi) come dei complimenti. Costretto, dai casi della vita, ad insegnare a orde di coatti e bori, paragonandoli per il loro comportamento selvaggio a Baluba e Zulu, cercavo di nobilitarli ed educarli. Perché i Baluba sono un’etnia guerriera del Congo, che per lungo tempo governò un vero e proprio Impero nella regione del lago Tanganika. Un Impero organizzato, ricco, prospero. Retto da monarchi assoluti, coadiuvati da una aristocrazia formata in una società iniziatica.
Quanto agli Zulu la loro storia è anche più gloriosa. Il loro re, Shaka, fu detto il Napoleone nero. E le loro legioni, organizzate con una disciplina, da fare invidia a quelle dei romani, dominarono l’Africa australe. E giunsero ad infliggere ai colonialisti britannici la più cocente delle sconfitte. L’epica battaglia di Isandlwana, dove le zagaglie degli impi, i guerrieri Zulu, prevalsero su fucili e artiglieria. Andate a vedere Zulu Down. Un capolavoro.
Certo, so bene che nella vulgata popolare Zulu e Baluba equivale a dire selvaggi e incivili. Ma io, quando appello così i miei coattoni aggiungo sempre: magari foste Zulu o Baluba
E comincio a raccontare storie di quei popoli. Storie ignorate, anche e soprattutto, dagli zeloti del politically correct. Dai nuovi censori. Che si inginocchiano per Floyd, ma dell’Africa ignorano tutto. Perché per loro è il Continente senza storia. Senza cultura e senza tradizioni. Come diceva Hegel… E vorrebbero ridurre anche noi senza storia e senza tradizioni…
Se il razzismo nasce dall’ignoranza, beh i veri razzisti sono loro, che considerano Zulu un’offesa. E nulla sanno del genio di Shaka. E dell’eroismo degli impi
Ma io, appunto, con questo nuovo linguaggio dominante non mi ci trovo proprio. E per me non ci può essere più spazio in questa, novella, parodia di scuola…
Meglio fare spazio a qualcuno che insegnerà agli allievi l’arte di genuflettersi.
E andare a guardare i cantieri. Restando dritto in piedi, però…
Andrea Marcigliano