In ricordo di Hugo Pratt

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Nel mese di giugno abbiamo il piacere di ricordare l’illustratore Hugo Pratt, disegnatore di Corto Maltese, ispiratore di avventure e sfide. Lo facciamo con il profilo tracciato da Amerigo Griffini (profilo facebook).

Hugo Pratt (15.6.1927 – 20.8.1995)
“L’avventura non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista.
È un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine.
Se ti azzardi a dire che ti piace l’avventura, che sogni l’avventura,
sei immediatamente fuori da certi schemi e certe teorie.
E rischi anche di farti chiamare fascista”.
A Rimini nasce Hugo Pratt. Ma è solo una questione anagrafica, vivrà l’infanzia a Venezia, in una casa battuta dal vento del mare.
Il nonno, Joseph Pratt, era un francese emigrato in Italia che sarà tra i fondatori del Fascio a Venezia.
Nel 1937 il padre, Rolando, si trasferì in Africa per lavorare. L’anno successivo la famiglia – la moglie Lina e l’unico figlio Hugo – lo raggiunse ad Addis Abeba.
Nel 1941 il padre di Hugo fu catturato dagli inglesi e l’anno successivo morì in un campo di concentramento britannico.
Narrerà la bellissima figlia Silvina: “Ha vissuto cinque anni in Etiopia dove ha conosciuto la guerra, l’amicizia e le donne. Suo padre, fascista, è morto in campo di prigionia sotto il sole d’Africa”.
E anche il “figlio della Lupa” Hugo finì assieme alla madre in un campo di concentramento inglese, a Dire-Dawa, un ex campo d’aviazione italiano sulla strada tra Addis Abeba e Gibuti. Lì, sorvegliati da guardie senegalesi.
A proposito di quella prigionia che fu determinante per la vita futura di Hugo, vale la pena riportare l’eccezionale narrazione della figlia Silvina: “Qui vivevano cinquemila donne, senza uomini… C’erano solo dei ragazzini tra i quattordici e i sedici anni, circa una ventina. Gli altri erano bambini. Alloggiavano tutti in hangar di lamiera ondulata e arrugginita. Ogni mattina il sole lasciava filtrare i suoi raggi attraverso i buchi lasciati delle mitragliatrici e li svegliava. Faceva un caldo spaventoso e non pioveva mai. Due anni di sabbia e salnitro, di afa torrida tra mosche, scorpioni e sentinelle senegalesi”.
E in quel piccolo inferno però quella ventina di ragazzini riuscirono a trovare un bel passatempo, con le loro coetanee “meravigliose ragazzine dalle ginocchia appuntite come quelle delle cerbiatte”.
Ma non solo, Hugo narrerà (e ce lo riferirà la figlia nel suo bel libro di ricordi del padre): “Si dedica a qualche piccolo calcolo su un pezzo di carta. Cinquemila donne. Ne scarta duemilacinquecento perché inutili. La metà è composta da milleduecentocinquanta belle femmine. La metà di questa cifra fa seicentoventicinque meravigliose creature. Divide ancora per venti e arriva a un totale di circa trenta, trentacinque magnifiche fanciulle tutte bellissime e selezionate, per ciascun ragazzo. Ma riconosce di averne portate molte più di trentacinque in quella carlinga, nel corso di quei due anni, alle due del pomeriggio. Si trattò di un inno pagano al sesso”.
All’inizio del 1943 finì il soggiorno africano di ciò che restava della famiglia Pratt, riportata in Italia con altri prigionieri, con una delle Navi Bianche.
Giusto in tempo per il ragazzino Hugo di partire per un’altra grande avventura, o, per meglio dire, tentare di partire. Dopo l’8 settembre corse ad arruolarsi nella sua Venezia come marò nel Battaglione Lupo della Xª MAS, con quel fisico che si ritrovava, a sedici anni ne dimostrava di più.
La madre andrò a riprenderselo rivelando la sua vera età, ma la breve esperienza tra i reprobi non la cancellerà mai più. “Mi aiuta il cuore a battere”, dirà nella maturità.
Nell’immediato dopoguerra fece l’interprete per gli inglesi ma soprattutto viaggiò in Europa.
Nel 1949 il salto dell’emigrante: l’Argentina giustizialista di Perón, lì frequentò i reduci delle guerre perdute: italiani e tedeschi in fuga, ustascia croati, anarchici sopravvissuti alla mattanza spagnola, il medico di Pétain….
E in Argentina iniziò l’attività di disegnatore.
Narrerà in una intervista alla Repubblica: “A vent’anni ho avuto la fortuna di scoprire Borges che in Italia è arrivato molto più tardi. Noi, emigranti in Argentina, avevamo la possibilità di avvicinarci a nuovi scrittori anche grazie agli incontri con molti fuoriusciti europei. Ci si ritrovava tutti insieme da emigranti, diventavamo compagni di lavoro ed era interessante trovare un andaluso, un libanese, un francese, un italiano, un inglese, un ebreo e si componeva una sorta di società acculturata”.
Poi il ritorno in Italia, le solite frequentazioni poco raccomandabili.
Ricorderà l’amico Adriano Bolzoni (del giro degli ex RSI): “Si finiva per rovesciare il mondo nei bicchieri e intonare canzonacce da lanzichenecchi, spesso in birrerie frequentate da neri e da crucchi”.
Nel 1952 a Venezia il primo matrimonio con la jugoslava Gucky (con la quale ebbe due figlie). Ma a Venezia tornò ad abitare nel 1962, con la seconda moglie, Anne (altri due figli).
Nel 1965 iniziò la collaborazione al Corriere dei Piccoli, poi a Genova la collaborazione con l’editore Florenzo Ivaldi (anche lui ex della Xª MAS).
E dopo due anni genovesi riprese a viaggiare: in Etiopia, alla ricerca della tomba del padre; in Brasile (a Bahia, dove ebbe altri due figli da una donna locale); in Lapponia, in Kenya.
Nel 1967 Ivaldi fu l’editore della rivista Sergente Kirk; ma anche quella esperienza finì.
Quando rimase senza lavoro in Italia, si ricordò di una conoscenza fatta al Festival del fumetto di Lucca del 1969, quella con Georges Rieu, lo scrittore di fumetti caporedattore del settimanale Vaillant e poi di Pif Gadget.
Quella conoscenza, ripreso il contatto, si trasformò in un’offerta di collaborazione a Parigi, partì di corsa, in treno naturalmente, quel grande viaggiatore non ha mai avuto la patente e guidato un’auto!
Lasciò Venezia per Parigi, dal mare veneziano al Canal Saint-Martin, sua prima residenza prima di trasferirsi vicino alla Sorbonne.
A Parigi frequentò un altro maudit, scrittore delle avventure sfortunate, Jean Mabire.
Restò nella redazione di Pif Gadget fino a che lo stesso editore della pubblicazione (vicino al Parti Communiste) non ne criticherà la libertà ideologica. 
In quell’inizio degli anni ‘70 a Pif si verificò con ciò la rottura radicale, passata ormai la rivista nelle mani di militanti del Partito Comunista, Rieu ed altri redattori fecero fagotto, tra essi Pratt che passò nella squadra della rivista Tintin, e lo fece con l’avvio delle strisce della serie Gli Scorpioni del deserto.
Lamentò di dover vivere in un mondo sempre più ristretto al quale sopperì però con la sua geografia fantastica.
Nel 1983 iniziò la pubblicazione mensile di Corto Maltese, il suo eroe più famoso. Ma nella rivista ci furono anche le strisce di Crepax, Madaudo e del suo delfino, Milo Manara.
Con il successo iniziò il corteggiamento (politico) di chi lo aveva sempre snobbato. Rispose: “Questo capovolgimento nei miei riguardi da chi mi criticava è quantomeno semplicista. Come potrei prendere sul serio i giudizi di questa gente?”.
Del resto, Pratt di politica non si occuperà mai, né a destra né a sinistra, troppo impegnato a vivere. E a vivere a modo suo benissimo, dormendo per terra, frequentando la buona cucina di mare e quelle orientali.
Si stabilì in Svizzera, portandosi dietro la sua biblioteca di trentacinquemila libri e morirà a Losanna nel 1995, al suo capezzale alcuni dei numerosi figli. È sepolto in un cimitero svizzero.
Sulle sue strisce si precipiteranno gli Eco e i Tabucchi a cercar di mettere il cappello su ciò che era così lontano da loro…. Cosa potevano avere in comune con Pratt, viaggiatore incantato, “anarchico” e cantore del gran reazionario Ungern von Sternberg, barone dell’avventura (vera) contro “i rossi” in Mongolia?
Dopo la sua morte altri, a frotte, hanno cercato di attribuirgli forzate etichette politiche.
Nel 1996 lo scrittore svizzero Jean-Jacques Langendorf – altro grande della storia e della letteratura –  entrò nella polemica, chiudendola con queste parole: «Ben venga la polemica su Hugo Pratt, fascista con o senza virgolette, ma soprattutto la polemica sulla natura dell’avventuriero (…) Quanto all’universo di Pratt, è un universo da avventuriero, e, talora, da eroe. (….). In un Ritratto dell’avventuriero del 1950, Sartre ha opposto l’avventuriero al militante, chi mette in causa se stesso e chi si impegna per gli altri. Nel primo, Sartre, rimasto in definitiva un teologo protestante, vede l’incarnazione del male, nel secondo quella del bene; nel primo il “fascista”, nel secondo il “comunista”. In questa prospettiva, l’opera di Pratt è veramente piena di “cattivi avventurieri fascisti” ed è questo a renderla così viva. Infatti, c’è qualcosa di più noioso che l’universo “morale” del militante?».