Dialogo montanaro con un pastore ‘eterno’

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Mi rendo subito conto che il pastore non è una figura bucolica addomesticata, quando gli vedo assestare un calcio al collo di una vacca che si avvicina troppo a noi.
Salve!“. È alto, anziano fra i 65 e gli 80 anni, ha gli occhi di un azzurro scuro e profondo. In testa ha un cappello da pescatore bagnato di pioggia, capelli arruffati fra il bianco e il grigio. Calza a piedi nudi stivali di gomma. Ha una casacca che è l’abito eterno di quelli come lui, non maglia, non camicia, aperta sul petto; e sotto un’altra uguale, rossa.
Parla di pioggia, il pastore, perché ieri sera, “all’una, mentre finivo di lavare i secchi, gliel’ho detto a mia moglie che cambiava, anche se prima c’erano tutte le stelle“. E parla del dieci di agosto, quando saliranno gli Alpini al vallone per la festa di San Lorenzo, con la polenta, forse. Snocciola i numeri delle ultime edizioni, indifferentemente conta e bestie e persone: 240, 160. Esatti.
Non ha fretta il pastore mentre devia dalla sua funzione per renderci meno stranieri, mentre sua moglie piena, fazzoletto in testa e due secchi di latte, transita dietro e ci saluta piano.
Stasera verrà suo figlio col mulo, è stato al mercato. Avrebbe potuto dire lo stesso duecento anni fa. Uguale. Poi però parla dell’epidemia, cita primari milanesi come se li conoscesse.
Sorprende, questo pastore che si fa portare con l’elicottero le damigiane di vino e, purtroppo, anche le bombole di gas metano. Sì, perché il formaggio lo hanno sempre fatto così, con la legna, ma adesso i signori giù hanno deciso che non è igienico e ordinano di farlo solamente col fuoco a gas.
Incredibile è il pastore quando dietro le vacche del cugino si avventano sulle sue – sono appena arrivate – e cozzano corna su corna, con un botto che fa girare tutte le altre, tranne una che sanguina appena: rumina pensierosa accanto al suo corno che ha appena perduto in battaglia. Fiuta, il muso per metà arrossato. “No, non sente niente, tra poco ricomincia con l’altra“.
Questo mondo etereo di fango e di latte, di sassi e di erba e di vacche che quasi si ammazzano. Ci attardiamo anche se tuona, mentre ci racconta che laggiù, per via del virus, hanno pure vietato i falò di San Giovanni la notte del 23 del mese. Ma lui, loro, i nipoti, la famiglia il falò lo hanno acceso lo stesso, sorride, proprio laggiù. Indica un punto oltre la casa.
E nei suoi occhi azzurri lo vedo anche io per un momento, questo falò selvaggio acceso in faccia alla legge, mille metri più su di tutti gli altri falò che sono rimasti spenti. Vorrei esserci stato anch’io, anche solo ai margini della sua luce, per vedere i pastori festeggiare San Giovanni quando tutti avevano rinunciato.
Chiede se torneremo là, questa estate, e sembra davvero un arrivederci. Forse per San Lorenzo, forse quando non saremo mescolati alla folla dei turisti-bestie. Degni di parlare con lui, non di farci contare.