Karl Haushofer, Lo sviluppo dell’idea imperiale nipponica [Parte2]

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di Riccardo Rosati

Una inestimabile sintesi sulla nipponicità
Il testo di Haushofer si contraddistingue per la sua chiarezza e precisione, e in questo senso rappresenta un documento “didattico” di enorme importanza per gli studiosi di Geopolitica. Il suo contributo alla ricerca e, soprattutto, alla Yamatologia si attesta come un unicum nel settore, sebbene, come detto, egli venga aprioristicamente e faziosamente bollato come l’ideologo dell’espansionismo nazionalsocialista.
Ricordiamo che il soggiorno di Haushofer in Giappone va dal 1908 al 1910, durante gli ultimissimi anni del Periodo Meiji (1868 – 1912), con quella Restaurazione che aveva svecchiato l’Arcipelago, aprendolo alle migliori menti straniere, gli Oyatoi Gaikokujin (お雇い外国人, letteralmente: “gli onorevoli impiegati stranieri”), tra cui vanno ricordati pure tre eminenti italiani: Edoardo Chiossone, Antonio Fontanesi e Vincenzo Ragusa, che posero le basi per la moderna arte del Sol Levante.
In questa rigogliosa temperie culturale si inserì il viaggio di studio di Haushofer in terra nipponica, fornendogli quelle informazioni di prima mano che saranno poi elaborate nelle sue importantissime e forse ancora ineguagliate analisi sulla essenza del concetto imperiale in Giappone.
L’Arcipelago divenne unificato seguendo un preciso modello “etnico-politico”. A tal proposito, Haushofer non fa mistero di ritenere che l’Occidente non abbia mai veramente compreso il particolare potere del Tennō (天皇, l’Imperatore) nella storia giapponese. A questa figura di uomo divinizzato in Terra, egli associa quella del Papa; anche se poi, in
consonanza con molti illustri pensatori tradizionalisti, in primis Julius Evola, il tedesco individua nel Cristianesimo quella che Terracciano causticamente definisce: “infezione spirituale”.
Nel caso del Giappone, per Haushofer questa contaminazione allogena venne rappresenta dalla diffusione del Buddhismo a partire dal VI secolo d. C., con la quale si genererà un pericolo mortale per il senso imperiale nipponico. In effetti, costui riteneva che la unicità dell’Imperialismo giapponese stesse nel concetto di “sopravvivenza”, totalmente diverso da quello di koming (“Ritiro del Mandato Celeste”), a cui allude nel suo intervento, e che ha sempre connotato il regime dinastico in Cina.
Riteniamo sia fondamentale comprendere che sta esattamente qui la sostanziale differenza tra l’idea di Regnante in Cina e in Giappone, diversità di una importanza nodale e che molti orientalisti contemporanei, troppo avvezzi alle letture stereotipate di matrice statunitense, quindi strutturalmente incapaci di decifrare i codici profondi dell’Asia, non riescono ad accorgersi del fatto che mentre il Sovrano nell’Arcipelago è eterno, in quello che sogliamo ancora chiamare Celeste Impero no.
Vale la pena proporre ora una piccola precisazione di natura linguistica. Nel trascrivere il sopracitato termine cinese, Haushofer utilizza stranamente, per un tedesco, il sistema di trascrizione della EFEO (École Française d’Extrême-Orient), al posto dell’allora maggiormente in voga Wade-Giles. In questo sistema di romanizzazione fonetica, “Ko” corrisponde al “Ge” dell’attuale Pinyin, per cui la parola diventa “gémìng” (革命, “rivolta/capovolgimento”), termine utilizzato anche per indicare la Grande Rivoluzione Culturale maoista (文化大革命, “Wénhuà dà gémìng”). Ciò ci fa intendere come alcuni concetti radicati sin dalla antichità in Cina siano sopravvissuti nei secoli pure ai più drammatici stravolgimenti politici.
Nel Paese di Mezzo, infatti, quando avveniva una carestia o qualsivoglia disastro naturale, ne rispondeva l’Imperatore in persona, poiché aveva perso la benevolenza delle Divinità, e il Popolo si sentiva autorizzato a ribellarsi contro di lui e a deporlo con la forza. Questo spiega l’alternarsi di tante Dinastie nel Paese. Tutto il contrario, come detto, per il Giappone tradizionale, ove l’Imperatore è un Dio intoccabile.
Haushofer parla inoltre della intrinseca natura “bicellulare” del Giappone, chiarendo come: “Dalla congiunzione della cellula marittima (Naikai) e di quella continentale (Kamigata) sorse così il primitivo Impero ‘Yamato’, che assorbì gli altri staterelli e si accinse a completare l’impero insulare, estendendosi verso nord-ovest e il nord”.
Nella sua interpretazione della struttura politica nipponica, egli ci tiene a precisare che malgrado il Giappone, durante quello che la storiografia di settore chiama il militarismo degli anni ‘30 e ‘40, abbia agito come una talassocrazia, muovendosi per mare, così da imporre i propri interessi economici e strategici, primariamente in Cina, onde sfruttare quelle materie prime di cui il Sol Levante è da sempre carente, esso ha però mantenuto la sua anima “tellurica”.
In altre parole, il Giappone non andrebbe mai e poi mai confuso con il sedicente Impero Britannico o gli Stati Uniti, poiché queste potenze erano spinte da meri interessi mercantilistici, senza apportare al mondo una visione “superiore”.
Ecco, dunque, l’“idea imperiale nipponica” cara a Haushofer: quella nipponicità che si esprime nel sangue e suolo di un Popolo che si identifica nel Dio Incarnato, l’Imperatore, che non è investito di un “mandato”, come nel caso cinese, bensì è egli stesso diretto discendente della principale Divinità dello Shintoismo, Amaterasu-Ōmikami (天照大 御神). Tale sacro vincolo venne spezzato solo dalla occupazione americana, al momento della quale si impose al Tennō di dichiararsi “umano”, oltraggiando una tradizione millenaria.
Analizzando questo resoconto della sua conferenza romana, capiamo come Haushofer vivesse nel mondo reale. Egli aveva, a nostro avviso, sapientemente compreso che i Poteri (religioso e temporale) dovessero necessariamente ritrovare una forma di convivenza all’interno della società occidentale, meglio poi se in un unico individuo, come nel caso del suddetto Tennō, che egli giudica una perfetta e armoniosa sintesi tra il divino e il politico.
Così facendo, il tedesco si inseriva perfettamente in quella corrente di pensatori europei che esortava il Vecchio Continente a riscoprire gli antichi valori perduti a causa di una costante despiritualizzazione, cominciata con la Rivoluzione Francese e incarnata subito dopo dalla nefasta figura di Napoleone B(u)onaparte.
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