SCRIPTA MANENT – 9

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HUNC LOCUM, UBI AUGUSTI MANES VOLITANT PER AURAS, /
POSTQUAM IMPERATORIS MAUSOLEUM EX SAECULORUM TENEBRIS /
EST EXTRACTUM ARAEQUE PACIS DISIECTA MEMBRA REFECTA, /
MUSSOLINI DUX VETERIBUS ANGUSTIIS DELETIS SPLENDIDIORIBUS / VIIS AEDIFICIIS AEDIBUS AD HUMANITATIS MORES APTIS / ORNANDUM CENSUIT ANNO MDCCCCXL, A  F. R. XVIIIQUESTO LUOGO, DOVE I MANI DI AUGUSTO ALEGGIANO NELL’ARIA, DOPO CHE IL MAUSOLEO DELL’IMPERATORE DALLE TENEBRE DEI SECOLI È STATO RIPORTATO IN LUCE E CHE LE PARTI SMEMBRATE DELL’ARA PACIS SONO STATE RICOMPOSTE, IL DUCE MUSSOLINI, DISTRUTTI GLI ANTICHI LUOGHI ANGUSTI, CON PIÙ SPLENDIDE VIE, EDIFICI, CHIESE ADATTE AI COSTUMI DELLA NATURA UMANA ORDINÒ DI ABBELLIRE NELL’ANNO 1940, IL DICIOTTESIMO DELL’ERA FASCISTA.

1940, anno diciottesimo dell’era fascista: un raggiante Mussolini inaugura una piazza a eterna memoria dei Mani di Augusto che sull’omonima piazza, ora come allora, “aleggiano”, commemora l’innalzamento di edifici pubblici destinati a tutelare il risparmio e a garantire la previdenza sociale, realizza nuovi e più salubri complessi urbanistici, avvia importanti lavori archeologici, ricompone l’Ara Pacis e riesuma il Mausoleo del primo imperatore.
2020, anno numero novantotto a fascibus restitutis: l’ultima sindaca dai Raggi spenti svende sorridente i suddetti edifici, consegna il marmo pubblico nelle mani inanellate di ricchi magnati, regala al lusso sfrenato dei pochi l’immagine plastica della giustizia sociale dei più, abbandona all’avidità dei privati onnipotenti la monumentalità della solidarietà pubblica ormai impotente.

Sembra un’offesa, anzi è un atto sacrilego bell’e buono: la coincidenza temporale inoltre fa rabbrividire. L’hotel di superlusso sarà inaugurato nel centenario della “restituzione dei fasci”, nel 2022. D’altra parte, questi nani con le ricorrenze non ci sanno proprio fare. Se per il bimillenario della nascita di Augusto, Mussolini promise e ottenne questo grande complesso archeologico e urbanistico, ahimé, ricordiamo tutti gli ologrammi di Ottaviano proiettati sulle rovine del Foro e dell’Ara Pacis per il bimillenario della morte del primo imperatore nel 2014. Oltre al fatto che ognuno festeggia le ricorrenze in ragione della propria capacità di ricordare, non è neanche un caso che la Roma rinnovata fu chiamata. quasi per destino, a festeggiare i duemila anni dalla nascita del pater patriae, mentre la Roma mortifera dei nostri tempi si è ritrovata, quasi per caso, a commemorarne la morte. Nell’immediato dopoguerra, la damnatio memoriae cancellò gli evidenti riferimenti al Duce e al Fascismo scolpiti in rilievo sul palazzo dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, affiancati da due Vittorie alate portatrici di fasci: tanta era la bellezza dell’iscrizione che un’opera di restauro, all’inizio del nuovo millennio, non poté fare altro che restituire l’epigrafe ai suoi splendori iniziali. L’iscrizione – oltre che per le sue dimensioni monumentali e la sua rilevanza storica – risulta notevole anche da un punto di vista linguistico e formale: il latino è ottimo, colto e ricercato. Eppure, gli accademici si concentrano a criticare l’enfasi retorica del tempo o a ridicolizzare la rivendicata continuità politica e spirituale tra la Roma di Augusto e la Roma del Duce. Ma il rigore che emerge da questa epigrafe non è solo formale, è anche sostanziale: quella piazza e quella iscrizione sono il frutto di una visione, lungimirante e ancestrale, sono l’espressione concreta di una visione del mondo che fu fascista innanzitutto perché fu romana, sono la testimonianza di un mondo sacro a cui abbiamo rinunciato in nome di un immondo profano, sono le orme di una tradizione dimenticata dagli eredi indegni dei Romani che oggi, a pochi anni dal bimillenario della morte del primo imperatore, consegnano i santi Mani di Augusto nelle barbare mani dei Bulgari.

[Testo e traduzione di Antonino Nastasi, Le iscrizioni in latino di Roma Capitale (1870-2018), Roma 2019, pp. 72 e ss.; immagini da www.reed.edu/ara-pacis]