Avete voluto “defund the police”? E ora Trump schiera i contractors in piazza

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Ricordate? Qualche settimana fa abbiamo annunciato come dietro al movimento “Black Lives Matter” stesse progressivamente montando un ben più subdolo e pericoloso movimento d’opinione: “Defund the police” (letteralmente, “togliere fondi alla polizia”). Ora iniziamo ad assistere alle prime, significative, conseguenze di quel processo di delegittimazione delle forze di polizia negli Stati Uniti. Queste ultime, per altro sempre più pervase (più o meno coscientemente) al loro stesso interno dalle ragioni di quello stesso movimento che ne reclama il declassamento a forza di tipo “sociale, senza alcun ruolo di autorità deputata al governo della forza pubblica, godono sempre meno della fiducia del governo centrale. Per questo, Trump non esita a schierare in piazza forze di polizia attingendo dall’esercito e da corpi di contractors privati. Avete capito, dunque, il corto circuito? Quelli che potremmo definire come gli ultimi della società americana (neri, minoranze, etc.) hanno reclamato a gran voce che la polizia (per antonomasia da loro considerata “razzista”), intesa come “forza pubblica”, venisse smobilitata, e per tutta risposta i privati hanno immediatamente preso il loro posto. Ma a chi saranno fedeli questi contractors? Alle leggi democratiche tanto care alle minoranze, e che tutelano tutti, ugualmente, o semplicemente a chi li paga? Ecco, dunque, svelato il vero volto dei BLM, servi sciocchi del potere. Un potere che può così disfarsi di un pericoloso ostacolo come le forze di polizia, per affermare sempre più brutalmente il suo potere. Lungi da noi voler prendere le parti delle “divise” nostrane, ma anche i recenti casi sensazionalistici montati sui casi di cronaca aventi per protagoniste le forze di polizia italiane, ci chiediamo, non vanno nella stessa direzione?

www.corriere.it – Da una parte agenti scelti e «soldati a contratto». Dall’altra, decine di gruppi che Trump chiama «terroristi». Cosa sta succedendo nella città dell’Oregon, tra lacrimogeni e «muri».

di Giuseppe Sarcina

Quella di Portland è una battaglia sporca. Donald Trump ne ha fatto un simbolo della sua campagna elettorale. Un’altra occasione memorabile, dal suo punto di vista, come la polizia a cavallo inviata contro i manifestanti di Washington Dc, il 1° giugno scorso.

Nella città dell’Oregon, una delle più liberal d’America, le proteste per l’uccisione dell’afroamericano George Floyd si sono trasformate in uno scontro frontale con il presidente degli Stati Uniti e il suo spregiudicato luogotenente, il segretario a interim per la Sicurezza Interna, Chad Wolf.

Il 26 giugno Trump ha firmato l’ordine esecutivo «per proteggere i monumenti e il patrimonio federale». Il 4 luglio, Wolf ha selezionato un centinaio di militari tra i più addestrati, pescandoli sostanzialmente da tre corpi federali: gli U.S. Marshals; i Bortac, cioè le unità incaricate di proteggere i confini; le truppe speciali dell’Ice, la polizia per il controllo dell’immigrazione.

Le immagini che arrivano da Portland fanno paura. Le giornate, specie nel fine settimana, cominciano con marce pacifiche che puntano verso i due edifici federali: il Mark O.Hatfield Courthouse e l’Edith Green Wendell: un rettangolo lungo circa 100 metri sulla Main Street, in pieno centro. Gradualmente agli slogan di Black Lives Matter si sono sovrapposti quelli contro «i federali» spediti da Trump «per salvare Portland».

Dentro il fronte della protesta ci sono anche gruppuscoli violenti, come si è già visto a Minneapolis, nel maggio scorso. Saltano fuori con l’oscurità, lanciano bottiglie di vetro, petardi. Ma la risposta delle truppe in mimetica e in assetto di guerra è chiaramente sproporzionata. Non c’è alcuna strategia di contenimento, di dissuasione. I militari sbucano dai due grandi palazzi sotto assedio e cominciano a randellare chiunque capiti a tiro: giovane o anziano; dimostranti pacifici o vandali. E poi un diluvio di gas lacrimogeni, granate assordanti, proiettili trattati con composti chimici irritanti.