DALLA GEOGRAFIA SACRA ALLA GEOPOLITICA di DANIELE PERRA – recensione

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(tratto da Eurasia-rivista.com) di Amedeo Maddaluno


Tra le tante lezioni di Karl Marx che la cultura ufficiale vorrebbe farci scordare in fretta c’è quella sulla distinzione fra struttura – il tessuto, lo scheletro dei rapporti socioeconomici che costituiscono una società umana – e sovrastruttura, cioè il portato culturale, istituzionale e ideologico[1] che data società produce secondo la propria struttura a (ovvio) beneficio di chi è al comando. Dall’Ottocento almeno è venuta a crearsi e dalla fine del Novecento ad affermarsi un’eterogenea corrente di pensiero di matrice anglosassone (originariamente anche mittel- e nordeuropea) che potremmo definire “culturalista” (anche se essa ama spesso definirsi, tra gli altri modi, “istituzionalista”). Essa afferma che è il dato culturale, istituzionale e ideologico a modellare e determinare il successo (in primis il successo economico e politico) di una data società e di una formazione statale. Ovviamente, questo spiega (meglio: giustifica) la posizione e il ruolo dominante della civiltà liberaldemocratica anglosassone, bianca, protestante, intesa come vetta suprema della civiltà e della storia umana.

La liberaldemocrazia occidentale è IL fine e LA fine della Storia: ai popoli non bianchi, non anglosassoni e non protestanti è quindi graziosamente concesso di anglosassonizzarsi e protestantizzarsi per giungere all’agognata liberaldemocrazia. Nell’infinita generosità propria dei buoni civilizzatori, gli Statunitensi o gl’Inglesi (a seconda dell’ipostasi storica del medesimo modello vincente) non mancheranno di assumersi il kiplinghiano fardello di un’adeguata e disinteressata assistenza a tale processo.

Perché abbiamo aperto la recensione di un libro che parla della dimensione spirituale e teologica della geopolitica riferendoci a Marx? Perché basterebbe un po’ di sana preparazione marxista “come ne girava un tempo” a smascherare l’inganno? Sì: ma non solo[2].

Lo facciamo anche per sottolineare come Daniele Perra, autore di Dalla Geografia Sacra alla Geopolitica abbia compiuto un passo ulteriore, andando alla ricerca del vino forte, dell’essenza spirituale, religiosa e prima ancora teologica della disciplina geopolitica, anche al fine di smontare le menzogne di cui sopra, ma soprattutto per restituire il rapporto dell’Uomo con lo Spazio in cui egli vive ad una dimensione più alta. Come ho provato ad argomentare nel mio Geopolitica: storia di un’ideologia (che Daniele Perra mi onora di menzionare nella sua opera), la geopolitica, ovvero la disciplina che studia il rapporto tra potere e spazio geografico[3], è un sistema di idee prodotto in modi diversi e con contenuti diversi dalle diverse culture politiche e culture nazionali. È quindi, in re ipsa, un’ideologia.

La ricerca di Daniele Perra indaga da anni il rapporto tra questi sistemi ideologici e i loro presupposti più nobili: quelli filosofici (si pensi a quanto scrive sul pensiero di Heidegger e Schmitt nei suoi articoli per “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici” e nel suo fondamentale Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, pubblicato nel 2019 da NovaEuropa) e più ancora quelli spirituali. Il rapporto tra Uomo e Spazio è, dai tempi delle antiche tradizioni sino alle riflessioni dei teologi, un rapporto sacro. Dentro e Fuori, sacrum e pro-fanum (“che sta fuori dal tempio”) non sono altro che gli anticipatori spirituali delle categorie politiche di Amico e Nemico di Schmitt. La ricchissima opera di Perra spiega quindi il politico con lo spirituale, il fisico con il metafisico.

Come la mia definizione della geopolitica quale “ideologia” non ha nulla di peggiorativo, ma mira anzi a confermarne la dignità se non di “scienza” sicuramente di disciplina, quella di Perra non è affatto un’operazione di retroguardia mirante a risalirne gli alberi genealogici per scovarne antenati nobili – excusatio non petita rispetto all’accusatio che i critici per partito preso della geopolitica muoveranno al suo libro.

È invece un’operazione coltissima che spazia dalle civiltà antiche con i loro portati religiosi, dalle riflessioni di Guénon e dalle dottrine orientali alle visioni culturali ispanoamericane dei Libertadores: un viaggio nel tempo e nello spazio sinceramente affascinante e ricco di spunti e rimandi come i più eruditi testi di un Alessandro Grossato[4] o di un Umberto Eco[5]; con questa fondamentale differenza: mentre Eco è un maestro dell’ironia e del disincanto che non riesce a non tradire un certo scettico (e spesso irritante) disprezzo per le dottrine spirituali oggetto del proprio studio, per Daniele Perra religione, metafisica e teologia sono invece questioni della massima serietà.

Ad esempio, egli sa bene cosa significa la contrapposizione tra il concetto di Europa, un vero “spazio-civiltà” con una propria base spirituale (così come lo spazio persiano o quello della Terza Roma ortodossa) e il concetto di Occidente, storicamente mutevole e non culturalmente definito, e quindi strumentale al potere dell’area anglosassone.

Abbiamo già detto che il libro è il coronamento del lavoro di studio e ricerca svolto in molti anni dell’analista sardo e costituisce il naturale proseguimento e completamento del già menzionato volume su Heidegger. Sottolineiamo il fatto che esso può essere letto anche separatamente, essendo non meno denso di concetti.

Non inganni la piacevole scorrevolezza del testo: come spiega il professor Persico, dantista dell’Università di Bergamo, la religione è una manifestazione esteriore, la vera essenza è nella teologia, rigorosa figlia della Logica. Di riferimenti teologici – inclusi quelli danteschi – il libro è pregno. Daniele Perra raccoglie la sfida intellettuale portata in Italia dal direttore della rivista “Eurasia”, Claudio Mutti: studiare la geopolitica sulla scorta del pensiero tradizionale rappresentato dai Guénon e dagli Eliade.

Si pone quindi nel solco di una tradizione intellettuale di assoluto prestigio, della quale il libro risulta essere un vero e proprio manuale diviso in due macrosezioni: una prima che analizza i concetti chiave della geografia sacra, come ad esempio quello di Polo e Centro[6], e una seconda che passa in rassegna tutte le regioni geopolitiche che hanno una propria rilevanza spirituale, dall’Arabia Felix alla Terra Santa, dall’Eurasia cuore del mondo allo spazio persiano, dall’Ispanoamerica all’Occidente, terra del tramonto.

Se una cultura umana ha prodotto una mistica della propria geografia e una spazializzazione del proprio pensiero religioso, questo libro le raccoglie e le espone con la completezza del manuale universitario. Se il rapporto dell’Uomo con lo Spazio in cui vive ha un rimando teologico, questo libro lo coglie e lo analizza. Se questo rimando è stato banalizzato, strumentalizzato o addirittura inventato di sana pianta dalla sovrastruttura politica (si prenda di nuovo l’esempio dell’artificiosità dell’incostante concetto di “Occidente”, da contrapporre a quello autentico di Europa) questo libro la smaschera.

Non è un libro di divulgazione: non può essere accostato da chi è a digiuno non solo di storia, di attualità politica e di teoria geopolitica, ma anche da chi non ha solide basi di storia delle religioni, antropologia, mitologia e studi tradizionali. Il lettore che invece abbia una buona competenza in tutte queste discipline troverà in quest’opera una sinfonica “messa a fattore comune”. Per il sottoscritto, che ha amato le mitologie del mondo sin dall’infanzia, scoperto Guénon a sedici anni, Eliade a diciotto e la geopolitica a venti, è un vero e proprio livre de chevet.


NOTE

[1] Per ideologia, sia essa religiosa o politica, intendiamo senza alcuna accezione negativa ma in via puramente etimologica un “sistema di idee”.

[2] È la Storia, con i propri intrecci e molteplici complessità, a determinare il successo di una civiltà e di uno Stato, non l’apparato ideologico o istituzionale di questi. L’essere parte di una liberaldemocrazia anglosassone non impedisce all’Alabama di essere uno sgradevole posto in cui nascere, l’essere parte della Ummah islamica o dell’Ortodossia (epitomi dell’arretratezza, secondo gli assertori anglosassoni del culturalismo) non impedì al mondo abbaside di raggiungere vette altissime di civiltà o alla Russia di fondare, espandere e mantenere un impero che, tra gli altri traguardi, ha portato l’umanità ad accedere all’Era Spaziale. Meno ancora che una preparazione marxista dunque: bastano medie letture di Storia.

[3] E che il gergo giornalistico usa assai impropriamente come semplice sinonimo di “Relazioni Internazionali” o addirittura di “Politica Estera”!

[4] Alessandro Grossato, Il libro dei simboli. Metamorfosi dell’uomo tra Oriente e Occidente, Mondadori, 1999.

[5] Umberto Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, 2013. Raccolta di grande erudizione che però manca in pieno il senso profondo della ricerca spirituale dell’Uomo dalla quale deriva la dimensione simbolica delle leggende raccolte, qui presentate come ingenue favolette. A cogliere quel senso si avvicina assai di più l’opera di Grossato menzionata nella nota precedente.

[6] Per conoscere i temi simbolici di Asse e Centro non si può non riferirsi alle due opere fondamentali di Mircea Eliade, Trattato di Storia delle Religioni, Universale Bollati Boringhieri, 2008, e René Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi, 1990