4 Settembre 476: fu la vera fine?

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Il 4 settembre dell’anno 476, il generale Odoacre, re degli Eruli, depone anche formalmente l’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augusto (spregiativamente soprannominato “Augustolo”). 
Ma di cosa fu la fine, se di fine si può parlare?
Sicuramente non fu la fine dell’idea di Impero, che come tale è per natura atemporale, priva di limitazioni spaziali e immune dalle contingenze storiche. La fine di un imperatore o di una serie di imperatori, dunque, non fa per questo tramontare la fonte della sua legittimità, che permane immutata.
Fu, certamente, la fine di un ordinamento politico e statale ormai minato alle fondamenta da secoli di impoverimento e di dispersione della stirpe da cui era scaturito e che, dunque, sopravviveva ormai in forme senili e puramente esteriori.
Ecco, quindi, che anche alla fine dell’Impero romano di Occidente si può applicare con esattezza il principio espresso con estrema chiarezza da Julius Evola con le seguenti parole, tratte da “Orientamenti”:
“Se uno Stato possedesse un sistema politico o sociale che, in teoria, valesse come il più perfetto, ma la sostanza umana fosse tarata, ebbene, quello Stato scenderebbe prima o poi al livello delle società più basse, mentre un popolo, una razza capace di produrre uomini veri, uomini dal giusto sentire e dal sicuro istinto, raggiungerebbe un alto livello di civiltà e si terrebbe in piedi di fronte alle prove più calamitose anche se il suo sistema politico fosse manchevole e imperfetto”.
L’idea di Impero, naturalmente, sopravviverà alle manchevolezze spirituali degli ultimi Romani e si perpetuerà in ulteriori, vigorose manifestazioni storiche, ad attestazione – ove ancora ve ne fosse necessità – del fatto che le forme tradizionali sopravvivono alle contingenze e non patiscono alcun oscuramento, né passano mai di “moda”, essendo espressioni dell’ordine naturale e non di qualche estroso quanto cedevole sforzo creativo di un singolo o di una collettività.