Elogio del banco di scuola. E del compagno di banco

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Quel fenomeno della Azzolina, Ministro dell’Istruzione (vengono i brividi solo a scriverlo…), insieme ai suoi illuminati consiglieri, dispone che i banchi della “scuola post-Covid” siano singoli e con le rotelle, per la tutela – dicono – della salute dei nostri bambini e ragazzi.
E allora dobbiamo dire addio all’inconfondibile e mitico banco a due posti, in legno compensato, che ha accompagnato generazioni su generazioni di italiani nei loro percorsi scolastici, dalle elementari sino al liceo. E questo abbandono, forse, non è solo una nota nostalgica… E’ qualcosa di più. Perché quel banco, con le sue gambe metalliche arrugginite e i suoi angoli sbeccatii, probabilmente significa tanto per molti di noi…
Significa “appartenenza“: il banco è tuo e del tuo compagno di banco, decidete voi – e solo voi – chi ci si siede e chi può starci intorno. E’ confine, è delimitazione, appartenenza. Quando entrate in classe la mattina, nessuno lo occupa perché il banco è vostro e solo vostro. Ognuno al posto suo e si va d’amore e d’accordo (o quasi).
Significa “compagno di banco“: anni e anni accanto alla stessa persona, a volte scelta da te, a volte scelta dalla prof. – che ti mette accanto una tipa tranquilla, nella speranza che tu non faccia troppo casino in classe. E se ti capita bene, trovi un amico, un complice, un ragazzo con cui condividi per anni le stesse ore noiose di lezione, le stesse paure per i compiti in classe, gli stessi appunti passati di nascosto dalla secchiona del primo banco. Se tu arrivi tardi, lui ti ha tenuto il posto e puoi stare sereno che non ci farà sedere nessun altro. E viceversa. A volte ci sono incomprensioni, magari si litiga, ma poi suona la campanella, inizia una nuova giornata di lezioni e tutto passa perché oggi c’è il compito in classe e bisogna collaborare.

Significa “ultimo banco“: in genere è sempre la posizione di qualche compagno di classe troppo vivace, di quello che fa casino oppure sta sempre con la testa da un’altra parte. Ma a volte accade che proprio quello troppo vivace, quello che passa ore con lo sguardo sulle fronde dell’albero fuori dalla finestra, quello che parla di simboli e la pensa sempre diversamente dalla lagna della prof., sia quello che non si accontenta della lezioncina impartita dall’ennesima docente promossa col ’68, ignorante più di te ma sempre ‘fedelissima’ alla retorica perbenista e buonista del politicamente-corretto e antifascista. Certo, a scuola fa quel che si deve fare e supera sempre l’anno con buoni voti. Ma lo vedi che non appartiene a quella ‘cultura’, lo vedi che è altro. Non si accontenta di tanta pochezza perché sa che la Maestra è un’altra. E’ la Tradizione. E allora, appena finisce la giornata di scuola, prende il suo zaino sfondato, il suo motorino scassato, ti offre un passaggio e ti porta in sede. Dove ci sono i suoi camerati. Ed è allora lì che si fa cultura vera, si fa ‘coltura di uomini’, si fa Kultur, si fa militanza.