SÌ o NO? La nostra idea (rivoluzionaria) sul Referendum

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(a cura della redazione di AzioneTradizionale.com)
In queste settimane molti, anche “a destra”, stanno interrogandosi sul voto da esprimere sul referendum costituzionale che il prossimo 20 e 21 settembre gli italiani saranno chiamati a votare. Alcuni ci hanno scritto per sapere come la pensiamo e, non avendo effettivamente preso ancora posizione, vale forse anche dire la nostra, non per spirito di schierarsi a tutti i costi ma, anzi, per dire qualcosa che non leggerete altrove.
Dal canto nostro, l’obiezione più facile, sarebbe quella di snobbare questa ennesima competizione elettorale, coerentemente con la visione antidemocratica che ci contraddistingue. Inoltre, questa sembra l’ennesima trovata propagandista e populista dei 5stelle (ormai incatenati alle loro poltrone), una riforma che tecnicamente fa acqua da tutte le parti. Al di là di questi temi secondari, comprendiamo, tuttavia, la necessità di molti amici e camerati che cercano un orientamento più puntuale, su cui esprimere una loro idea ed eventualmente una preferenza. Andiamo, perciò, oltre la facile tentazione della scheda bianca, fornendo non tanto una risposta sì/no al quesito referendario, ma offrendo molto di più e cioè una suggestione politica e molto pratica, che potrebbe aiutare a districarsi non solo di fronte al quesito referendario, ma proprio circa l’idea dello Stato che deve animarci.
Una riforma parziale e sbagliata
E’ questo, infatti, a nostro avviso il grande vuoto che l’occasione di una revisione costituzionale (in questo caso, tramite un referendum), pure, potrebbe colmare: tornare a parlare dell’idea di Stato. Senza, infatti, una consapevole e chiara visione di questo, come ci si può cimentare in quelli che diventano così solo inutili “ludi cartacei” (come il Fascismo definiva, appunto, le elezioni)? Oggi che dello stato resta solo una vuota e lottizzata burocrazia, più o meno asservita ai voleri stranieri, già soltanto fare questo sarebbe molto più rivoluzionario che non stare a scervellarsi se il numero dei parlamentari dev’essere di 600 o di 300. Eppure è lo Stato il grande assente dal dibattito politico dei nostri tempi.
Infatti, non ci si può limitare a ipotizzare un taglio dei parlamentari, pensando che questa sia la panacea attraverso cui il sistema – finalmente alleggerito dalle sue mastodontiche dimensioni – inizi finalmente, magicamente, a funzionare. Se qualcuno crede a questo beh, allora, tanto vale che si creda anche alle fatine dei boschi e agli asini volanti, quindi sfatiamo subito, e senza tergiversare ulteriormente, questa velleità da rottamatori tardivi. Il problema della rappresentanza, infatti, non è quantitativo ma, come sempre del resto, qualitativo. Dobbiamo quindi ribaltare il quesito referendario e non tararlo più sulla logica del taglio orizzontale dei rappresentanti, bensì ipotizzarlo ex novo, ripensando ad una (re)visione verticale circa il ruolo e funzione di una (o due camere) rispetto agli interessi popolari.
Numero dei rappresentanti? Conta chi è il rappresentante e chi è il rappresentato
Come si può quindi sintetizzare la premessa antidemocratica con cui abbiamo iniziato con la necessità politico-istituzionale di ristrutturare le Camere? La soluzione è semplice, e non è affatto nostra. Occorrerebbe, semmai, ripensare qualitativamente il senso della rappresentanza, spostandolo dal criterio del suffragio universale e della mera rappresentanza proporzionale citttadino/eletto, ad un criterio funzionale e organico, tale per cui la rappresentanza sia espressione dei corpi economico-produttivi e sociali del Paese. Un lungo giro di parole per dire che le camere non solo possono, ma debbono esistere, però in funzione corporativa, cioè a rappresentare le istanze di quelli che un tempo avremmo definito “corpi intermedi” (funzionali, lavorativi, locali, culturali) della nazione e che oggi, in un’epoca di modernità liquida e di lobby, sono negati ed evocati, al massimo, in qualche kermesse che si ammanta di essere la riesumazione degli “stati generali” di questo o quell’altro interesse particolare.
Corporativismo, per lo Stato Organico
L’obiezione di molti potrebbe essere: “non voglio essere rappresentato meno, bensì meglio“. Corretto. Ed è proprio a questo a cui perviene la logica corporativa applicata al criterio della rappresentanza parlamentare. E questo è tanto più vero quanto, ai giorni nostri, viene meno la funzione ed il senso di iniziative quali i sindacati che, pure, ebbero in origine un senso e un merito, soprattutto quando si svilupparono in senso corporativo. Questo nostro ragionamento, infatti, è tanto più vero a fronte del calo vertiginoso delle iscrizioni alle associazioni sindacali nazionali che abbiamo denunciato tempo fa. Perché questo calo? Semplice: la strenua difesa degli interessi LGBT anziché quelli dei lavoratori, sterili opposizioni al confronto, divisione e campanilismo, hanno prodotto una disaffezione totale dei lavoratori verso chi avrebbe dovuto rappresentarli. Il risultato è che TUTTI i lavoratori, privati di una camera di rappresentanza, nonché di associazioni che li tutelino (i sindacati) sono privi di rappresentanza, il che ci riporta alla nostra riflessione globale sul senso del referendum come occasione persa per ripensare il senso ed il ruolo del parlamento.
A dimostrazione che il modello del Corporativismo è l’unica ‘opzione di lotta’, come ci ricordava il nostro caro Rutilio Sermonti. Perché la Giustizia è Sintesi, non divisione ma neanche mera e ottusa moltiplicazione dei rappresentanti del popolo. E nella possibilità di riunire ciò che è sparso sotto ad un principio superiore e universale sta, proprio, la funzione dello Stato che dobbiamo avere in vista di là da ogni mero riformismo da quattro soldi, fatto a colpi di referendum costituzionale.