QUESTA È SPARTA – 2

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«Non sta scritto da nessuna parte che mi tocca vivere per forza e a qualunque costo»
(Le Virtù di Sparta, Plutarco – ed. Adelphi)
Questa frase è attribuita al re spartano Agesilao, pronunciata in replica alla prescrizione di una cura medica elaboratissima. Al medico che gli aveva raccomandato una cura efficace ma complicata da seguire, il re risponde che non è disposto a superare la malattia ad ogni costo. Ad una cura che lo costringe a vivere ogni giorno come se fosse malato, preferisce accettare la morte.
La fame insaziabile di vita è una voracità che va placata, una malattia che va curata. La morte è una fase inevitabile della vita ed essa va accettata di buon grado perché è parte della vita stessa. Allo stesso modo, ricercare il pericolo e sfidare la morte è un atteggiamento titanico di chi per orgoglio non è capace di riconoscere i propri limiti. Il re spartano, riconoscendo il vero valore della vita, non è disposto a pagare qualsiasi prezzo pur di vivere. Ciò che conta non è quanto si vive ma come si vive
Nel momento dell’accettazione della morte e del confronto con la malattia si rivela il carattere di un uomo. Chi è consapevole di aver ben speso la propria esistenza terrena non avrà rimpianti nel doversene staccare, chi riconosce di aver vissuto intensamente, al di là dell’aspetto anagrafico, non si darà tormento per poter vivere un anno in più. Chi ha vissuto nella viltà, nell’avidità di donarsi, nel sospetto verso gli altri, non sarà mai sazio della vita perché in definitiva non avrà mai vissuto.
In passato il contatto con la malattia e con la morte era quotidiano e non ci si scandalizzava; si aveva una certa familiarità con quello che era un destino inevitabile per tutti. Oggi invece si prova vergogna per la morte, la si tiene nascosta, lontana dai discorsi con gli amici, senza rendersi conto di vivere da morti, ogni giorno nervosi, insofferenti ed impigriti. La vita è un dono e per questo va vissuta con pienezza.
Vivere a lungo ad ogni costo, per avere di più senza per questo essere migliori, è il risultato di una società che rifiuta la morte e che detesta invecchiare. Come se l’uomo potesse vincere la battaglia contro l’inesorabile scorrere del tempo.
Chi invece di battaglie e di guerre ne ha combattute parecchie è Léon Degrelle che su Militia ammonisce che «non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni ed oltre. Tutto questo è vano e sciocco. Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne la debolezza ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sé felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo delle forze?».
Tutto questo monito non deve assolutamente essere confuso con la giustificazione delle politiche della morte portate avanti da questo mondo putrescente: ci riferiamo, ad esempio (ma abbiamo avuto già modo di parlarne molte volte…) alla diabolica pratica dell’eutanasia, che viene rivendicata come ‘diritto civile’ ma che di fatto non è che un omicidio-suicidio volto a svilire il dono della vita per ‘non soffrire’ – come se soffrire non facesse parte esso stesso della vita – e per ‘eliminare il disturbo’ di malati che costano e occupano posti-letto senza concrete prospettive di riprendersi, come se la vita che non contribuisce al PIL fosse una perdita di tempo. Inoltre, sempre per fare un esempio di ciò che questo articolo non vuole assolutamente propugnare, è l’aborto: con le motivazioni e scuse più improbabili e disparate, si vuole far passare come ‘gesto di umanità’ l’assassinio di una futura vita e l’impedimento dello sviluppo naturale del Disegno superiore: “eh, la mamma non lo vuole e non si sente pronta“, “eh, quel bimbo sarebbe figlio di una violenza“, “eh, nascerebbe con una patologia e la sua vita non sarebbe come quella degli altri bimbi“… Tutte scuse meschine, per anteporre l’Io al proprio dovere.
  • Leggi qui per approfondire il tema ‘aborto’
  • Leggi qui per approfondire il tema ‘eutanasia’
Ai giovani di oggi che vivono in un tempo di agiatezza, lontani dalle guerre combattute con le armi e i cui petti non sono infuocati da ideali che spingono fino al sacrificio della vita, la battaglia con la morte sembra non appartenere. L’amore per la vita non si manifesta solo nel momento del crepuscolo ma in ogni piccola battaglia quotidiana in cui siamo chiamati a compiere il nostro dovere anche se esso comporta – forse non il prezzo della vita – ma un prezzo comunque caro che è quello dell’emarginazione.
Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa. Quel che importa è morire bene. Soltanto allora inizia la vita.” (Léon Degrelle, Militia)