Taglio delle Poltrone: quello che nessuno dice

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Non si è soliti affrontare tematiche di stringente attualità politica né tantomeno ci appassiona particolarmente il tema del prossimo referendum con il quale gli italiani sono chiamati ad esprimersi sul taglio di 345 tra Deputati e Senatori. Si vuole però cogliere l’occasione per ribadire alcuni concetti che nessuna delle due campane che suonano chiassosamente per il “sì” o per il “no” ha mai preso in considerazione.
Secondo l’utopia democratica, quello tra eletto ed elettore è un patto stipulato nel momento dell’espressione del voto per il partito che designa il candidato di quel determinato collegio. I soggetti coinvolti in questo patto sono tre: il rappresentato, il rappresentante e la lealtà al “contratto” che li lega. Proprio su quest’ultimo elemento si vuole focalizzare l’attenzione.
Ma conosciamo i nostri tempi: l’uomo moderno è incapace di rispettare la parola data, segno ineffabile della decadenza dei tempi che corrono, della degradazione morale individuale e dello sfaldamento dei rapporti sociali in generale. In questo grande supermercato globale in cui tutto è misurato esclusivamente in funzione del valore economico, anche i rapporti umani si riducono ad uno scambio di benefici pur mancando l’essenza stessa dell’accordo, ovvero la fiducia tra le parti.
Nell’antica Roma i patti si fondavano indissolubilmente sulla fiducia riposta tra i contraenti e sulla loro lealtà al mantenimento delle promesse. Riprova della sacralità di questo vincolo è il fatto che sul Campidoglio, accanto al tempio di Giove, sorgeva un tempio dedicato a Fides a tutela dei patti stipulati dalle parti e della stretta di mano (destra) che sanciva l’accordo. Stringendosi la mano si condivideva la stessa sorte, divenendo consorti. Una tale visione del mondo poteva reggersi solo su una società profondamente consapevole che alla base del “contratto sociale” vi era prima di tutto un patto fra l’uomo e la Divinità.
Più tardi, nel Medioevo, la società si fondava su un legame di fiducia che univa i cavalieri ai loro signori feudali, e tramite questi ultimi al Sovrano o all’Imperatore. Un’epoca basata su una concezione del mondo religiosa e spirituale che considerava il vivere sociale in maniera molto diversa dall’attuale.
Oggigiorno il problema della mancanza di credibilità della classe politica si insinua nell’assoluta mancanza di sacralità dell’accordo tra eletto ed elettore. Pertanto, più che sugli agenti di quel patto, l’attenzione va rivolta sulla fiducia reciproca che anima il patto stesso e che ne rappresenta l’elemento imprescindibile in quanto “pacta sunt servanda” (ossia gli accordi vanno rispettati).
Se si ritengono indegne di fiducia alcune persone, perché le stesse dovrebbero meritarsela riducendone il numero? Un eletto disonesto può forse cambiare la propria natura aumentando il numero di elettori che egli rappresenta?
Domande retoriche che rendono ancora più opportuno che la questione sia portata da un piano limitatamente quantitativo ad uno propriamente qualitativo. Si auspica piuttosto l’assunzione reale e fattiva di responsabilità tanto da parte dell’eletto che dell’elettore, affinché il primo senta su di sé l’onere e l’onore di rappresentare l’altro, ed il secondo prenda maturità nel giudicarne l’operato, sia vigile e chieda conto di quanto accordato.
Ogni valutazione di carattere quantitativo lascia molti dubbi, sia esso un punto di vista meramente numerico (rapporto eletti/elettori), economico (un equivalente risparmio si potrebbe ottenere abbassando l’indennità anziché riducendo gli indennizzati) oppure legato alla durata del processo legislativo (non è chiara la relazione secondo cui un rappresentante dovrebbe lavorare meglio e più velocemente aumentando il numero di coloro che sono da egli rappresentati). Quella che andrebbe risolta è una questione di carattere qualitativo che riguarda l’inviolabilità, la sacralità, del contratto stipulato che non può prescindere dalla vera fiducia tra le parti e dalla qualificazione delle stesse.
Al giorno d’oggi in ogni ambito (da quello della produzione industriale in scala a quello dei best seller sugli scaffali in libreria, da quello gastronomico a quello dei beni di consumo) si registra un deperimento della qualità conseguente al necessario aumento della quantità in circolazione. Un rapporto di “proporzionalità inversa” riscontrabile pressoché ovunque che, se applicato alla rappresentanza democratica, indurrebbe a propendere per la soluzione dell’uomo solo al comando. Ovvero, riducendo al minimo la quantità, secondo questo rapporto, si massimizzerebbe la qualità. Soluzione aberrante per i benpensanti dell’epoca più democraticistica della storia.
In preda al parlamentarismo su qualunque tema e dominati dalla bramosia di esprimere ognuno la propria opinione (spesso omologata alla vulgata dominante oppure stravagante ad ogni costo pur di sembrare originali) nessuno degli opinionisti da salotto televisivo o degli intellettuali da editoriale sui giornaloni pare abbia preso in considerazione seriamente e in profondità il punto che si è cercato di esaminare in queste pagine. L’unico taglio netto di cui si sente il bisogno è quello della lingua di chi sproloquia di sperperi di denari pubblici o di attentato alla democrazia, senza aver riflettuto almeno un momento su quanto sia stata svilita la dextrarum iunctio, quella stretta della mano destra tra le parti che “unendo la destra con la destra, stringevano la fides”.