Tre Uomini, Tre Vite (tratto da Enneadi, Plotino)

163
tratto da PLOTINO, ENNEADI V, 9, 1, traduzione di R. Radice, Mondadori
Tutti gli uomini da principio, una volta nati, si servono prima della sensazione che dell’Intelligenza, e, per forza di cose, incontrano all’inizio oggetti sensibili.
Alcuni, poi, si fermano a questi per tutta la vita, ritenendole le prime e ultime realtà, e ciò che essi hanno di doloroso e di piacevole lo considerano rispettivamente il male e il bene. Di questo si accontentano, e così passano il tempo sfuggendo l’uno e ricercando l’altro.
Coloro che si attribuiscono la ragione, hanno assegnato a questa il titolo di sapienza; ma, invero, essi assomigliano a uccelli pesanti che, gravati dai molti oggetti raccolti da terra, non riescono a spiccare il volo, pur essendo per natura dotati di ali.
Altri, invece, si sono sollevati un poco da queste bassezze, dato che la parte predominante dell’Anima li muoveva da ciò che è piacevole a ciò che è più bello; ma, poi, non riuscendo a contemplare il mondo superiore, e non avendo un luogo in cui fissarsi, ricaddero con quella loro virtù – una virtù solo di nome – che ha attinenza con le azioni e con le scelte delle cose terrestri, da cui all’inizio avevano pur tentato di elevarsi.
Ma c’è un terzo genere di uomini divini, provvisti di una tempra migliore e di una vista più penetrante. Costoro, in un certo modo, per effetto della loro perspicacia, vedono lo splendore di lassù e si elevano fin là, superando le nubi e l’oscurità del mondo, per stabilirsi là a guardare da quelle altezze tutte le cose terrene, godendo a un tempo di quel luogo autentico e familiare, come un uomo che, dopo un lungo girovagare, giunga finalmente nella sua patria, governata da buone leggi.