Rigenerazione Evola | Animus e Anima

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In questo importante articolo che Evola pubblicò in una prima versione nel 1937 su “Il Regime Fascista”, per poi riproporlo qualche anno dopo con delle modifiche su “La Stampa”, il barone scrisse apertamente delle due componenti dell’essere umano ultronee rispetto al corpo; quelle che possiamo chiamare anima e spirito, su cui eravamo tornati qualche giorno fa presentando l’articolo evoliano “L’uomo moderno ignora i mutamenti della sua psiche” (“Roma”, 1957), ricordando, fra l’altro, come questi due elementi fossero ben conosciuti e separati nel mondo greco-romano (l’animus contrapposto all‘anima presso i Romani, il nous contrapposto alla psyché presso i Greci), e come in ogni caso se ne trovi traccia in tutte le tradizioni spirituali, Cristianesimo compreso, in forme più o meno esplicite a seconda anche del contesto causale e spazio-temporale di manifestazione delle tradizioni medesime.

L’articolo, che riproponiamo nella versione de “La Stampa” del 1943, è particolarmente interessante proprio per la disanima specifica che Evola fa delle due componenti extracorporee dell’uomo.

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di Julius Evola

tratto da “La Stampa”, 2 luglio 1943 (rielaborazione dell’articolo apparso originariamente  su “Regime Fascista”, 2 novembre 1937)

Uno dei segni caratteristici della decadenza di ciò che noi chiameremmo la «civiltà virile» nell’èra moderna, è la confusione fra due principi, che l’antico mondo tradizionale, e la romanità in prima linea, teneva ben distinti: il vero spirito, o animo, e l’anima.

(immagine tratta liberamente e senza modifiche da pixabay.com (free simplified pixabay license; author: geralt)

Come l’antica Grecia mai pensò di confondere la psyché col nous, ossia l’anima con la «mente», elemento olimpico e divino nell’uomo quanto l’altra, invece, è una realtà confinante con la sensibilità fisica e con la vita animale, del pari l’antica romanità oppose all’animus, quale principio maschio, e luminoso della vita spirituale e morale dell’uomo, l’anima quale principio feminile della vita affettiva, emozionale e passionale, e, in più, quale forza vitale, quale principio puramente animale (e la parola «animale» viene proprio da «anima») della vita, quale entità promiscua e quasi subpersonale. Se sia l’animus, sia l’anima non sono da confondere con la realtà grossolana del corpo, sussistono tuttavia fra l’uno e l’altra dei precisi rapporti gerarchici: in ogni uomo degno davvero di questo nome, è l’animus, è il nous il principio sovrano; l’anima resta, di fronte ad esso, qualcosa di puramente terrestre, di passivo, di fuggente, come fuggente è lo stesso soffio vitale del corpo, ad essa significativamente connesso da espressioni come animam emittere, animam expirare per «morire». (1)

La romanità conobbe anche il detto: sapimus animo, fruimur anima: sine animo anima est debilis. All’animus veniva cioè connessa la forza e la facoltà di conoscenza in senso superiore, all’anima invece l’affettività, l’eros, il godere e il patire. Sine animo anima est debilis, cioè l’animus è ciò che definisce il vir, l’uomo in senso eminente, opposto ad homo, uomo in senso generico. All’animus si lega la «felicità eroica», quella che nulla può turbare e travolgere; all’anima, invece, la felicità bramosa, precaria per eccellenza, perché determinata da oggetti che non dipendono da noi, provocata più da un «patire» che da un vero «agire».

È vero che nello sviluppo dell’antica lingua romana si incontrano talvolta, nel riguardo, dei significati divergenti, come per esempio quando l’animus va a significare una disposizione affettiva ovvero orgoglio, fierezza, coraggio; tuttavia, predominanti sono i significati ora accennati.

L’imperatore Publio Elio Adriano, che nella celebre poesia “Animula vagula blandula” si congedava dalla sua anima, destinata a vagare per “luoghi incolori, freddi e spogli” (“loca pallidula, rigida, nudula”): una descrizione di quell’Ade in cui l’anima dovrà “combattere” e purgarsi prima di poter ascendere ai livelli superiori (free image from wikipedia commons, author: Marie-Lan Nguyen)

E su tale base si può ben dire, che l’antica civiltà romana fu fondamentalmente una civiltà virile dell’animus, una civiltà che ebbe per ideale l’assoggettare l’anima alla forza spirituale centrale, eroica e, diciamo così, olimpica, costituente l’essenza dell’umana personalità. È, questo, un ideale classico e, in genere, ario.

Nello sviluppo successivo della civiltà occidentale vediamo tuttavia realizzarsi una curiosa traslazione di significati. È dell’anima che ora, in prevalenza, si va a parlare: ci si chiede, appunto, se l’anima esiste, se l’anima è immortale, se l’anima è stata «creata» e se essa subirà delle sanzioni nell’oltretomba, e così via. Il termine animus si può dire che praticamente scompare, sussistendo di esso solo i significati secondari, ad esempio il significato di «animosità», che in fondo riporta proprio all’anima e alla parte irrazionale e feminile dell’essere umano, come secondo il detto: mulier non habet animam sed animumSempre maggior voga ha invece il termine «spirito», avente un significato da per sé vago. Etimologicamente, lo spirito infatti è il «soffio», rimanda a àoàein, ad ànemos, termini greci che si ritrovano alla base tanto di animus, quanto di anima. Del resto, questo termine «spirito» appartiene soprattutto al linguaggio astratto e filosofico: nei riguardi dei problemi «spirituali» è quasi sempre dell’anima che, nel linguaggio comune, si parla.

Chi crede che la trasformazione delle parole riflette quella delle idee, nel constatare tutto ciò non può non avvertire qualcosa di preoccupante: poiché, volgendo lo sguardo al complesso della storia, fin troppi segni eloquenti gli dicono che, effettivamente, l’uomo occidentale moderno da una civiltà virile dell’animus si è sempre più spostato verso una civiltà feminili dell’anima, ovvero ancora dell’animus, però non più nel senso di nous, di principio sovrano ed olimpico, ma nel senso di principio irrazionale, vitale e passionale. Sembra cioè che l’uomo moderno sia stato portato a spostare il centro della sua personalità appunto sul piano di una spiritualità confondentesi con la emotività, con la «vita», con l’istinto, con la sentimentalità, insomma con ciò che si potrebbe chiamare «l’Io del corpo» e che in Oriente si concepiva come un dèmone feminile.

Peraltro questo rivolgimento ha avuto per fatale conseguenza il depotenziamento e lo svuotamento di tutto quel che non è «anima». Sorto il mondo esangue della mera cultura, della speculazione, del razionalismo, si produce un vero e proprio capovolgimento: poiché mentre l’uomo antico poteva dire: sine animo anima est debilis, l’uomo moderno può affermare: sine anima animus est debilis, nel senso che tutte le idee e le astrazioni che in lui hanno preso il posto dell’antico animus olimpico ed eroico in tanto, ormai, hanno un potere, in quanto, a vivificarle e a muoverle, stanno impulsi e correnti irrazionali scaturenti dal basso, dall’«anima» in senso antico.

Emblema 30 dell’”Atalanta fugiens”,opera letteraria dai contenuti alchemici del medico-musicista tedesco Michael Maier (1566-1622)

Ed è proprio questa, in fondo, l’essenza dello spirito «romantico» e, poi, della moderna «religione della vita» – partendo da un Bergson e da una Klages fino a tutta la psicanalisi e ad analoghe discipline. In tutta questa corrente di pensiero è ben visibile la tendenza a travolgere ogni sbarramento ed ogni controllo da parte della ratio, del principio cosciente, e di esaltare come forza primaria dell’essere umano l’ente vitale e irrazionale. Per Klages, è l’antagonismo dello «spirito», principio irreale, eterno avversario dell’«anima», la causa di ogni specie di mutilazioni e di impoverimenti della vita. Per la psicanalisi, il subconscio e l’inconscio è il vero sovrano della vita umana: impresa vana, creatrice solo di nevrosi e di ogni specie di fenomeni patologici, il tentativo di contrastarlo, di imporgli una norma, una legge non conforme alla sua volontà. Resta possibile, al massimo, la «sublimazione» – vale a dire: che quella sfera, che tradizionalmente fu concepita come il luogo di manifestazione di qualcosa di più alto della vita, di una realtà eroica, intellettuale e morale in senso superiore, può solo accogliere delle esalazioni e delle forme mutate di apparire di energie che sono sempre dal basso, dal «sottosuolo» di ogni vita umana normale.

Questa è la forma-limite del capovolgimento accennato. Ma sulla stessa direzione stanno molti altri aspetti della cultura e della civiltà moderna. Il materialismo dell’epoca che ci ha preceduti ha fatto si che, una volta cessato di contare fino ad uno – la materia – si è saputo contare solo fino a due: la materia e lo spirito. Questo è una specie di sacco che contiene ogni sorta di cose, in una contaminante promiscuità. Un compito di importanza fondamentale, non solo per ciò che è in genere civiltà, ma anche per le sue manifestazioni politiche, è quello di discriminare nuovamente e di ristabilire la vera gerarchia dei valori interni. E quando si sia riusciti ad isolare ciò che è davvero spirito, animus, virilità interna e spirituale, e a restituirgli lo scettro sì che sulla sua base si compia la riorganizzazione ferma e unitaria di tutta una esistenza, allora la nostra lotta e l’opera di ricostruzione del nostro mondo avranno delle premesse, che ad esse difficilmente saprebbero essere assicurate da qualsiasi azione dall’esterno.

Nota redazionale

(1) Oltre ad altri rimaneggiamenti e variazioni, è interessante notare come nella versione del presente articolo pubblicata su “Il Regime Fascista” figurava in questo punto un ampio commento di Evola, non più riproposto nella versione de “La Stampa”, in cui si faceva riferimento alla ripartizione propria alla tradizione taoista cinese tra l’hunl’elemento spirituale legato al principio maschile yang, destinato a sopravvivere alla dipartita fisica, ed il po, l’elemento strettamente psichico-animico legato al principio femminile yin, che rimane legato quale residuo psichico al corpo (si pensi, in tal senso, alla distinzione nella tradizione egizia tra il ba ed il ka): “Con queste sue vedute la romanità andava a connettersi ad un insegnamento tradizionale generale. Infatti questo dualismo nell’interiorità umana è lo stesso che i Greci significavano nella opposizione del thimos e del nous maschile rispetto alla femminile psyché, che è appunto l’ «anima» dei latini; è quello stesso che portò la tradizione estremo-orientale a distinguere il hun, derivato dallo yang, che è il principio cosmico maschio associato al «cielo», dal po, che è l’anima corporea, inferiore, terrestre, data spesso con tratti demonici e riferita all’yin, al principio cosmico femminile associato alla «terra». E con la morte dell’uomo appunto alla terra ritorna il po, anima o psyché, mentre lo hun ascende e dà nascita ad un «dio». In forme diverse ma equivalenti, lo stesso insegnamento può ritrovarsi in molte altre grandi tradizioni“.