RigenerAzione Evola | Limitazione dell’exoterismo (prima parte)

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a cura della redazione di RigenerazionEvola

Ritorniamo oggi sul tema esoterismo-essoterismo, monoteismo-politeismo. Ci eravamo lasciati con René Guénon ed il suo celebre scritto sulla necessità dell’exoterismo tradizionale, oggi con grande piacere ospitiamo per la prima volta su RigenerAzione Evola il maestro Frithjof Schuon (1907-1998), metafisico svizzero di nascita, di padre tedesco e madre alsaziana, discepolo dello Shaykh Ahmad al-Alawî, che lo accolse nella sua tarīqa sufi nel 1932, e quindi successivamente lui stesso guida spirituale. Lettore, studioso e conoscente di René Guénon, ne analizzò l’opera in un celebre saggio in cui non risparmiò peraltro critiche al maestro di Blois (“Considerazioni sull’opera di René Guénon“).

Frithjof Schuon

Schuon è  stato sicuramente uno dei più attenti studiosi dell tema dell’unità metafisica delle forme religiose regolari e del rapporto esoterismo-exoterismo. Dalla sua famosa opera “Unità trascendente delle religioni“, proponiamo il secondo capitolo, suddiviso in due parti, in cui Schuon offre al lettore, con linguaggio accessibile, nonostante la difficoltà delle tematiche trattate, chiarimenti di fondamentale importanza sulla prospettiva exoterico-religiosa, soffermandosi in primis sul concetto di “limitazione” proprio a tale prospettiva (in contrapposizione al carattere di universalità proprio alla prospettiva esoterico-metafisica), su cui aveva scritto anche Julius Evola (con specifico riferimento all’exoterismo cattolico), in alcuni passi da noi riproposti nella breve antologia di riflessioni sul tema da parte del barone, proposta all’inizio di questo filone (“Prospettive dell’exoterismo“).

Basilari le analisi di Schuon sul rapporto tra piano esoterico ed exoterico, sull’importanza della metafisica e dell’esoterismo quale fondamento invisibile della dimensione exoterica, in mancanza del quale quest’ultima “approda alla propria negazione” e “s’irrigidisce in un dogmatismo letteralista, produce inevitabilmente la miscredenza; l’atrofia arrecata ai dogmi con la privazione della loro ‘dimensione interna’ ricade su di essi dall’esterno, in forma di negazioni eretiche e atee”. Quando, in “circostanze cosmologicamente necessarie”, cioè in questi tempi ultimi del presente ciclo cosmico, quel nucleo di dottrina trascendente viene meno,  Schuon ci spiega che “l’edificio tradizionale è scosso, crolla perfino in parte, e finisce col trovarsi ridotto a ciò che esso comporta di più esteriore, ossia il letteralismo e la sentimentalità”, e la prospettiva exoterica “non potrà che ripiegarsi interamente su sé stessa”, fino a degradare in “un corpo greve e opaco la cui densità stessa provocherà fatalmente delle fenditure, come dimostra la storia moderna della Cristianità“, “annientato dalle conseguenze esteriorizzate delle proprie limitazioni, queste essendo diventate per così dire totali”. Parole di una chiarezza e di un rigore cristallini, di evidentissima attualità e di grande impatto concettuale, ove riecheggia in più punti l’esposizione guénoniana, soprattutto circa lo scadimento della religione in mero moralismo, quando vengano meno due degli elementi fondanti della prospettiva religiosa, cioè il dogma (trasposizione in chiave essoterica della dottrina metafisica) ed il rito, lasciando che il terzo elemento, la morale, abbandonata a sé stessa, imploda fino a scadere, appunto, in moralismo, sociologia laicizzata.

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di Frithjof Schuon

Tratto da “Unità trascendente delle religioni” (cap. II)

La visuale exoterica, che propriamente parlando esiste – almeno in ciò che ha d’esclusivo di fronte alle verità superiori – soltanto nelle tradizioni monoteistiche, non è altro in fondo che quella dell’interesse individuale più elevato, ossia esteso all’intero ciclo di esistenza dell’individuo e non circoscritto semplicemente alla vita terrena. La verità exoterica o religiosa è dunque limitata per definizione, e ciò data la limitazione della sua finalità, senza che tale restrizione possa tuttavia ledere l’interpretazione esoterica di cui questa stessa verità è suscettibile grazie all’universalità del suo simbolismo, o piuttosto, prima di tutto, grazie alla duplice natura “interiore” ed “esteriore”, della Rivelazione medesima; quindi il dogma è insieme un’idea limitata e un simbolo illimitato.

Per dare un esempio, diremo che il dogma dell’unicità della Chiesa di Dio deve escludere una verità come quella della validità delle altre forme tradizionali ortodosseperché l’idea dell’universalità tradizionale non è di nessuna utilità per la salvezza e può anzi recarle nocumento, poiché essa provocherebbe quasi inevitabilmente, in coloro che non possono elevarsi sopra tale prospettiva individuale, l’indifferenza religiosa e perciò la negligenza dei doveri religiosi il cui compimento è appunto la condizione principale della salvezza; invece questa stessa idea dell’universalità tradizionale – idea che è più o meno indispensabile alla via della Verità totale e disinteressata – è tuttavia inclusa simbolicamente e metafisicamente nella definizione dogmatica o teologica della Chiesa o del Corpo mistico di Cristo; o anche, per parlare il linguaggio delle altre due religioni monoteistiche, il Giudaismo e l’Islam, rispettivamente per mezzo della concezione del “Popolo eletto”, Israel, e di quella della “sottomissione”, El-Islâm, viene simboleggiata dogmaticamente l’ortodossia universale, il Sanâtana-Dharma degli Indù.

Chiaramente la limitazione “esteriore” del dogma, limitazione che gli conferisce proprio quel carattere dogmatico, è perfettamente legittima, giacché la prospettiva individuale, alla quale questa limitazione corrisponde, è una realtà sul suo piano d’esistenza. Data tale realtà relativa, l’ottica individuale non in ciò che può avere di negativo rispetto a una visuale superiore, ma in ciò che ha di limitato per il semplice fatto della sua natura, può e deve perfino integrarsi, in qualsiasi modo, con ogni via a finalità trascendente; in questo aspetto l’exoterismo o piuttosto la forma in quanto tale non implicherà più una visuale intellettualmente ristretta, ma avrà solamente la funzione d’un mezzo spirituale accessorio, senza che la trascendenza della dottrina esoterica ne sia lesa, nessuna limitazione essendole imposta per motivi d’opportunità individuale. Non bisogna confondere, infatti, la funzione della visuale exoterica con quella dei mezzi spirituali dell’exoterismo: tale visuale è incompatibile, in una stessa coscienza, con la Conoscenza esoterica che la dissolve per riassorbirla nel centro da cui è venuta; ma i mezzi exoterici continuano tuttavia a essere utilizzabili, e anche in due modi, sia per trasposizione intellettuale nell’ordine esoterico – e saranno allora sostegni d’”attualizzazione” intellettuale – sia per la loro azione regolatrice sulla parte individuale dell’essere.

L’aspetto exoterico d’una tradizione è dunque una disposizione provvidenziale che, lungi dall’essere biasimevole, è necessaria, visto che la via esoterica non può riguardare, soprattutto nelle condizioni attuali dell’umanità terrestre, che una minoranza, e che non c’è niente di meglio, per il comune mortale, della via consueta della salvezza; biasimevole non è pertanto l’esistenza dell’exoterismo, ma piuttosto la sua autocrazia invadente – dovuta forse, nel mondo cristiano, soprattutto alla “precisione” angusta dello spirito latino – la quale fa sì che un buon numero di coloro che sarebbero qualificati per la via della pura Conoscenza non solo si fermino all’aspetto esteriore della tradizione, ma giungano perfino a rigettare l’esoterismo che conoscono unicamente attraverso pregiudizi o deformazioni; salvo che, non trovando nell’exoterismo quel che s’addice alla loro intelligenza, non si smarriscano in dottrine false e artefatte, dove vogliono trovare ciò che esso non offre loro, e che crede addirittura di poter proibire loro [1]. La prospettiva exoterica, infatti, deve approdare, appena non è più vivificata dalla presenza interiore dell’esoterismo di cui è insieme l’irradiamento esteriore e il velo, alla propria negazione, nel senso che la religione, in quanto nega le realtà metafisiche e iniziatiche e s’irrigidisce in un dogmatismo letteralista, produce inevitabilmente la miscredenza; l’atrofia arrecata ai dogmi con la privazione della loro “dimensione interna” ricade su di essi dall’esterno, in forma di negazioni eretiche e atee.

La presenza del nucleo esoterico in una religione di carattere specificamente semitico le garantisce uno sbocco normale e un massimo di stabilità; tale nucleo non è del resto affatto una parte, nemmeno interna, dell’exoterismo, ma rappresenta invece una dimensione quasi indipendente rispetto a questo [2]. Non appena quella dimensione o quel nucleo viene meno, cosa che può accadere soltanto in circostanze completamente anormali, sebbene cosmologicamente necessarie, l’edificio tradizionale è scosso, crolla perfino in parte, e finisce col trovarsi ridotto a ciò che esso comporta di più esteriore, ossia il letteralismo e la sentimentalità [3]; pertanto i criteri più evidenti d’una decadenza simile sono, da un canto l’ignoranza e anche la negazione dell’esegesi metafisica e iniziatica, cioè del significato “mistico” delle Scritture – esegesi che è nondimeno in connessione intima con l’intera intellettualità della forma tradizionale contemplata – e dall’altro il rigetto dell’arte sacra, vale a dire delle forme ispirate e simboliche attraverso le quali s’irradia questa intellettualità per comunicarsi così, con un linguaggio immediato e illimitato, a tute le intelligenze.

Ma tutto questo non basta forse per far comprendere perché l’exoterismo necessiti indirettamente dell’esoterismo, non diciamo per poter sussistere, giacché il semplice fatto della sua sussistenza è fuori discussione, come pure l’incorruttibilità dei suoi mezzi di grazia, ma solamente per poter sussistere in condizioni normali; ora la presenza della “dimensione trascendente” al centro della forma tradizionale fornisce all’aspetto exoterico di questa una forza vivificante d’essenza universale, “paracletica”, senza la quale non potrà che ripiegarsi interamente su sé stessa per divenire, abbandonato unicamente alle proprie risorse che sono limitate per definizione, un corpo greve e opaco la cui densità stessa provocherà fatalmente delle fenditure, come dimostra la storia moderna della Cristianità; in altre parole, allorché l’exoterismo si priva delle interferenze complesse e sottili della dimensione trascendente, si vede alla fine annientato dalle conseguenze esteriorizzate delle proprie limitazioni, queste essendo diventate per così dire totali.

Ora, quando si muove dall’idea che gli exoterici non capiscono l’esoterismo e che hanno anche il diritto di non capirlo, addirittura di considerarlo inesistente, si deve pure riconoscere loro il diritto di condannare alcune manifestazioni dell’esoterismo che paiono usurpare il loro territorio e farvi “scandalo”, secondo il detto evangelico; ma come spiegarsi che nella maggior parte di tali casi, se no5n in tutti, gli accusatori privano sé stessi di questo diritto agendo con iniquità? Non certo la loro incomprensione più o meno naturale, né la difesa del loro diritto reale, ma unicamente la perfidia dei loro mezzi costituisce in essi un vero “peccato contro lo Spirito” [4]; questa perfidia prova del resto come le accuse che credono di dover formulare servano in genere soltanto di pretesto per appagare un odio istintivo contro tutto ciò che sembra minacciare il loro equilibrio superficiale, il quale, in conclusione, non è che una forma d’individualismo, dunque d’ignoranza.

Rammentiamo d’aver inteso dire una volta che “la metafisica non è necessaria per la salvezza”; ora questo è radicalmente falso quando viene utilizzato in un senso del tutto generico; difatti l’uomo che è metafisico per natura e che ne è consapevole non può trovare la sua salvezza nella negazione di quello che l’attrae verso Dio; d’altronde ogni via spirituale deve poggiare su una predisposizione naturale che ne determina il modo, ed è ciò che si chiama la vocazione; nessuna autorità spirituale consiglierebbe di seguire una via per la quale non si è fatti. Questo insegna tra l’altro la parabola dei talenti; lo stesso significato si ritrova ancora nelle parole di San Giacomo: “Chiunque osserverà tutta la Legge, ma mancherà in un solo punto, diventerà reo di tutti i precetti”, e “Chi sapendo fare il bene, non lo fa, commette un peccato”; ora l’essenza della Legge, secondo le stesse parole di Cristo, è l’amore di Dio per mezzo di tutto il nostro essere, compresa l’intelligenza che ne è la parte centrale; in altri termini, poiché dobbiamo amare Dio con tutto ciò che siamo, Lo dobbiamo pure amare con l’intelligenza, che è la parte migliore di noi. Nessuno contesterà che l’intelligenza non sia affatto un sentimento, ma infinitamente di più; è dunque ovvio che la parola “amore” utilizzata dalle Scritture per designare i rapporti tra l’uomo e Dio, e prima di tutto tra Dio e l’uomo, non può avere soltanto un senso meramente sentimentale, e significare unicamente un desiderio d’attrazione. D’altra parte, se l’amore è la tendenza d’un essere verso un altro in vista della loro unione, proprio la Conoscenza, per definizione, attuerà l’unione più perfetta tra l’uomo e Dio, giacché solo essa si rivolge a ciò che, nell’uomo, è già divino, ossia all’Intelletto; questo modo supremo dell’ “amore di Dio” è quindi la possibilità umana di gran lunga più elevata, a cui nessuno può sottrarsi volontariamente senza “peccare contro lo Spirito”. Pretendere che la metafisica sia, di per sé e per ogni uomo, qualcosa di superfluo, che non sia in nessun caso necessaria alla salvezza, equivale non solo a disconoscere la sua natura, ma anche a negare semplicemente il diritto all’esistenza agli uomini che sono stati dotati da Dio – a un grado trascendente naturalmente – della qualità d’intelligenza.

Frithjof Schuon insieme a René Guénon

Si potrebbe fare ancora questa osservazione: si merita la salvezza con l’azione, nell’accezione più ampia del termine, e ciò spiega come taluni possano giungere a svilire l’intelligenza che, da parte sua, può appunto rendere l’azione inutile, e le cui possibilità sottolineano la relatività del merito e della prospettiva che vi si riferisce; pertanto la visuale specificamente religiosa tende a considerare la pura intellettualità, che non distingue per altro quasi mai dalla semplice razionalità, come più o meno opposta all’atto meritorio, e di conseguenza come pericolosa per la salvezza; per questo s’attribuisce facilmente all’intelligenza un aspetto luciferino e si parla abitualmente d’“orgoglio intellettuale”, quasi che non vi fosse in ciò una contraddizione in termini; da qui anche quell’esaltazione della “fede del fanciullo” o della “fede del semplice” che d’altronde siamo i primi a rispettare quando è spontanea e naturale, ma non quando è teorica e ostentata.

Si sente spesso esprimere la seguente riflessione: dal momento che la salvezza comporta uno stato di beatitudine perfetta e la religione non esige altro, perché scegliere la via che ha per fine la “deificazione”? A tale obiezione risponderemo che la via esoterica, per definizione, non può essere affatto l’oggetto d’una “scelta” per coloro che la seguono, infatti non è scelta dall’uomo, ma essa sceglie l’uomo; in altre parole, il problema d’una scelta non sussiste, giacché il finito non può scegliere l’Infinito; si tratta qui piuttosto d’una questione di “vocazione”, e quelli che sono “chiamati”, per valersi del termine evangelico, non possono sottrarsi alla chiamata, a pena di “peccare contro lo Spirito”, come un uomo qualsiasi non può sottrarsi legittimamente agli obblighi della propria religione. Se è improprio parlare d’una scelta rispetto all’Infinito, lo è altrettanto parlare d’un desiderio, perché non si tratta per l’iniziato d’un desiderio di Realtà divina, ma piuttosto d’una tendenza logica e ontologica verso la propria Essenza trascendente. Questa definizione è di estrema importanza.

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Note

1- Si ricorderà la maledizione di Cristo: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza: voi non siete entrati, e l’avete impedito a quelli che volevano entrare” (Lc., XI, 52).

2- Per ciò che concerne la tradizione islamica, citiamo la riflessione d’un principe musulmano dell’India: “La maggior parte dei non Musulmani, e perfino molti Musulmani interamente formati in un ambiente di cultura europea, ignorano quell’elemento peculiare dell’Islam che ne costituisce il midollo e il centro, che dà realmente vita e vigore alle sue forme e attività esteriori e che, grazie al carattere universale del suo contenuto, può apertamente prendere come testimoni i discepoli delle altre religioni” (Nawab A. Hydari Hydar Nawaz Jung Bahadur, nella prefazione a  di Khaja Khan).

3- Di là viene la prepotenza sempre più netta della “letteratura”, nel senso peggiorativo, da un lato sull’intellettualità autentica, e dall’altro sulla pietà reale; di là anche l’importanza esagerata che s’attribuisce a ogni sorta d’attività più o meno futili che trascurano sempre diligentemente la “sola cosa necessaria”.

4- Così né l’incomprensione da parte d’una data autorità religiosa, e neppure una certa fondatezza dell’accusa mossa da essa, giustificano l’iniquità del processo intentato al Sufi El-Hallâj, come l’incomprensione dei Giudei non giustifica l’iniquità del processo intentato a Cristo. In un ordine di idee molto simile, ci si può chiedere perché s’incontri nelle polemiche religiose tanta stupidità e malafede, e ciò anche in persone che altrimenti ne sono immuni; questo è un indizio sicuro che, nella maggioranza di tali polemiche, c’è una parte di “peccato contro lo Spirito”. Nessuno è biasimevole per il solo fatto d’attaccare, in nome del proprio credo, una tradizione straniera, se lo fa per pura ignoranza; ma quando non è così, l’uomo sarà colpevole di bestemmia, giacché, oltraggiando la Verità divina in una forma straniera, non fa insomma che profittare di un’occasione per offendere Dio senza doversene fare un caso di coscienza; è questo, in fondo, il segreto dello zelo grossolano e impuro mostrato da coloro che, in nome del loro convincimento religioso, consacrano la vita a rendere invise cose sacre, il che possono fare solo con modi spregevoli.