Caro Banksy, arrivi tardi, ci ha già pensato il capitalismo

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Conosciamo tutti Banksy, il celebre artista-attivista politico-regista attivo dagli anni ’90, che tanto ha fatto parlare di sé. Che piacciano o meno, le sue opere d’arte sono famose in tutto il mondo tanto da diventare veri e propri “cult” mondiali.
Il più famoso in assoluto è “il lanciatore di fiori”, un giovane rivoltoso che al posto di lanciare una molotov lancia un mazzo di fiori. Questo simbolo di protesta pacifica è conosciuto in tutto il mondo ed è stato più volte utilizzato su cartelloni, adesivi e merchandising vario.
Tutta questa popolarità ha però fatto gola all’anonimo artista-attivista tanto che, nel 2014, registrò il “lanciatore di fiori” come sua proprietà. L’Unione Europea ha però sentenziato che, visto l’anonimato dell’artista, non si può riconoscere questo simbolo come una proprietà privata e dunque Banksy perde i diritti sulla sua opera più famosa. La multinazionale che produce biglietti d’auguri, la Full Color Black, può dunque usare impunemente il lanciatore di fiori senza dover pagare un euro al nostro attivista. Il capitalismo tanto osteggiato e criticato da Banksy ha fagocitato così la sua opera più famosa, che può essere utilizzata fino alla noia – e lo sarà-. Banksy può denunciare con la sua arte questo mondo e le sue storpiature quanto vuole; ma la sua rimane una protesta sterile.
L’artista-attivista ha dunque dimostrato ancora una volta che esiste solo una via per combattere il mondo moderno, una via ardua e impervia che solo pochi hanno la tenacia di perseguire con costanza. È la via della Lotta, la via della Tradizione ed essa non ammette compromessi e cedimenti.

(tratto da ansa.it) – Banksy perde causa per il marchio del ‘Lanciatore di fiori’ 

Tutelare i diritti di proprietà intellettuale sulle sue opere o rinunciare all’anonimato conservato finora gelosamente e che molto ha contribuito al fascino e al successo del suo personaggio? E’ il dilemma imposto all’artista britannico Banksy dall’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, che con una sentenza destinata a far discutere lo ha privato del marchio per il suo celebre graffito ‘Il lanciatore di fiori‘.

L’organismo comunitario con base in Spagna ha sancito che il suo anonimato non permette di identificare l’artista come autore certo. ‘Il lanciatore di fiori’, una delle opere più celebri dello stesso Banksy, era apparso su un muro di Gerusalemme nel 2005 e raffigura un manifestante palestinese sul punto di lanciare un mazzo di fiori anziché una pietra. Il misterioso artista urbano, le cui opere da anni appaiono improvvisamente su edifici di tutto il mondo, aveva depositato nel 2014 presso l’Unione europea il marchio per questa famosa immagine. Ma nel 2018 il produttore di biglietti di auguri Full Colour Black, che voleva usare l’illustrazione per i suoi prodotti, ha contestato la decisione affermando che Banksy aveva depositato il marchio “in malafede“, vale a dire senza avere l’intenzione di utilizzarlo a scopo commerciale.

“E’ chiaro – ha concluso ora l’ufficio di Madrid – che quando Banksy ha depositato il marchio, non aveva alcuna intenzione di utilizzare l’opera per commercializzare beni o fornire servizi”. Il problema posto dai diritti di Banksy sull’opera è chiaro, argomentano le autorità europee: “tutelare i suoi diritti di proprietà intellettuale gli richiederebbe di perdere l’anonimato, il che danneggerebbe il suo personaggio”, specifica il testo della sentenza. Pertanto, “non può essere identificato come il chiaro proprietario di tali opere“. L’anno scorso Banksy aveva aperto un ‘temporary store‘ a Londra, chiamandolo “Prodotto Interno Lordo” e spiegando che lo faceva per rispondere alle questioni sollevate da questo contenzioso giuridico e per dimostrare di utilizzare il marchio registrato.

Le autorità europee hanno ritenuto tuttavia che questa iniziativa, al contrario, non abbia fatto altro che rafforzare le argomentazioni contro di lui. Oltre a vedersi invalidare il marchio registrato, Banksy dovrà ora pagare anche le spese legali di Full Color Black. Salvo colpi di scena, se l’artista dovesse presentare ricorso