‘Avvenire” difende la propaganda (pedofila) di Netflix in nome della “libertà”?

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Lasciano spesso esterrefatti gli Editoriali del quotidiano dei vescovi italiani ‘Avvenire‘. Stavolta, è uno di quei casi.
Come si può, infatti, udire dall’alto di un quotidiano che dovrebbe garantire e diffondere una certa visione del mondo – che si dice ‘cristiana’ – la bovina difesa di una contestatissima serie Netflix come “Cuties” già in odore di pedofilia?
E come si può fare tutto ciò, perlatro, nascondendosi dietro il diritto alla “libertà” che deve – secondo i dogmi dei libertari senza se e senza ma – prevalere sulla sensibilità e la morale collettiva?
Evidentemente si può se ‘Avvenire’ è scesa in campo per contrastare la montante campagna “#cancelNetflix” che sta globalmente prendendo piede.
Ed il cauto sofismo con cui il quotidiano della Cei si straccia le vesti in difesa del colosso dell’intrattenimento appare molto subdolo, neanche troppo velatamente, ed è per questo più pericoloso.
Oltre ad evocare il sempreverde dogma illuminista della “libertà” (quello con cui nel 1789 migliaia di preti e fedeli cattolici furono mandati al patibolo, per capirci) ‘Avvenire’ ci delizia con una perla di luogocomunismo: la serie è dura, ma educativa.
Ecco servita un’altra perla del pensiero mainstream, al limite della supercazzola di monicelliana memoria.
Educativa? Vedere bambine 11enni fare twerking e ammiccare sessualmente che tipo di educazione dovrebbe imprimere sullo spettatore?
Allora riprendiamo l’etimo latino della parola (educere) che significa “trarre fuori, allevare”. Ecco, cari giornalisti e vescovi di ‘Avvenire’ cosa tira fuori un simile spettacolo? Illuminateci…

www.avvenire.it – Non si spiega la campagna contro Netflix: non c’è alcuna «scandalosa sessualizzazione di adolescenti» come hanno scritto alcuni tra i 600mila firmatari di una petizione.

Gli utenti che si sono indignati con Netflix lanciando una campagna di sabotaggio contro la piattaforma online per il film Mignonnes, conosciuto con il titolo internazionale Cuties, o non l’hanno visto o si sono limitati davvero alla locandina. Altrimenti non l’hanno capito o l’hanno guardato con occhi sbagliati. Il film della regista franco-senegalese Maïmouna Doucouré non ruota intorno a una «scandalosa sessualizzazione di adolescenti » né ovviamente «incentiva la pedofilia», come invece hanno scritto alcuni tra gli oltre 600 mila firmatari di una petizione contro il colosso della distribuzione di film e serie tv via internet. Tuttavia, come ha rilevato domenica Massimo Calvi in un commento su ‘Avvenire’,

il sospetto è che l’opera sia stata promossa da Netflix proprio giocando ambiguamente su alcuni contenuti specifici. Mignonnes è infatti un film duro, molto duro. È uno spaccato su una realtà, quella dei ragazzini di 11–12 anni di cui anche i genitori a volte non si rendono o non vogliono rendersi conto. Una riflessione inserita in un contesto molto più complesso attraverso la storia di Amy, undicenne originaria del Senegal, che vive con la madre, la zia e il fratello in un sobborgo di Parigi in attesa del ritorno del padre che però, nel frattempo, è diventato poligamo sposando un’altra donna.

Amy assiste alle sofferenze della madre e soffre lei stessa per l’assenza del padre e per le rigide regole imposte dalla religione islamica e dalle tradizioni di famiglia. Ha difficoltà a inserirsi nell’ambiente scolastico e nei rapporti con le coetanee, fino a che diventa amica di Angelica, una vicina di casa, che fa parte di un gruppo di ballo moderno formato da quattro ragazzine. Amy ne diventerà leader spingendo il gruppo verso una danza sempre più audace. E qui sta il punto controverso perché la regista non forza assolutamente la mano sull’aspetto sensuale, anzi: cerca di mettere in evidenza, sia pure in un quadro contraddittorio, la loro innocenza, il fatto che sono bambine (una è bruttarella, una è grassa, una ha i brufoli…) che fanno cose fuori dalla loro portata, che non riescono mai ad arrivare alle estreme conseguenze.

Parlano, anche con un linguaggio volgare, ma poi dimostrano di non sapere nulla del sesso o di preoccuparsi se vengono considerate male. Per di più Amy si trova nel mezzo di due culture completamente diverse, subendo fortissime spinte contrarie in un momento della vita particolarmente complicato come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Avverte persino un contrasto sull’ideale di bellezza femminile. Per Amy tutto quello che fa, senza averne piena coscienza, è una forma di riscatto nei confronti della propria famiglia, della propria cultura e nei confronti di chi la discrimina per forme di razzismo o di bullismo. È comunque sempre tremendamente combattuta, fino al bellissimo finale in cui, con il gioco del salto della corda, si riscopre per quello che è: ancora una bambina.

Il problema, quindi, non sono questi ragazzi che per certe cose crescono troppo in fretta senza avere la maturità sufficiente o le difese immunitarie necessarie. Il problema è il mondo che gli abbiamo creato intorno, con genitori assenti (tutte le ragazze hanno alle spalle famiglie complicate), con i social che ti spingono a credere di esistere e di essere qualcuno solo per il numero di like che ricevi, con la facilità con cui può accedere in internet a forme (in quel caso sì) di sessualità sbagliata e con il cellulare che diventa l’unico mezzo per creare uguaglianza. Tutto questo la regista lo mette bene in evidenza, anche se il film non può essere dato in pasto a tutti. Ma se letto correttamente e presentato bene, Mignonnes può diventare un film educativo.