Dalla Geografia Sacra alla Geopolitica – un’altra recensione

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(fonte) – I cartografi del grande Vuoto – di Andrea Gualchierotti
L’ultimo saggio di Daniele Perra (Dalla Geografia Sacra alla Geopolitica, CinabroEdizioni, 2020, nota del sito) è un lungo viaggio immaginario tra i continenti, un’indagine che mira a riscoprire il legame che intercorre tra la geografia sacra e la geopolitica dei giorni nostri.
Anche a volerlo misurare zolla per zolla, segnandone con l’inchiostro pietre e orizzonti, il mondo sfugge – assieme al suo centro eternamente mutevole – agli occhi degli uomini di ogni epoca. Non importa che, scansionata da pupille digitali, la curvatura del globo sia ormai conosciuta in ogni suo centimetro, scrutata da altezze dove il vuoto ha preso il posto dell’etere. La geografia, anche in un’epoca di mappe satellitari e geo-localizzazioni, rimane una disciplina basata più su una visione interiore che sui gradi di velleitarie longitudini, capace così di gestire anche la vertigine della fu Terra Incognita.
In questo, sono maestre le ricostruzioni dei secoli medievali, dove un globo più piccolo è appiattito nella raffigurazione approssimativa di appena tre continenti, circondati dall’Oceano dell’ignoto. E a chi si chiedesse quale utilità potessero avere mappe che sfociano in una sorta di astratta geometria ideale, risponde il saggio appena edito dalle edizioni Il Cinabro, “Dalla geografia sacra alla geopolitica”, firmato da Daniele Perra e introdotto dalla penna di Claudio Mutti, direttore della rivista “Eurasia”.
Scienza sacra dei primordi, la geografia è infatti prima ancora che reinterpretazione, vera e propria costruzione della realtà, una misurazione del macrocosmo che inevitabilmente si riflette in ambito metafisico. La modernità stessa, che pure ripudia per statuto ogni visione “altra”, e persegue la distruzione del Simbolo con acribia positivista, si perde tuttora in quello che per essa è divenuto un labirinto incomprensibile, e che un tempo era invece una rete sicura di sentieri. Dimenticando che “tutte le strade portano a Roma” – o in ogni caso verso il Cuore del Mondo – i cartografi politici e non dei giorni nostri stentano dunque a comprendere il perché degli eventi, che pure si illudono di poter stimare a forza di incroci statistici e analisi geopolitiche. Non tutta la Terra è uguale, non tutte le direzioni si equivalgono, e gli antichi Poli individuati dalla Tradizione mantengono la loro forza magnetica anche se si è scelto di smettere di nominarli, come l’autore chiarisce in maniera programmatica:
Partendo dalla ben nota affermazione di Carl Schmitt secondo la quale i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato non sono altro che concetti teologici secolarizzati, cerco di dimostrare come la geopolitica (scienza profana) abbia una diretta discendenza dalla geografia sacra e come esista ancora oggi una segreta influenza, per lo più ignorata (o negata) dagli attuali analisti geopolitici, di questa scienza tradizionale sull’immaginario collettivo. (Daniele Perra)
Risulta così evidente come i movimenti tellurici che continuano a scuotere il mondo non siano incomprensibili travagli di mummificate entità preistoriche, ma il naturale perdurare di frizioni tra faglie ideali che non hanno smesso di scontrarsi. Le definizioni che oggi vengono assegnate a termini come “Occidente”, “Imperi” e “Sovranità”, ambiguamente riempite con significati manipolati in vista di desiderata senza radici, non possono più aiutarci. O meglio: possono, ma solo se riallacciate alla catena di senso che le ha originate.
Articolato dunque su coordinate di matrice dichiaratamente guenoniana, il saggio di Perra intende porsi come breviario per una visione della geopolitica in cui ogni posizione è diretta espressione di un orientamento spirituale. È da qui, inevitabilmente, che discende una diagnosi sullo stato dell’Europa attuale intesa come un continente prigioniero, stretto in una camicia di forza autoimposta fatta di sudditanza culturale prima ancora che politica, vera gabbia che, in termini tradizionali “consiste nella perdita/cancellazione del nesso tra sovranità, diritto, cultura/religione e territorio. È il distacco dalla radice. È perdendo il contatto con la terra consacrata che l’uomo perde il suo essere nel mondo.”
Come è ovvio, chi risulti digiuno o pregiudizialmente ostile a una visione non allineata della geopolitica e dei suoi fondamenti ideali, avrà difficoltà ad orientarsi con coordinate che sono intrinsecamente estranee alla contemporaneità. L’idea che le logiche del potere e dei rapporti politici possano essere fatte risalire a concetti atemporali come la sacralità si pone infatti ben al di là di ogni confine (sic!) accettabile per gli analisti postmoderni, anche quando – e lo si sa dai tempi di Weber – sarebbero proprio i fattori culturali e spirituali il tassello mancante per giungere a elaborare spiegazioni coerenti di dinamiche altrimenti incomprensibili. In questo senso, nota Mutti nella sua introduzione, “il mito vive nella storia contemporanea e gli elementi della geografia sacra si velano e si rivelano nella geopolitica”. Nondimeno, permane una diffusa miopia plurisecolare che ha preso ormai le sembianze sgradevoli dell’automutilazione intellettuale. Come per le mappe medievali citate più sopra, derise da chi non riesce a porsi in linea con la visione di quel tempo, gli scontri degli Imperi odierni rischiano di apparire grotteschi movimenti ciechi di forze cieche, e non il riverbero dell’opposizione fra visioni differenti che non necessariamente hanno radice in banali interessi economici (il famigerato “petrolio” con cui da oltre un secolo si delineano con stucchevole semplicismo percorsi storici totalmente immaginari).
In conclusione, laddove centri studi e think thank di svariata fede appuntano lo sguardo con apprensione, non è raro che tanto attenti osservatori confondano le cause con gli effetti, finendo col promuovere inconsapevolmente – se vogliamo crederlo – proprio quel caos che a parole affermano di voler ricomporre. Ma se non si intende il mondo come Kosmos interconnesso, se l’ordine che si ricerca è meramente quello transeunte della concordanza di vantaggi e dell’annullarsi vicendevole tramite il timore, quanto potrà mai essere duratura una qualunque ricomposizione? Un interrogativo che il saggio di Daniele Perra contribuisce a delineare nella sua urgenza, coniugando scienza politica, sapere tradizionale e una doverosa dose di concretezza.