Cina, il fact-checking di regime come quello occidentale

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La verifica dei fatti (anche verifica delle fonti, spesso indicato con fact-checking) è il lavoro di accertamento degli avvenimenti citati e dei dati usati in un testo o in un discorso. E’ un anglicismo sempre più frequente nel dibattito pubblico, non solo politico, anche nel nostro Paese. Infatti, nella guerra alle cosiddette “bufale” (fake news) questa attività di verifica è una sorta di sigillo della veridicità di una fonte o di una notizia.
Fin qui, tutto bene. Salvo che, molto più spesso, l’unica certezza sulla veridicità di una fonte (spesso, di per sè, non verificabile) è la garanzia offerta dal media che sta propagandando quella notizia. Il che crea un cortocircuito: se, infatti, l’unica veridicità è data dal fatto che quel media fa parte dei media mainstream, quale contraddittorio è mai possibile? Spesso, nessuno e, infatti, qualunque notizia che non provenga da un emittente (web, radio o Tv) non “blasonata” è automaticamente falsa.
Ma fino a che punto può spingersi la “dittatura del fact checking” per cui solo alcuni hanno il diritto (attribuito da chi?) di poter fare informazione vera e oggettiva? Lo dimostra l’esempio cinese che, al netto del carattere dittatoriale del governo di Pechino, non è poi così lontano dalla prassi nei nostri media occidentali che tanto si ammantano di libertà. Cosa ha fatto dall’emergenza covid-19 in poi la Cina? I media cinesi, ed anche le istituzioni politiche, hanno iniziato a smontare una serie di notizie più o meno attendibili, come quelle che imputavano l’origine del virus a un errore di laboratorio. Con la scusa di condurre una delle battaglie tipiche della comunicazione odierna, e cioè quella contro la cosiddetta “infodemia” (altro mantra del politicamente corretto), la Cina ha fatto i propri interessi, smentendo – a volte – anche notizie vere, a discapito guarda un po’, proprio del senso ultimo del fact-checking.
Ma è così diverso da quello che hanno fatto i media occidentali che dovrebbero essere immuni da ogni tipo di condizionamento politico, in quanto operanti in un regime di piena libertà e democrazia? Possiamo – senza dubbio di essere smentiti col fact checking! – dire di no. Pensiamo solo alla secretazione dei verbali dei Comitati scientifici voluta dal governo Conte, o alla censura che social network come YouTube o Facebook fanno di quei contenuti che parlano del virus proponendo verità alternative, e chiediamoci se esiste davvero una differenza coi media cinesi.

 


(tratto da repubblica.it) – Cina, l’obiettivo del fact-checking di Pechino che favorisce il regime. La verifica dei fatti delle istituzioni cinesi non risponde alla logica dell’indipendenza e dell’oggettività, bensì a quella di Xi Jinping, ovvero raccontare bene le storie del Dragone all’estero

PECHINO – Con una formula paradossale, lo si potrebbe chiamare il fact-checking di regime. Un esercizio a cui la propaganda cinese, poco curandosi dei paradossi, si è dedicata con sempre maggiore applicazione dopo lo scoppio della pandemia. Da aprile in poi il ministero degli Esteri di Pechino, la rete delle ambasciate cinesi in giro per il mondo e la costellazione dei media di Stato hanno iniziato a raccogliere e correggere in maniera sistematica dicerie e notizie false sul virus, pubblicando le smentite sui loro siti e profili social. Azione a prima vista meritoria, visto che in questa “infodemia” di disinformazione ne circola tanta. Se non fosse che il fact-checking delle istituzioni cinesi non risponde alla logica dell’indipendenza e dell’oggettività, bensì a quella di Xi Jinping, raccontare bene le storie della Cina all’estero. Dove “bene” significa ovviamente nell’interesse del Dragone. Così ad essere verificate, o meglio smentite, sono solo le dicerie che danneggiano Pechino, se possibile con riferimento a fonti indipendenti, in ogni caso con l’imperativo di aderire alla versione ufficiale delle autorità. Nel frattempo le stesse istituzioni che con la mano destra si dedicano al fact-checking, con la sinistra spargono sugli stessi canali informazioni imprecise o vare e propria disinformazione.

Gli esempi del fact-checking “alla cinese” sono tanti. Il più esteso e ufficiale è quello pubblicato in inglese dal ministero degli Esteri sul suo sito e chiamato “reality check”: una confutazione di 24 accuse mosse alla Cina dagli Stati Uniti. In mezzo c’è un po’ di tutto. L’accusa americana, senza prove, che il virus sia uscito dal laboratorio di Wuhan, a cui la Cina risponde, appunto, che fino a prova contraria l’origine del patogeno è naturale. L’accusa di aver arrestato Li Wenliang, il dottore che avvertì amici e colleghi sulla pericolosità del virus, a cui Pechino risponde, buttando la palla in calcio d’angolo, che Li è stato solo convocato dalla polizia e mai arrestato. Oppure l’accusa di aver nascosto le informazioni e ritardato la risposta all’epidemia, a cui la Cina risponde ribadendo la sua professione di trasparenza e appoggiandosi agli elogi ricevuto dall’Oms, ma tralasciando i particolari della gestione dell’emergenza da parte della autorità di Wuhan, non a caso rimosse dal Partito.

 

Fact-checking mirato dunque, il cui obiettivo è accreditare la narrativa opposta, cioè quella di regime. Smentite come quelle del ministero degli Esteri sono state replicate in varie forme da tutti i media di Stato in lingua inglese e dai diplomatici cinesi all’estero. Il China Daily ha una apposita sezione chiamata “rumors busted”, cioè le voci smentite. L’ambasciata in Germania le ha pubblicate su Twitter in una forma che ricorda quella del fact-checking indipendente, con grandi croci a segnalare le bufale. L’agenzia stampa Xinhua ha perfino realizzato un cartone animato stile Lego, intitolato “c’era una volta il virus”, per sottolineare come gli Stati Uniti abbiano ignorato in modo sistematico tutti gli allarmi che arrivavano dalla Cina

Vero o falso che sia, l’aspetto interessante è proprio il tentativo da parte della Cina, Paese agli ultimi posti al mondo per la libertà di stampa, di utilizzare un metodo giornalistico codificato come il “fact checking” per diffondere il suo messaggio in Occidente, riproducendone l’aspetto esteriore e alcune caratteristiche (come l’utilizzo di link verso fonti “terze”) ma senza poterne garantire l’indipendenza. Prima di tutto perché chi effettua la verifica è la Cina stessa, cioè una parte in causa. Il paradosso è evidente se si considera che gli stessi attori, il ministero degli Esteri e la rete diplomatica, hanno nel frattempo contribuito alla diffusione di disinformazione sul virus.

Il portavoce del ministero per esempio ha scritto diversi tweet in cui accreditava l’ipotesi, priva di fondamento, secondo cui Sars-Cov-2 sarebbe stato portato in Cina da soldati americani che avevano partecipato ai Giochi Militari di Wuhan. L’ambasciata cinese in Francia ha pubblicato un articolo in cui raccontava di infermiere transalpine che avevano abbandonato le case di cura, “lasciando morire gli ospiti di fame e malattia”, una bufala che ha contribuito non poco alla crescente ostilità del governo francese verso Pechino.

Ma le ambiguità di un sistema in cui politici, funzionari e media, chi fornisce la versione ufficiale e chi la dovrebbe verificare, sono tutti strumenti della stessa propaganda, non emergono solo nella contrapposizione tra vero e falso, ma anche nella grande zona grigia che va dall’improbabile al probabile, e che di fronte a un nuovo fenomeno medico-scientifico tutto da decifrare come il coronavirus è la più delicata. Un esempio è il tentativo da parte di Pechino di “desinicizzare” il virus, sostenendo che, anche se il patogeno è emerso a Wuhan, non è detto che sia nato in Cina. Teoricamente è possibile, ma improbabile. Eppure i media di Stato continuano a dare grande risalto a tutte le scoperte all’estero di casi anteriori a quelli di metà dicembre, che la versione ufficiale cinese considera i primi.

Altro esempio è il tentativo di etichettare i nuovi focolai che si verificano nel Paese come “importati”. Il modo in cui i funzionari di Pechino, scienziati poco scientifici e media poco rigorosi hanno accreditato l’ipotesi che il virus fosse arrivato nel mercato di Xinfadi surgelato con il salmone norvegese ha risvolti grotteschi, compreso un tampone fatto al povero pesce, e nessuna evidenza. Ma alla propaganda di regime fa comodo, quindi nessuno ha proposto di sottoporla a fact-checking.