Morta Rossana Rossanda: la vera storia della comunista-“anticomunista” amica delle BR

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E’ morta Rossana Rossanda, storica fondatrice del gruppo (e dell’omonima rivista) “il Manifesto“. In questi giorni, ormai lontani dall’epoca delle ideologie e del mondo diviso dalla guerra fredda, tutti la ricordano bonariamente come una vera “comunista“, magari eretica, ma intelligente e onesta. Noi – che abbiamo memoria lunga – la ricordiamo un po’ diversamente…
Anzitutto, la Rossanda benché nata a Pola si caratterizzò per aver sempre negato l’esistenza della foibe. In secondo luogo, fece la sua scuola alla corte del Pci di Palmiro Togliatti, quindi imbevuta degli insegnamenti più filo-sovietici della storia del comunismo italiano salvo poi, al momento opportuno, fare una strana quanto strategica mutazione. La Rossanda iniziò dapprima con i fatti d’Ungheria (1956) e poi, definitivamente, con quelli di Praga (1968) a rompere col PCI. Consumata la rottura col Partito, di fatto, da quel momento, il neonato gruppo de “Il Manifesto” divenne il punto di ritrovo degli Intellettuali funzionali all’anticomunismo atlantico Usa-Nato in grado di creare ad arte divisioni in tutta la sinistra italiana.
Bene? Non proprio. In realtà questo ravvedimento (tardivo) verso il sovietismo russo, servì a costituire un polo che pur collocandosi strategicamente “a sinistra della sinistra (Pci)” fu funzionale all’anticomunismo di sinistra, ammiccando in questo ai socialisti in chiave anti-PCI. Basti pensare alle elezioni del 1972 dove “Il Manifesto” si presentò alle elezioni con il dichiarato obiettivo di erodere voti al PCI e contraendone così l’avanzata elettorale che tanto preoccupava gli Usa.
Prima, però, la Rossanda pensò bene di riallacciare i rapporti col mondo del nascente terrorismo rosso che, intorno ai soldi e alle ottime entrature internazionali, l’editore Giangiacomo Feltrinelli stava organizzando. Fu proprio la Rossanda, non a caso, a firmare insieme a tanti altri intellettuali impegnati (es. Umberto Eco) quel manifesto contro il commissario Calabresi che costò la vita a quest’ultimo l’anno successivo proprio per mano di terroristi di estrema sinistra. Era l’inizio degli anni di piombo e, con quello che fu il primo omicidio politico dell’era repubblicana, iniziava una delle più grandi opere di disinformazione e depistaggio volte ad allontanare i sospetti sull’estrema sinistra circa la strage di Piazza Fontana (ben risposti proprio da Calabresi su Feltrinelli e le neonate BR). La Rossanda era lì, guarda caso, proprio a mettere il suo sigillo e spostare l’attenzione.
E, infatti, quello che proprio non ci dimentichiamo è il ruolo svolto dalla Rossanda e dal suo quotidiano nelle relazionarsi con le Brigate Rosse ed il terrorismo rosso. Ci ricordiamo, infatti, che Rossanda e soci furono convinti assertori del teorema per cui le prime Br erano composte da fascisti provocatori capeggiati dall’infiltrato Renato Curcio. Salvo poi ravvedersi quando arrestati Curcio e Franceschini, al vertice Br arrivò Mario Moretti che fu – secondo moltissimi osservatori – quello che più di tutti fu anello di congiunzione fra l’internazionale del terrorismo europeo (vedasi il gruppo dell’Hyperion) e i Servizi segreti di mezzo mondo, il cui “capolavoro politico” fu l’assassinio di Aldo Moro, delle cui implicazioni così infamanti e relativi retroscena i brigatisti ancora in vita ben si guardano dal parlare ancora oggi nonostante i decenni trascorsi. Evidentemente ricattati o ancora minacciati dall’esito di eventuali rivelazioni.
Quando avviene questo cambio al vertice delle BR, ecco che quelli de il Manifesto-Rossanda cambiano posizione e diventano i difensori della assoluta purezza brigatista facendo passare Mario Moretti nel famoso libro-intervista “Brigate rosse. Una storia italiana” come un membro di quel tanto decantato “album di famiglia” (1978) che serviva a chiamare in causa il PCI nelle vicende del terrorismo rosso e allontanarlo così dall’area di governo, affondando il tentativo di compromesso storico accarezzato da Berlinguer e che costò la vita a Moro con buona pace sia degli americani che dei sovietici (a nessuno giovava, infatti, la distensione nè mettere in discussione lo status quo di Yalta).
Non è un caso, allora, che “Il Manifesto” divenne negli anni un punto di ritrovo del brigatismo rosso, tanto che con del miracoloso furono sempre giornalisti di questo quotidiano, con la Rossanda in testa, a ottenere interviste e rivelazioni esplosive dai brigatisti. Non è un caso, infine, che conclusa l’esperienza delle BR alcuni ex-brigatisti storici (es. Paolo Persichetti) diventano giornalisti del Manifesto, trovando così spazio e – soprattutto – lavoro.
La storia sarebbe lunga. Ma, noi a differenza dei tanti corsivi e articoli di questi giorni, abbiamo troppa buona memoria per commuoverci alla scomparsa di Rossana Rossanda. Una donna dalla biografia a dir poco opaca e tutt’altro che intellettualmente onesta. Lei, come pochi altri in Italia, fu sempre funzionale al sistema, la cui sopravvivenza è spesso assicurata dall’esistenza di agenti che a vario titolo e grado, e soprattutto sotto mentite spoglie, soffiano sul fuoco della tensione perché il Potere resti ben ancorato al posto di comando.