Sottomissione – Recensione (seconda parte)

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Impressioni e considerazioni
Intanto, vorrei preventivamente scusarmi per questa sintesi che, a tratti, può apparire straniante. Non è tuttavia facile esporre la trama di un romanzo come Sottomissione, il quale, più che un lavoro narrativo, è un viaggio interiore nei meandri della coscienza dell’Individuo d’Europa. Perchè, a mio avviso, questo è Sottomissione: come già accennato in apertura, esso è la storia di una tragedia, di un dramma, di una crisi interiore, allo stesso tempo individuale e colettiva.
Certo, è la Francia che cambia, è la politica che crolla su se stessa, sconfitta dalla vita del fenomeno islamico, che ormai arriva nel cuore dell’Europa intera: e Houellebeck dimostra di possedere una conoscenza acuta e molto precisa delle dinamiche interne dell’attualità politica francese, soprattutto identitaria, nonché del mondo musulmano tricolore. Ma a Francois, in fondo, della politica non importa nulla, se non in quanto quei rivolgimenti causano in lui la paura di perdere una normalità che, d’altro canto, sente chiaramente di odiare. Anzi, sente solo di non amarla, di non provare nulla per essa: perché l’odio è una passione troppo forte. E, a parte il piacere momentaneo e carnale del suo “cazzo”, Francois non ha mai avuto passioni, nemmeno quando era un dottorando alla Sorbona.
Perchè Francois (nome collettivo della Francia senza cognome) non è nessuno e, allo steso tempo, è tutti noi e ognuno di noi. Francois è il francese, il tedesco, l’italiano, l’europeo, l’anonimo individuo atomizzato del progresso, che non ha vere passioni, non conosce slanci vitali, non conosce spirito, non conosce Dio, non conosce amore, se non quello per il vino e i pasti pronti al microonde (grande hobby di Francois e dei sudditi del progresso a marca americana, a cui forse andrebbero aggiunte, oggigiorno, le droghe consumate dai giovani in quantità industriali) e quello per i suoi rapporti sessuali occasionali, consumati raramente, ma sempre con una grande, momentanea, volgare soddisfazione, che svanisce presto, lasciando il posto alla solitudine e alla depressione.
Ecco spiegata quindi la volgarità delle scene di sesso descritte da Houellebeck: infatti una vita sessuale di questo tipo non può che essere volgare e, come ogni volgarità, in fin dei conti rivoltante e nauseante, esattamente come nauseato si sorprende Francois al termine dei suoi rapporti, solo con la sua atomica individualità.
Unico lampo in tal senso è la relazione con Myriam, che Francois pretende di rendere seria in preda alla sua adombrata solitudine e tragedia percepita, ma che è destinata a risolversi in polvere: iniziata come tutte le sue solite storie con le sue studentesse, tale era destinata a rimanere, con una donna che ha un posto dove tornare e con la quale non ha nulla da condividere veramente, se non dei soddisfacenti, quanto banali “pompini” (sempre stando al linguaggio di Houellebeck).
Tutti noi siamo quindi (almeno potenzialmente) Francois: siamo democritei atomi impazziti privi di senso e direzione, frutto del caso progressista, contenti dei nostri fast-food e delle nostre scappatelle occasionali con donne e uomini di dubbio valore personale, soddisfatti, in fondo, di quel nostro famoso e mediatico “stile di vita occidentale” messo a rischio dall’Islam. Un Islam che però, nel romanzo di Houellebeck, è fatalmente destinato a trionfare e a fagocitare i suoi nemici.
E l’Islam è destinato a trionfare anche e soprattutto perché si fa portatore di una concezione viva, vibrante e aderente al reale del divino: quello musulmano, nelle parole di Rediger (uomo profondamente religioso e amante, oltre che esperto, di Renèe Guènon, sul quale si concentrò la sua tesi di dottorato) è un popolo sano, consapevole che non esiste grandezza senza Dio e che, quindi, è destinato a sostituire il Dio cristiano, abbandonato dai suoi crociati, tradito dai suoi stessi ministri sacri, ridotto a simulacro di un ipocrita e falso umanitarismo, che conosce solo l’uomo senza patria fatto di carne, ma del tutto dimentico dell’anima, dello spirito e del Creatore dell’ordine universale.
E sono forse proprio i pensieri di Rediger a rappresentare più da vicino le convinzioni dell’autore, che, attraverso il rettore della Sorbona, dà a Dio quel che è di Dio, riconosce l’irrinunciabilità e il valore fondamentale del rapporto col divino per una società tradizionalmente sana, ma che, in questo modo, va anche a mettere nero su bianco la dichiarazione di morte avvenuta della civiltà europea, che ha abbandonato Dio e che, forse, Dio stesso ha abbandonato. La profondità di Rediger, tra l’altro, resta di fatto inaccessibile a Francois.
Il rettore (musulmano convinto, ma anche scaltro uomo politico) lo sa bene e guadagnerà il professore alla sua causa con l’unica moneta che questi sia in grado di comprendere e apprezzare: quella del corpo.
E l’Islam vince in silenzio, senza opposizione reale alcuna, anzi in molti casi con l’approvazione dei conservatori francesi: perché, in fondo, cosa rimane ai francesi e agli europei? Per cosa lotteranno? Per le pizzerie e i fast-food? Per il cibo indiano istantaneo trangugiato con inspiegabile avidità da Francois? Per chiese che non frequentano più e che sono ormai mostruoso monopolio di turisti e gruppi di recupero? Ovviamente no.
E quindi i francesi resteranno in silenzio, felici e contenti di non vedere più minigonne troppo corte in mezzo ai boulevard e di non incontrare più così tanti spacciatori nelle banlieus, che la Fratellanza Musulmana riporta prontamente all’ordine.
Presenza costante in Sottomissione (e tema senza dubbio portante, soprattutto nella seconda metà del libro) è insomma quella di Dio (visto nella sua forma più religiosa che spirituale, essoterica piuttosto che esoterica): Francois lo percepisce, ma è diffidente, non lo capisce. E questo, per la sua mentalità razionalistica occidentale, è grave e disorientante: non riesce a capire la conversione di Huysmans, una conversione dovuta al rifiuto e alla nausea nei confronti delle passioni e degli stimoli della lussuria.
Nausea incomprensibile per Francois, che invece riconosce (di nuovo) il suo “cazzo” come l’unico organo perfettamente funzionante in un corpo votato al disfacimento e preda di malattie continue, che non gli danno pace: solo nel pene (e nella gola, strettamente legata alla lussuria) Francois riesce a trovare un seppur sparuto ed effimero momento di piacere. Perchè rinunciarvi? Ed ecco quindi il deus ex machina: la conversione all’Islam. E’ paradossale, ma alla fine Francois (lui, il razionalista, l’agnostico, lo scettico, il progressista, il tombeur de femmes a cottimo, il disilluso della conversione Huysmaniana) – alla fine, dunque, Francois si convertirà all’Islam.
E perché poi? Perchè in fondo è solo, ormai ha 40 anni, e solo Dio sa dove potrebbe riuscire a trovare una bella ventenne che se lo prenda come marito: impossibile per uno come lui, in una società come quella europea! Ma ecco che l’Islam gli porge la mano, un Islam a contratto, un Islam che gli garantisca una brava mezzana, in grado di scegliere per lui, rinomato esperto francese di Huysmans, una bella, giovane, tonica e aitante studentessa musulmana, che di certo sarà in grado di amarlo molto meglio e molto più genuinamente di una Myriam qualsiasi…
Un lauto stipendio, almeno tre mogli saldamente ipotecate, un Dio ritrovato attraverso una solitudine avvertita per via dell’apparato riproduttivo in mezzo a una miriade di organi in inesorabile disfacimento.
Perchè ribellarsi? Perchè non sottomettersi pacatamente? In fondo, anche Huysmans alla fine si convertì, ritrovando Dio. Il fine giustifica i mezzi: dov’è la differenza? “Non avrei avuto niente da rimpiangere”…
Questo è Houellebeck. Questo è Sottomissione: il racconto della tragedia di una esistenza individuale spogliata e privata di ogni volontà, di ogni idealità, di ogni amore, di ogni trascendenza, di ogni slancio che non sia quello dei bruti sensi, meritevoli tuttavia (nel loro misterioso rapporto col progetto divino della creazione) di adombrare un piano superiore (quello dell’amore), che però Francois, l’individuo, ormai irrimediabilmente corrotto, non è in grado di accogliere e di integrare dentro di sé.
Per lui Dio non può essere altro che un contratto, un do ut des mediato da donne e retribuzioni. Niente di serio, insomma: la velleità di uomo piccolo e solo fino all’ultimo, incapace di accogliere dentro di sé la vera grandezza di Dio.
Ma la storia di Francois è anche la storia di ognuno di noi: quella di Francois è la storia d’Europa, una civiltà al capolinea, senza più memoria, senza più anima, destinata a una obbediente sottomissione.
A latere
Abbiamo già accennato al fatto che nel corso del romanzo viene citato, in maniera del tutto sorprendente per una pubblicazione mainstream, il nome di René Guénon: fatto che per i lettori di questo portale potrà essere certamente un punto di interesse.
Ebbene, sembra che Michel Houellebecq abbia una conoscenza non del tutto superficiale del maestro della Tradizione, che viene citato per la prima volta quando Francois incontra il nuovo rettore, il professor Rediger, nella sua sfarzosa villa parigina: nella vasta biblioteca, infatti, l’occhio gli cade sulla tesi di dottorato di Rediger, dal curioso titolo René Guénon lettore di Nietzsche. Un titolo che, a chi conosca il pensatore francese, potrà apparire alquanto singolare; fatto che viene confermato dalle parole dello stesso Rediger, il quale si rivolge a Francois dismettendo la sua tesi come un gioco di gioventù, qualcosa di fondamentalmente banale e lontano da una reale comprensione del maestro della Tradizione.
Ma ben presto il rettore chiarisce la sua posizione, affermando che l’argomento della sua tesi era stato in prima istanza ispirato dalle posizioni antimoderne di Guénon, che Rediger aveva tentato di affiancare alle posizioni altrettanto (ma diversamente) antimoderne di Nietzsche, capendo ben presto, però, di essersi sbagliato: “diciamo che forzavo un po’ di testi, come si suol dire. Guénon, a pensarci bene, non è stato influenzato più di tanto da Nietzsche; il suo rifiuto del mondo moderno è altrettanto forte, ma viene da fonti radicalmente diverse”.
E’ chiaro che Houellebecq (attraverso il personaggio di Rediger) sta mettendo bene in chiaro che un conto sono le posizioni antimoderne (ma in realtà profondamente moderne e contemporanee) di un Nietzsche (che proclamò la morte di Dio e aderì a una visione panteistica – e quindi di fatto “a-tea” – della vita), un altro sono quelle di Guénon, che aderisce al mondo e ai principi della Tradizione e, nell’ultima parte della sua vita, si convertì alla fede islamica, come lo stesso Rediger non manca di segnalare.
Ma le citazioni dal mondo della Tradizione (certo declinate e messe al servizio del contesto narrativo di Sottomissione) non finiscono qui. Poche pagine dopo, infatti, il rettore puntualizza: “la questione […] è che la maggior parte della gente vive la propria vita senza preoccuparsi troppo di tali questioni [quelle dello spirito e della religione], le ritengono troppo filosofiche […]. Cioè, in realtà questo è vero in Occidente; perché nel resto del mondo è in nome di tali questioni che gli esseri umani muoiono, si uccidono, scatenano guerre
sanguinose, e questo sin dalle origini dell’umanità; è per questioni metafisiche che gli uomini si battono, non certo per punti di crescita demografica, e nemmeno per la spartizione dei territori di caccia [parole in cui è chiaramente rintracciabile una critica alle tendenze culturali evoluzionistiche in ambito storiografico e antropologico].
Ma in realtà l’ateismo non ha basi solide nemmeno in Occidente”. Tutto certamente vero; e un argomento, tra l’altro, esageratamente comune nella narrazione storica occidentale attuale, per la quale la religione non è altro che una fonte d’odio e di massacri, un oppio del popolo, per citare Marx. Se non fosse per il fatto che, nelle parole di Rediger, non v’è nulla del tono saccente e dissacrante della vulgata occidentale; e, anzi, le sue affermazioni possiedono un sapore apertamente positivo, di apprezzamento, di riconoscimento di ciò che veramente conta e per il quale è degno per un uomo battersi e perdere la vita: la metafisica (altro termine tecnico e profondamente guénoniano per definire l’ambito di manifestazione delle religioni storiche).
Vale poi la pena di far notare che, nel corso di tutto il romanzo, Rediger è forse l’unico personaggio dotato di un vero equilibrio interiore, nonché il solo ad avere una visione chiara delle cose e del destino d’Occidente: visione che l’ha portato a convertirsi coerentemente all’Islam, proprio come il suo Guénon.
Infine, ci pare appropriato segnalare in chiusura un ultimo riferimento guénoniano e in linea con l’ambiente letterario della Tradizione: ossia la definizione, sempre da parte di Rediger, del fenomeno storico, artistico e letterario dell’umanesimo come il manifestarsi di una corrente profondamente atea del pensiero umano occidentale, il cui vero obiettivo fosse non quello di rivalutare l’uomo, ma di sostituirlo letteralmente a Dio, riverberando così pensieri e parole del Barone ben noti a tutti i lettori di Azione Tradizionale: “tutto il dibattito intellettuale del XX secolo si era riassunto in una opposizione tra il comunismo – la variante hard, diciamo così, dell’umanesimo – e la democrazia liberale – la sua variante morbida; insomma, era terribilmente riduttivo”; due facce della stessa medaglia, come sembra concludere silenziosamente Rediger.
Di certo Houellebecq ha il pregio letterario di non prendere mai di fatto una posizione chiara nel corso del romanzo, ma forse non è lontano dal vero credere che proprio Rediger sia il suo reale, più profondo alter-ego…

 

Leo Sevis