I CHING – IL MORSO CHE SPEZZA – esagramma n. 56

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L’I Ching è un antichissimo testo sapienziale cinese, composto di 64 esagramma, simboli costituiti di linee yang (intere) e yin (spezzate), capaci di raffigurare tutti gli stati e i mutamenti dell’universo. Chi ne apprende il linguaggio è in grado di accordare la propria vita all’armonia della Natura (il Tao), ottenendo così la vera Nobiltà dello Spirito.
Lo approfondiamo in questa rubrica curata da Alessandro Zanconato, autore del libro “Il morso che spezza” (ed. Passaggio al Bosco).

56, LIU’, IL PELLEGRINO

VIANDANTI – Dopo Chên, Arresto (esagramma 52), ecco Liú, Il Pellegrino: dall’immobilità imperturbabile e austera, si passa al vagare malinconico e umbratile, cosa perfettamente normale nella logica del costante mutamento esaltata dall’I Ching. L’esagramma sembra suggerire una condizione che si ripropone ciclicamente nell’esistenza individuale e collettiva del genere umano: quella del  viandante, del cercatore e dello straniero, che talvolta si sente solo nel suo libero andare, ma che non rinuncia a condividere momenti di solidarietà. Forse tale condizione è simile a quella descritta nella Lettera agli Ebrei del Nuovo Testamento, laddove si parla dei martiri per la fede, che confessarono di essere “stranieri e pellegrini sopra la terra”. Il pellegrino di Liú non è un martire, ma è certamente uno straniero in viaggio verso una meta (la realizzazione del Sé), che può solo intravvedere strada facendo. L’immagine dell’oracolo parla di un fuoco-luce (trigramma superiore ) che sta su un monte (trigramma inferiore Chên) e quindi illumina dall’alto: così il Saggio, che nel suo cammino porta lume agli altri e li istruisce, evitando con loro inutili dispute.

Le linee mutanti suggeriscono, a chi ancora un Saggio non è (ma che aspira a diventarlo percorrendo, da viandante, il sentiero della Sapienza), di evitare la meschinità delle chiacchiere e delle futili liti (prima linea), di approfittare dei brevi istanti di quiete nel cammino (tappe assai preziose: “Il viaggiatore si avvicina al rifugio e qui custodisce i suoi averi ed è lieto per l’onestà di un giovane servo”), di non dissiparli per avventatezza (terza linea: il viandante incendia il proprio rifugio e perde tutto), di evitare l’imprudenza di un uccello che nidifica in un luogo poco sicuro (“l’uccello incendia il suo nido”). Viaggiare a piedi è spesso faticoso e arduo, perché occorre attraversare soli notti oscure e alloggiare in locande poco confortevoli, ma se si cammina nella rettitudine (sentenza dell’esagramma: un’esortazione frequente nel libro) si avrà fortuna.

Come tanti altri esagrammi, anche l’oracolo di Liú è in grado di ispirare potentemente la nostra epoca: sempre più individui giungono a percepirsi come “pellegrini” ed esuli nel mezzo di una terra desertica e inaridita, che è il distopico “regno della quantità” di guénoniana memoria. La loro dissidenza rispetto al materialismo dominante, alimentata dall’assimilazione dei valori spirituali della rettitudine, della prudenza – intesa come saggezza di vita ed equilibrio, mai come rinuncia o rassegnazione fatalistica – e della solidarietà li fa apparire degli “estranei”, spesso incompresi da parte dei loro simili: ma essi non si arrendono, pur dovendo affrontare i rischi dell’emarginazione culturale e sociale ad opera del sistema di potere politico, economico e mediatico (la “malevolenza” a cui allude la prima linea mutante). Il prezzo da pagare è alto, ma ne vale la pena, perché esso viene compensato da quel “poco” o tanto di libertà che il dominio dispotico del “Regno della Materia” non riesce a sottrarci. La vera libertà è sempre – in primo luogo – quella dello Spirito, che avanza e si espande quanto più sappiamo condividerla con chi ci è simile per vocazione e per aspirazioni.