QUESTA È SPARTA – 6

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«Solo gli uomini intelligenti hanno coraggio e possono essere d’aiuto per la vittoria».
(Le Virtù di Sparta, Plutarco – ed. Adelphi)
Agesilao pronuncia questa frase nel 362 a.C., anno dell’invasione della Laconia a opera del tebano Epaminonda. Per la prima volta viene scalfito il prestigio di Sparta tanto da costringere i governanti a chiamare alle armi gli Iloti, promettendo loro in cambio la libertà.
La battaglia decisiva si svolge nella pianura davanti a Mantinea. Epaminonda schiera l’esercito più consistente, con trentamila fanti pesanti e tremila cavalieri, mentre i suoi avversari dispongono ventimila fanti e duemila cavalieri. Sarà ricordata come la più grande battaglia tra opliti della storia greca.
È in questo contesto che Agesilao incoraggia gli Spartani a trascurare tutti gli altri nemici e ad attaccare precisamente Epaminonda. Il comandante spartano, consapevole che solo gli uomini intelligenti hanno coraggio e possono essere di aiuto per la vittoria, sa che uccidendo Epaminonda avrebbe facilmente ottenuto la meglio sui nemici, sciocchi e di poco valore. Al culmine della battaglia, quando già si profilava una vittoria per i Tebani, Epaminonda viene ferito a morte. Gli uomini di Agesilao smettono di fuggire e riequilibrano le sorti del conflitto che si conclude senza un vero vincitore.
Da questa battaglia, conclusa senza vincitori né sconfitti, gli Spartani iniziano a nutrire un risentimento per i Tebani, unici tra i greci ad aver avuto la sfrontatezza di oltrepassare il fiume Eurota, il confine di Sparta che nessun esercito nemico aveva mai superato prima. Una ferita a Sparta tanto profonda da non essersi ancora rimarginata nel 338 a.C. quando gli Spartani decidono di non prendere parte, insieme a Tebe, Atene e altre città greche, alla battaglia di Cheronea contro l’esercito macedone di Filippo II, battaglia che segna la fine dell’indipendenza delle poleis.
Agesilao si esprime sul valore del coraggio anche in altre occasioni. A chi gli domanda quale virtù sia migliore fra coraggio e giustizia, risponde che il coraggio non serve a niente in assenza della giustizia e che – d’altra parte – se tutti fossero giusti, non ci sarebbe alcun bisogno del coraggio.
Il coraggio da solo infatti non è necessariamente una dote positiva: occorre che sia posto al servizio della giustizia. L’uomo deve possedere senso della misura, essere guidato da una mente lucida e da cuore puro, e dare prova di rispetto e di pietà. Se posto al servizio della cieca violenza, il coraggio può avere gli effetti della peggiore ferocia dirompente.
Chi fa militanza deve comportarsi con coraggio davanti alle minacce, con bontà verso i militanti più giovani e con sangue freddo nei momenti critici. Senza sentimentalismo ma con affetto, bisogna prendere la scelta migliore che non è quella in cui il coraggio si manifesta con irruenza ma quella più giusta.
«Un grande coraggio assieme a un chiaro senso della giustizia e del dovere compiono grandi imprese e possono cambiare il corso di una storia e della storia». (“Exempla – L’ideale eroico nell’epica greca e romana”, Mario Polia, Cinabro Edizioni)