Rigenerazione Evola | La tecnica che uccide il cervello

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a cura della redazione di RigenerazionEvola


Dopo “Pericoli per l’uomo”, pubblicato sul “Roma” nel maggio 1958 (da noi riproposto con l’intitolazione “I pericoli del pensiero tecnico”), torniamo sul tema degli effetti nefasti dell’era tecnologica sull’uomo, con un altro contributo che Evola pubblicò sempre sul quotidiano napoletano pochi mesi dopo, ad inizio 1959, prendendo spunto dalla recensione di un libro di Hans Fervers. Estremamente significativi ed attualissimi determinati riferimenti che, soltanto alla fine degli anni Cinquanta, Evola poteva già fare: a parte qualche accenno, di riflesso, agli effetti nocivi sull’ambiente (scevri da qualunque deriva ambientalistica), Evola sottolineava le conseguenze nefaste sulla struttura stessa della società e della civiltà quando la tecnica “sia lasciata a sé stessa, quando il suo sviluppo non sia ordinato a principi che la trascendano“, creando “il regno della quantità e delle masse al posto di quello della qualità e della personalità“.

Leggiamo così dell’avvento di “nevrosi individuali e collettive, di squilibri di ogni genere“, nell’impossibilità per l’uomo di adattarsi a determinate trasformazioni così rapide e caotiche quanto innanturali, di una modificazione dell’educazione in senso grettamente tecnico-utilitaristico, che trasforma i lavoratori in macchine disanimate ed i dirigenti in uomini da “cervello meccanico analogo a quello delle creazioni della cibernetica, privi di qualsiasi interesse per cose che comunque cadano fuori dal loro ramo”. Interessantissimi e decisamente all’ordine del giorno i cenni sull’avvento di un tipo di uomo standardizzato ed omologato su scala planetaria (“Di là dalle differenze razziali, etniche e tradizionali, lo sviluppo tecnico tende a produrre tipi uniformi di tal genere su tutto il pianeta“) e sull’abbassamento progressivo del livello medio dell’intelligenza nell’uomo contemporaneo: tema, quest’ultimo, su cui Evola tornerà ancora. Come già detto nel commento all’articolo precedente, all’epoca si partiva da scenari legati ad una meccanizzazione e ad una tecnicizzazione ancora molto “materiali”, da “catena di montaggio” in ambito industriale, eppure già facevano capolino, negli animi più ispirati, tematiche che sarebbero esplose nei decenni successivi, con l’avvento e poi la diffusione pandemica e massificata di computer e di tecnologie sempre più sofisticate ed estreme, la creazione di mondi virtuali, di nuove dipendenze e di nuove disumanizzazioni, che, unitamente ad altre forme parallele di sovversione e di rovesciamento, stanno guidando l’umanità verso dinamiche da dissoluzione finale, tipiche delle odierne società liquide e post-moderne.

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 26 gennaio 1959

Benché già da tempo impostata, la polemica circa il significato della tecnica e dei suoi sviluppi nel mondo moderno è lungi dall’essersi esaurita. Come è noto, a tale riguardo s’incontrano due opposti atteggiamenti. Da un lato, vi sono coloro che esaltano tecnica e scienza, e pensano che al tecnico e allo scienziato spetta di creare una specie di nuovo paradiso sulla terra, o nei termini dell’utopia marxista e comunista, ovvero in quelli degli «occidentali», in relazione a tutto ciò che anche il cosiddetto «mondo libero» si aspetta dall’era atomica e da quella che è stata definita come «seconda rivoluzione industriale». Dall’altro lato, vi sono molti scrittori che della tecnica accusano i pericoli e che ne indicano le ripercussioni negative sul mondo dei valori tradizionali e di quanto è richiesto per un vero sviluppo dell’umana personalità.

 

 

Un nuovo intervento in cotesta polemica è costituito da un recente libro di Hans Fervers con titolo Onnipotenza dell’uomo? e sottotitolo «sulla traccia delle verità taciute» (Der allmächtige Mensch? – Auf der Fährte der verschwiegenen Wahrheiten, ed. Grote, Hamm). Esso rientra essenzialmente nella linea delle critiche negative della tecnica. A dire il vero, non si tratta di idee nuove. Ma l’esposizione è efficace, in vari punti persuasiva. Molto materiale interessante vi è raccolto, tratto da fonti varie.

Il libro si divide in due parti. Nella prima, il Fervers dà rilievo a tutti gli effetti indesiderabili, più o meno conosciuti, che nelle ultimissime realizzazioni della tecnica si uniscono inseparabilmente a quelli positivi e davvero voluti dall’uomo: intossicazione dell’atmosfera per gas e polvere, disturbo del naturale equilibrio idrico della natura, attacco all’humus e alle riserve boschive della terra, elementi innaturali e problematici nei cibi e nelle medicine moderne, e via dicendo, fino ai ben noti pericoli della radioattività atomica e delle esplosioni nucleari. Chi se ne interessi, nel libro del Fervers può trovare una vera miniera di informazioni circa questa controparte negativa delle conquiste tecniche moderne.

Per noi, è però importante la seconda parte del libro, nella quale vengono svolte molte considerazioni intese a mostrare come la tecnica non possa non avere effetti pericolosi, anzi esiziali, sulla struttura complessiva della società e della civiltà quando sia lasciata a sé stessa, quando il suo sviluppo – come oggi accade – non sia ordinato a principi che la trascendano.

Il Fervers riprende idee abbastanza note alla critica della civiltà attuale. L’epoca della tecnica e della macchina crea il regno della quantità e delle masse al posto di quello della qualità e della personalità. Essa forma un ambiente innaturale nel quale il contrasto fra leggi della tecnica e della materia e leggi della vita è causa di nervosismo, di nevrosi individuali e collettive, di squilibri di ogni genere. Le trasformazioni del mondo dovute alla tecnica hanno un ritmo così rapido e caotico, che un adattamento vero, organico, e una corrispondente crescenza dell’uomo sono impossibili; per cui non vi è nemmeno da parlare di un effettivo dominio. L’uomo, più che controllare la sua creatura, si trova trasportato da essa, senza avere una vera scelta della direzione. Fra l’altro, in base a dati statistici il Fervers dimostra come per effetto di una esistenza esterioristica e tecnicizzata il livello medio dell’intelligenza abbia subito un impressionante abbassamento nell’epoca della macchina. Citando il Klages, egli dice che gli spiriti eminenti di oggi raggiungono appena quel che era il livello medio ai tempi del Rinascimento, e che solo menti eccezionali sono ancora capaci di un giudizio indipendente.

L’educazione ha oggi tratti abbastanza simili ad un addomesticamento utilitario, mentre l’istruzione tende all’iperspecializzazione a sfondo tecnico. Nel campo produttivo, si hanno, alla base, masse di impiegati e di operai ridotti ad attività meccaniche strettamente delimitate, prive di ogni aspetto qualitativo; in alto, si hanno dei dirigenti che, in fondo, essi stessi sono solo degli esecutori, con un cervello meccanico analogo a quello delle creazioni della cibernetica, privi di qualsiasi interesse per cose che comunque cadano fuori dal loro ramo. Di là dalle differenze razziali, etniche e tradizionali, lo sviluppo tecnico tende a produrre tipi uniformi di tal genere su tutto il pianeta. E elementi molteplici fanno penare a mutazioni che incideranno anche sui fattori ereditari, tanto da rendere quasi irreversibile la trasformazione. Per esempio, l’incredibile potere di crogiuolo che ha già l’America è un fenomeno significativo.

Il Fervers porta naturalmente particolare attenzione al campo dei grandi complessi produttivi. Cita quindi le parole di Henry Ford: «Le aziende moderne sono troppo grandi per poter essere ancora umane – le figure del datore di lavoro e del lavoratore scompaiono nella massa»; quelle del Sombart: «L’operaio deve lasciare nel guardaroba la propria anima»; quelle del Taylor: «Nel futuro l’organizzazione e il sistema prenderanno il posto della personalità», e via dicendo. Sono motivi ben noti della critica della civiltà industriale, nelle sue forme ultime.

Nel complesso, il Fervers si chiede se può parlarsi davvero di una onnipotenza dell’uomo moderno nei confronti della natura e dell’ambiente, perché, alla fine, ci si presenta la seguente situazione paradossale: molti degli strumenti di tale potenza sono stati effettivamente creati, ma parallelamente ad una regressione del tipo, per cui non vi è in fondo chi possa utilizzarli avendo veramente la figura di un dominatore. Nella conclusione del libro il Fervers dichiara di aver voluto soltanto «scuotere» e «risvegliare», far vedere ciò che deve essere veduto da chi ha ancora degli occhi, mentre ammette che a poco valgono formule semplicistiche o mere denegazioni. La sua critica non è priva di utilità, data una certa euforia progressistica tornata in voga (quando ci si distoglie dalle belle prospettive di una eventuale nuova guerra mondiale). Manca, però, la controparte di qualche orientamento positivo.

Indicarla, del resto, all’autore non sarebbe riuscito facile, per via dello sfondo materialistico che si tradisce in alcune considerazioni preliminari fatte all’inizio del suo libro, dove lo udiamo dire, proprio come un darwinista di stretta osservanza, che lo spirito dell’uomo è «un più lungo braccio nella lotta con l’ambiente», che esso «trae origine dal corpo ed è parte del corpo», che esso deve svolgere la sua attività «in funzione dei bisogni del corpo». Ora, ammettere tutto questo, disconoscere a tale segno la reale natura e destinazione dello spirito umano, non significa forse legittimare l’uso tecnico e praticistico che si è fatto dell’intelligenza e prender proprio la via che conduce alla civiltà del tipo attuale, tecnocratico e utilitario, che egli critica? Non significa forse escludere in partenza tutto ciò che eventualmente potrebbe promuovere una reazione partendo dal diritto di una più alta concezione dell’esistenza, e frenare, se è ancora possibile, la corsa del «gigante scatenato», cioè di tutto il sistema creato e alimentato dalla moderna scienza della natura?