QUESTA È SPARTA – 8

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«Non c’è da stupirsi se le cose col passar del tempo peggiorano; anzi, ci sarebbe da stupirsi se migliorassero o si conservassero uguali».
(Le Virtù di Sparta, Plutarco – ed. Adelphi)
In tarda età Agide, re di Sparta, risponde così ad un anziano che, criticando la decadenza dei costumi antichi sostituiti da altri mediocri, domanda come mai a Sparta tutto vada peggiorando. Il re non si meraviglia della deriva che ha preso la condotta degli spartani. Infatti, quando era bambino, sentiva dire dal padre che tutto si era deteriorato e che anche egli, a sua volta, da bambino, aveva sentito dire lo stesso. Per questo, Agide non si stupisce se le cose con il passare del tempo peggiorano ma – anzi – si stupirebbe se migliorassero o se si conservassero uguali.
È opinione comune tra l’aristocrazia greca che il passaggio da una generazione ad un’altra produca inevitabilmente un deperimento morale e materiale. Tale concezione è espressa sotto forma di racconto nel mito delle cinque età (descritto da Esiodo ne “Le Opere e i Giorni”) che narra la fine ciclica delle varie ère e delle rispettive umanità. Dall’Età dell’Oro, in cui gli uomini vivevano senza dolori né sofferenze, all’Età dell’Argento, quando gli uomini erano litigiosi e stolti. Poi l’Età del Bronzo, durante la quale gli uomini non erano in grado di controllare la propria forza fino ad annientarsi con le proprie mani. Infine, l’Età del ferro – epoca attuale – caratterizzata da sofferenza, ingiustizie ed in cui gli uomini devono sudare per sopravvivere.
Per Esiodo, così come per Agide, non c’è alcuna possibilità di rettificazione. Il potere didascalico del poema esprime con chiarezza la concezione della natura corrotta dell’uomo che è sempre più debole e decaduto di chi lo ha preceduto. La via di salvezza, tra un passato luminoso ed un presente buio, è costituita dalla possibilità redentrice insita nel lavoro. Unico modo – non privo di sofferenza e fatica – per riscattarsi, per elevare la propria condizione e per vivere secondo giustizia.  Anche Omero (Odissea, II, 276-277) conferma tale pessimismo per i tempi che vengono: «pochi figli sono simili al padre; i più son da meno, pochi migliori del padre».
Oggigiorno ricorre frequentemente il proverbio “si stava meglio quando si stava peggio”, ritornello pur di un’epoca ossessionata dal mito del progresso. Il dogma progressista non riesce tuttavia a piegare a suo piacimento l’evidenza (e la decadenza) dei tempi. Alla convinzione moderna che il tempo sia una caotica alternanza di eventi guidati da nient’altro se non dal caos, va contrapposta una visione qualitativa del tempo, che spieghi che la storia non è determinata dal caso.
Ad una concezione dell’esistenza come un processo inesorabile verso un qualche progresso, va contrapposta una dottrina che prenda in considerazione il progressivo allontanamento dell’uomo da una visione spirituale dell’esistenza. Allontanamento che determina necessariamente il dissolvimento dei valori che nobilitano l’uomo fino a ridurlo, da una condizione originaria quasi divina, in uno stato che rasenta la natura animalesca dominata dagli istinti. Questa è la visione ciclica del tempo, secondo cui, dopo il progressivo allontanamento dal Principio, quando il buio sembra ormai aver vinto, la Luce si riscatta e torna a brillare, in una nuova Età dell’Oro: dunque, occorre esser vigili e tenere la fiaccola accesa in questa notte che non durerà per sempre.
«Non avrei mai voluto vivere con la quinta stirpe degli uomini: fossi morto già prima, oppure nato dopo. Ora, infatti, la stirpe è di ferro; mai le genti cesseranno di tormentarsi per le fatiche e gli affanni, né di giorno né di notte; e gli dèi manderanno loro aspre pene: anche per costoro i mali si mischieranno con i beni. Ma Zeus distruggerà anche questa stirpe di uomini mortali». (Esiodo, “Le Opere e i Giorni”)