Il Covid come arma della nuova rivoluzione industriale

360
La Quarta Rivoluzione industriale, i cui teorici si sono espressi più volte a Davos, sin dal 2016 ma particolarmente nel 2019, parte da un presupposto: la tecnologia che abbiamo (più esattamente: che il Capitale ha) a disposizione, richiede alte competenze nei settori chiave. Ubiquitous, mobile supercomputing. Intelligent robots. Self-driving cars. Neuro-technological brain enhancements. Genetic editing. The evidence of dramatic change is all around us and it’s happening at exponential speed”.
Così apre il suo libro The Fourth Industrial Revolution il professor Klaus Schwab, Fondatore e Direttore Esecutivo del World Economic Forum. Il vero problema è che serviranno almeno un miliardo di persone altamente qualificate e competenti di queste nuove tecnologie dal 2030 perché la Rivoluzione avvenga compiutamente.
Ciò che si comprende, tra le righe di quello che cotante menti hanno elaborato, è che fino a quella data altrettante persone perderanno il lavoro o non lo troveranno, scalzate via via da questa che simpaticamente chiamano Rivoluzione. D’altra parte ogni rivoluzione ha richiesto bagni di sangue e teste cadute.
Gli over 70 per lo più non sanno nemmeno usare le tecnologie attuali: che sia meglio si facciano, fisicamente, da parte? Il Covid pare arrivato come il Fato degli Dèi a toglier di mezzo coloro a cui non puoi nemmeno chiedere di installare un’app. Gli over 40? O hanno capacità di aumentare velocemente i propri “skills” o saranno tristi esuberi, reperti di un Capitalismo 3.0 ormai moribondo.
I giovanissimi dovranno indirizzarsi per lo più su ciò che è un futuro ormai scritto e deciso, nel quale loro potranno intervenire solo nel solco della strada che è già tracciata: il Covid, con l’accelerazione della didattica a distanza, si sta dimostrando l’aratro perfetto. Perfino l’arte, indicata come necessaria, dovrà però avere delle funzioni ben precise, qui racchiuse: “immigration; climate change; surveillance and privacy; the treatment of indigenous populations; urban issues; gender discrimination; disability inclusion; economic inequity; environmental sustainability; and world health”.
Un’agenda artistica che dovrà essere portata avanti preferibilmente usando tutti gli strumenti possibili del virtuale: molti lo hanno capito e durante il lockdown si sono dati da fare per esprimere l’arte tramite mezzi digitali. Certo, meno coinvolgente, ma l’Intelligenza Artificiale forse in seguito li aiuterà… Di altri bisogni, quali quelli relativi alla sfera evolutiva dello Spirito, dell’empatia, della ricerca di sé, bisogni che hanno nutrito sempre la creazione artistica, non vi è traccia. Servono alla Rivoluzione 4.0?
 
Non è scientificamente provato, quindi meglio soprassedere e farne a meno. D’altra parte facile abituarsi quando un virus impedisce abbracci e sorrisi. Ma, per tornare al Grande Reset, è stupefacente come una disoccupazione di massa resa inevitabile per i prossimi, almeno, dieci anni, da questi cambiamenti epocali, si stia presentando quasi naturale per una ragione più digeribile alla popolazione.
Ben diverso sarebbe stato gestire la transizione via via buttando fuori dal mondo dal lavoro quaranta/cinquantenni incapaci di aggiornarsi al Nuovo Capitalismo, con le conseguenti opposizioni, magari violente.
Ora si preannuncia una Nuova Normalità per parare i danni di un terribile virus capitato per caso… Chi potrebbe, ragionevolmente, dir di no? Così, il cinquantenne espulso dal lavoro perché sostituito da una macchina o da un trentenne tecnologicamente preparato non potrà che prendersela con un virus. E, com’era un tempo per i disastri naturali, solo piangere su stesso invocando pietà al Dio.
Denaro, questo il suo nome.