QUESTA È SPARTA – 10

511
«Chi sa parlare sa anche quando è il momento di parlare».
(Le Virtù di Sparta, Plutarco – ed. Adelphi)
Archidamida, personaggio spartano di cui non si hanno informazioni e che forse si può identificare con Archidamo IV, re di Sparta negli ultimi anni del IV secolo, risponde così a chi criticava il sofista Ecateo di Abdera, ambasciatore a Sparta, il quale, invitato alla mensa comune, non ha proferito parola.
Saper tacere è condizione necessaria per saper ascoltare. Solo chi sa ascoltare può avere qualcosa che valga la pena dire. Così a Sparta come ad Atene dove Aristotele, prima di aver avuto qualcosa da dire (e di cui si è parlato per duemila anni dopo la sua morte), ha innanzitutto ascoltato il suo maestro Platone. 

Parlare è un modo per sentirsi importanti, pretendendo che a qualcuno importi della nostra opinione e voglia ascoltare la nostra storia. Si parla per piacere agli altri e per appagare il proprio ego. Si alza il tono di voce per darsi – appunto – un tono, per predominare il fragore del chiacchiericcio di fondo che accompagna la quotidianità. Non ci si innalza alzando la voce, esagerando con affermazioni forti, usando paroloni forbiti, enunciando teorie bizzarre. Diventa grande non chi molto parla ma chi a lungo ascolta.
Per ascoltare serve silenzio, che non è semplicemente l’assenza di parole ma la disponibilità ad ascoltare altre voci. Ascoltare i dubbi o le certezze di chi ci sta accanto è uno dei maggiori atti d’amore di cui si possa dare prova. Chi ben ascolta va oltre alle parole, osserva i cambiamenti del tono di voce, la gestualità, l’umore di chi parla e le reazione di chi lo ascolta, riuscendo così a cogliere le sfumature dietro al racconto.
Se qualcuno ha davvero qualcosa da dire è perché è restato in ascolto innanzitutto della voce più importante: quella del cuore. Ascoltare dentro di sé aiuta il raccoglimento, a meditare su ciò che si è ascoltato, a prepararsi per il momento del confronto. Per ascoltarsi serve silenzio perché aiuta a raccogliersi in se stessi prima di un momento importante, ad assumere consapevolezza su dove ci si trova e perché, favorisce la preghiera interiore.
Il silenzio va conquistato. Lo si può ricercare in un angolo della casa, in una passeggiata la mattina all’alba, al riparo in un luogo a noi caro o da soli in montagna. Lasciandosi tutto il resto alle spalle, in un contesto sereno e senza rumori, si ascolta la voce del cuore, con purezza e semplicità, senza autoassoluzione ma severi e giusti. Bisogna ascoltare se stessi per osservare la propria vita e lavorare alla rettifica delle proprie negligenze, per ricapitolare gli eventi vissuti e le reazioni avute, le paure o i desideri che ci hanno mosso, i vizi che non riusciamo a toglierci e le virtù che ci rendono forti. 
Quella attuale è un’epoca in cui tutti parlano e nessuno ascolta. L’epoca degli oracoli sotto forma di influencer, dei pulpiti alzati sui social, delle prediche tutte uguali perché condite di politically correct. Parole al vento che nessuno più ascolta; solo chi alza la voce riesce a farsi sentire. Chi vuole affermare uno stile militante e rappresentare una visione del mondo, deve concentrare l’attenzione sull’ascolto ancor prima che sulla ricerca delle parole giuste da utilizzare e deve saper parlare quando necessario, riscoprendo l’oratoria dei fatti, l’unica che ponga il “fare” prima del “parlare”.
«La ragione per cui abbiamo due orecchie ed una sola bocca è che dobbiamo ascoltare di più, parlare di meno» (Zenone di Cizio, 333 a.C. – 264 a.C.)