In piedi tra le rovine: tra incompetenza e sovversione

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Facciamo il punto della situazione. In un tempo di oscurità e di incognite la follia del nostro governo rimane se non altro una certezza. Una certezza negativa, certo, ma pur sempre una certezza. Già questa primavera, come afferma un articolo apparso sulla rivista Forbes, le istituzioni italiane si erano dimostrate tra le peggiori a livello internazionale nel gestire l’emergenza covid-19.
Però, durante la tregua estiva, forse ci si poteva rifare. Si poteva, ad esempio, potenziare la sanità, intervenire nel settore dei trasporti, pensare a degli ammortizzatori per l’economia. Niente di tutto questo: a parte iniziative ridicole quali i famigerati “banchi a rotelle” della Azzolina (su cui per altro grava come da italianissima tradizione il dubbio del conflitto di interesse o la app Immuni che nei mesi scorsi ha “performato” in modo atroce, Giuseppe Conte e compagni hanno a quanto pare preferito rivestire i panni della cicala della famosa favola che la contrapponeva alla formica.
Salvo poi andare nel panico all’arrivo della famigerata “seconda ondata” (predetta da mesi dagli esperti) e lanciarsi in manovre di emergenza praticamente suicide a livello economico, che in molte città hanno portato alla rivolta di piazza. Tra l’altro non vogliamo a tutti i costi giocare a fare i virologi, ma se (e ribadiamo: se) le odierne cifre del contagio, veramente astronomiche, sono corretti queste contromisure serviranno oramai probabilmente a ben poco: siamo ancora una volta nello scenario della “stalla chiusa dopo che i buoi sono scappati” che ci eravamo trovati di fronte ad inizio marzo.
Ora, che il governo agisca così per semplice e criminale incompetenza o che stia obbedendo a precise direttive internazionali nel nostro quotidiano cambia in effetti ben poco: polemiche a parte di nuovo ci troviamo ad affrontare un periodo di privazione, di rabbia, di paura. E di nuovo inevitabilmente ci poniamo una domanda: davanti a tutto questo, come ci dobbiamo comportare? In questo totale sfacelo ha senso provare ancora a combattere?
Mentre scriviamo queste righe dietro i vetri della finestra il Sole splende ancora, invincibile, in un magnifico cielo azzurro, e sulle montagne indugiano gli ultimi colori dell’autunno. E al di sopra di ogni cosa svettano, bianche ed impassibili, le vette del Monte Rosa. Il pensiero corre immediatamente a Julius Evola, le cui ceneri riposano lassù, nella roccia e nel ghiaccio, e prima di lui a tutti i grandi maestri della Tradizione e all’insegnamento spirituale che ci hanno trasmesso.
Adesso tocca a noi, ancora persi fra le ombre del divenire, dimostrarci degni di quell’insegnamento e combattere la nostra battaglia. Una battaglia che, prima ancora che contro la corruzione delle istituzioni e contro l’orrido e putrescente volto della sovversione internazionale che dietro di essa si maschera, deve essere una battaglia «contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti», come dice San Paolo.
Una battaglia che, similmente all’aureola fiammeggiante di Āryācalanātha, magnifica e terribile deità del Buddhismo Shingon, sarà come un rogo finale, una conflagrazione nella quale le possibilità inferiori di questo mondo saranno consumate per far posto ad una nuova ed autentica Vita senza limiti nella Terra Pura.
Con fermezza e coraggio, accettiamo la sfida. Attraverso i millenni giungono ancora come un tuono le parole di Kṛṣṇa, manifestazione dell’Assoluto, nella Bhagavadgītā: «Vinto, otterrai la gloria del cielo; vittorioso, la gloria sulla terra. Sorgi dunque, o Arjuna, con la tua anima pronta a combattere»
 
Lorenzo Maria Colombo