The family man

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È vero e, d’altra parte, è anche giusto: provare compassione per un uomo la cui storia familiare è pregna di disgrazie e sofferenze è sicuramente indice di nobiltà d’animo e purezza di intenti.
Inutile quindi meravigliarsi se il mondo d’ispirazione tradizionale – che delle elezioni statunitensi per la verità si interessa relativamente – abbia, in questi ultimi giorni, espresso, in pubblico o in privato, autentiche manifestazioni di compassione per le vicende familiari di Joe Biden.
D’altro canto, però, il mondo di noialtri, che della Verità e della Giustizia fa le stelle polari del proprio cammino e il punto fermo da cui osservare il mondo degli altri, dovrebbe guardarsi dal cadere in fallo o almeno cercare di cadere in piedi. Sopratutto se si ha memoria della favola di Cappuccetto rosso dove il lupo, per guadagnare fiducia, si traveste da nonna. 
Ma andiamo per ordine. 
Provato questo nobile moto di condivisione compassionevole una volta apprese le vicende famigliari del neopresidente, balena la strana sensazione, che già puzza di strana induzione, di trovarsi di fronte a una “persona per bene”.
Biden, giovane procuratore e poi senatore, che perde moglie e figlia in un incidente stradale; Biden che non molla e si dedica alla politica e costruisce una nuova famiglia; Biden che perde il figlio malato di tumore di soli quarant’anni e poco più;
Biden che non molla e, nel pieno dei suoi settant’anni e poco più, partecipa alla campagna elettorale più famosa al mondo, ancora capace di tenere appesi e in sospeso miliardi di persone.
Ma Biden non è un Atlante che tiene sulle spalle, noncurante della fatica, il peso delle disgrazie, un semidio cinico e irriverente, che con il denaro ha acquistato i superpoteri; non è uno straricco sbruffone dal fare titanico e dal ciuffo arancione, un misogino con la moglie dalle sembianze da barbie: Biden è “the family man”.
Marito, padre, nonno, vedovo, padre a cui premuoiono i figli, nonno comprensivo e ai nipoti dedito. Ma se queste sono, grosso modo, la sua storia e la sua vita, la narrazione della sua personale e accidentata storia familiare diviene, nel corso della campagna elettorale, oggetto di una crescente, perversa e diabolica narratologia, che punta a stimolare pietismo e soffiare sull’animo nobile e compassionevole degli uomini, i quali, in questo frangente, contano per lo più come elettori o potenziali sostenitori e non solo come autentici esseri compassionevoli.
Negli Stati Uniti la vita privata dei politici è un fatto politico da sempre. Si vince per l’immagine che del candidato si convincono alla fine gli elettori, vince chi riesce a trasmettere più efficacemente l’immagine che di sé si vuole offrire agli elettori stessi e la campagna elettorale ruota tutta attorno alle vite personali dei candidati e, infine, la vittoria sta nella capacità dell’uno di scovare il segreto personale più sconvolgente dell’altro, vincendo così chi denuncia lo scandalo più grosso per ultimo, chi tira fuori l’altarino nel momento più vicino al giorno fatidico delle elezioni.
Ebbene, non è un caso che silenziosamente, ma in modo martellante, nelle ultime settimane prima del voto, e ora, dopo il voto, apertamente e in modo spasmodico, si siano mostrate sui giornali, anche italiani, le foto dei suoi stretti familiari da tempo defunti; che ai telegiornali siano state trasmesse le immagini del candidato Presidente recarsi con il suo staff sulla tomba del figlio alla vigilia delle elezioni; che circolino ora le foto del neoeletto Presidente abbracciato amorevolmente dai nipoti che lo acclamano “Grandpa President”.
Insomma, sembra proprio che l’immagine su cui i Democratici abbiano puntato tutto, proprio contro lo sbruffone che coi soldi aveva comprato il silenzio delle donne da lui molestate (altra narrazione dell’altro candidato su cui avevano giocato in un primo momento la partita), sia quella del “family man” in grado di stimolare compassione e di conseguenza fiducia nell’elettorato.
Ma chi ha l’intenzione di osservare il mondo con lucidità (e, soprattutto, a televisione spenta) può fermarsi a provare compassione per la storia familiare di un uomo e lì più cautelativamente fermarsi, senza giungere a nutrire per lui fiducia e quindi distrattamente dichiarare: “è una persona per bene”.
Attenti ai lupi travestiti da nonni!