Può la “agitazione” portare il mondo fuori dalla crisi?

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Torniamo ancora una volta a parlare di crisi del mondo moderno.
Di fronte ad una crisi come quella attuale – che prima che sanitaria o economica coinvolge piani dello stato umano ben più alti  – che non accenna minimamente a frenarsi, quali che siano i veri o presunti contorni legati a queste vicende, è sicuramente utile rifarci agli insegnamenti sempre attuali di Guénon.
Così come negli articoli precedenti, in cui sfatavamo gli inutili timori dei modernisti di fronte al crollo della società occidentale moderna (crollo destinato fatalmente ad avverarsi e accelerato da molteplici forze della sovversione) o chiarivamo gli errori di una sterile dicotomia oriente/occidente meramente formale possiamo cogliere nei “segni dei tempi” inquietanti similitudini con le pagine di crisi.

Nel capitolo dedicato alla distinzione tra azione e contemplazione Guénon chiarisce come questi due aspetti della natura delle cose non sono e non potrebbero mai essere irriducibilmente separati. Tra di esse esiste un rapporto di subordinazione per cui l’azione è a servizio della contemplazione e da questa deve essere ordinata e diretta.
Calandoci nell’attualità come non possiamo pensare immediatamente ai famigerati banchi a rotelle della Azzolina o ai lockdown insensati del comitato tenico-scientifico o ancora, a quella cretinata dell’app immuni? Ovunque ci giriamo il sistema democratico ci mostra esempi concreti e reali di un’azione totalmente insensata. Non esistono progetti, analisi sul lungo termine, provvedimenti presi con largo anticipo durante le fasi di calma (in preparazione alle fasi critiche). L’incompetenza e il dilettantismo regnano sovrani. Ed è giusto così. Meglio: non potrebbe essere che così!
L’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione sufficiente. Se non si riconnette ad un principio che vada di là dal suo dominio contingente, essa non è che illusione pura

 

Non può esserci una azione fatta per durare se non ha alla base un principio immutabile. L’aristotelico motore immobile non è un costrutto sofista; se l’azione non è preceduta dalla contemplazione e non è orientata secondo l’insegnamento della sapienza tradizionale e ispirata dai sacri principi di Verità e Giustizia, essa non è azione, è un vano agitarsi senza scopo.

E in effetti il governo pentapiddino sembra dare proprio l’idea dell’agitazione. Un po’ come tutte le democrazie occidentali brancola nel buio, aggiusta il tiro a suon di DPCM, non riuscendo a contenere alcunché se non la libertà dei popoli del mondo.
Ovviamente quando Guénon parla di contemplazione e conoscenza si riferisce ad un qualcosa di ben più alto di una razionale e discorsiva. Ma visti i tempi, il semplice utilizzo della lucidità e della presenza a se stessi (qualità indispensabili per la casta dei guerrieri e dei sovrani) avrebbe significato assai molto. E invece, mentre l’economia collassa, le imprese falliscono, gli imprenditori si suicidano e il virus continua a diffondersi, gli uomini di potere si godono il collasso dai salotti televisivi.
Non è qui il caso di soffermarci sulla volontarietà o meno di questo stato delle cose, e dei piani che agiscono da dietro le quinte della storia (  ne abbiamo parlato ampiamente qui qui qui o qui). L’unico dato incontestabile è che l’agitazione ( le folle chiassose, i BLM, le rivolte, i disordini, i governi) eretta a sistema su tutti i livelli della società sta accelerando determinati processi terminali giunti ormai verso la conclusione.
Quale che sia il destino che ci si prospetta al di là di questa pandemia, il compito dell’uomo della Tradizione è sempre lo stesso: orientare la propria azione secondo i principi di Verità e Giustizia. Difficilmente si rimarrà vittime del caos del mondo moderno.