La Falange Spagnola e José Antonio Primo De Rivera. Nell’anniversario del suo sacrificio

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di Paolo Rizza
José Antonio, il Cid in camicia azzurra
Nella fulgida vicenda politica del fondatore della Falange spagnola, pensiero e azione si congiungono luminosamente in una sintesi che, esemplare testimonianza di una rigorosa linearità spirituale ed etica, rifugge dall’esibizionismo di un velleitario romanticismo.
Il pensiero di José Antonio, sdegnando il protervo arroccamento soggettivistico di una ragione che si autocompiace della sua illusoriamente supposta autosufficienza ontologica e operativa, riesce a coglie le diverse articolazioni della realtà, in relazione all’ordine che contende la trascendente grandezza dell’atto creativo di Dio, e solo così si pone, in pieno equilibrio, con un’azione che non si risolve in un gretto e spregiudicato pragmatismo; ma, anzi, restaura la costitutiva subordinazione dell’agire all’essere.
Alle molteplici falsificazioni fabbricate ingegnosamente dai torvi spacciatori di droghe ideologiche, la Falange contrappone il sano realismo che intende la politica come difesa e valorizzazione della funzione socialmente indispensabile dei corpi intermedi, idonei a impedire la degenerazione della comunità nazionale nella torbida spirale del conflitto di classe, creato artificialmente dalle insane convulsioni dell’individualismo disgregatore, che contrappone gli arbìtri del capitale alle pretese spersonalizzanti del più becero collettivismo.
Conforme a tali intuizioni, di una ragione illuminata e saldamente estranea dai deliri razionalistici, José Antonio, geniale interprete della rinascita di una Spagna martoriata dai virulenti fenomeni della dissacrazione materialistica e irreligiosa, propone una critica puntuale delle costruzioni fittizie che il mondo moderno ha pervicacemente imposto alle società tramite l’innalzamento degli idoli di una cultura degenere e profanatrice a parametri vincolanti di una politica distorta, perché incapace di comprendere e di riattualizzare i principi incentrati nell’indomabile impulso civilizzatore dello Hispanidad.
Nell’irrealismo delle vuote finzioni concettuali e delle conseguenti incongruenze delle ideologie e della sovversione che ha contribuito a promuoverne la carica intrinsecamente dissolutoria, il capo falangista individua con sagace intelligenza la genesi della negazione dei valori politici, sottoposti alle pressioni scientifiche dell’invadente dispotismo demo-oligarchico, proteso a perseguire la decadenza morale e materiale delle compagini umane.
Il popolo, ritenuto titolare di una falsa e astratta sovranità dalle dilaganti mistificazioni democratiche, realizza la rappresentanza delle sue legittime aspirazioni sociali nel quadro di una comunità gerarchicamente strutturata che non culmina in una gratuita assolutizzazione della Nazione e dello Stato, in quanto essi si rivelano partecipi dell’ordine armonico sancito dalla divina Provvidenza.
Ponendosi in una prospettiva che riconosce allo Stato il compito di rivitalizzare la missione universale della Spagna, José Antonio, il Cid in camicia azzurra, svela le radici della prevaricazione economicistica perpetuata dal liberalismo e dal socialismo attraverso il sovvertimento delle gerarchie naturali e la schiavizzazione dell’uomo.
Nel discorso inaugurale pronunciato al Teatro della Commedia di Madrid il 29 ottobre 1933 per la fondazione della Falange, José Antonio confuta brillantemente i democratici sofismi del ginevrino Rosseau che, disancorando il potere dalla sua legittimazione divina e riducendolo a strumento di una fittizia «volontà infallibile capace di definire in ogni istante il giusto e l’ingiusto, il male e il bene», subordina il destino delle comunità politiche all’arbitrio di spregiudicati oligarchi, decisi a servirsi del primato delle maggioranze in base ai propri calcoli.
Il nefasto concorso tra il prepotere delle fazioni e la negatività dell’intellettualismo ideologico disconosce inesorabilmente il valore della Patria, preordinata per naturare vocazione a realizzare le sue altre finalità in dipendenza dalla tradizione religiosa che la fonda e la qualifica.
 Valenze anti-ideologiche del Falangismo Spagnolo
La limpida posizione dottrinaria del capo della Falange spagnola, discendendo da una positiva considerazione della provvidenzialità dell’ordine metafisico, che deve fornire il presupposto basilare di una politica saggiamente protesa ad attuare le sue finalità, presuppone una motivata avversione ai miserabili sofismi escogitati da una “ragione” vagante in un mondo di fredde e disanimate astrazioni concettuali.
In aderenza a tali postulazioni, che assumono la portata e lo spessore di preliminari orientamenti etici, per José Antonio lo Stato dell’anonimo costituzionalismo liberal-democratico, ridotto a rigido meccanismo di funzioni coordinate, non potrebbe rappresentare lo spirito di una rivoluzione che, come egli ha più volte esplicitamente ribadito, avrebbe potuto realizzarsi soltanto alla luce di una chiara consapevolezza della missione espressa dai valori perenni della Hispanidad.
La dimensione politico-sociale, contaminata e stravolta dallo scomposto furore dissacratorio di un mondo prigioniero degli ammalianti miraggi avveniristici del moderno oscurantismo, rispecchiava la convenzionale e fragile antitesi tra i fittizi equilibri degli egoismi costituzionalmente tutelati e il loro innaturale e confuso amalgamarsi nell’asfissiante grigiore collettivistico.
In tale oscuro scenario, la cui caratteristica era il prospettarsi di false alternative, tutte riconducibili al retroterra del materialismo, José Antonio volle riaffermare i principi di una rivoluzione restauratrice. Il suo proposito era quello di restituire alla nazione la fisionomia gerarchica costituita dall’integrazione di strutture comunitarie molteplici e articolate, ma tutte ispirate dagli stessi precisi e identificabili Princìpi e vincoli ideali, tutti concorrenti alla realizzazione del bene comune.
Non sfuggiva certamente al giovane Capo che la perniciosa disarticolazione delle realtà costituenti il tessuto primario della vita nazionale si sarebbe prodotta tanto in conseguenza di una sua inerte centralizzazione statolatrica, quanto per il concorso dell’irresponsabile propensione democratica a dissolverla nello scontro tra fazioni inquinate da roboanti velleitarismi ideologici e per ciò stesso frontalmente contrapposte alle idealità religiose e civili della Spagna.
Persuaso della necessità di favorire la ricostituzione di saldi nuclei corporativi, vocati ad assolvere le proprie funzioni nel quadro di uno Stato autorevolmente ed autoritariamente conscio della sua doverosa azione di redenzione civile, José Antonio ravvisava nei partiti un pericoloso fattore disgregativo della compagine nazionale; il decantato pluralismo, che si presta a dissimulare maldestramente il fondo oligarchico delle democrazie, non tarda infatti a palesare la carica sovversiva di organismi artificiali, diretti a surrogare le naturali forme associative e a compromettere le basi spirituali ed etiche dell’esistenza personale e comunitaria.
Smascherando l’aberrante pretesa di ancorare la determinazione dei valori al verdetto insindacabile di maggioranze strumentate da accorti demagoghi, il Cid in camicia azzurra rileva perspicacemente che «…siccome…questa volontà sovrana si esprime solo per mezzo del suffragio dove il concetto della maggioranza trionfa su quello della minoranza nella divinazione della volontà superiore – ne deriva la conclusione che il suffragio, questa farsa dei foglietti immessi in una urna di cristallo, avrebbe la virtù di dirci in ogni momento se Dio esiste o no, se la verità è una verità o no, se la Patria deve continuare ad esistere o se è meglio che a un certo momento si suicidi»[1].
L’Intrinseca sterilità del razionalismo celebrato dai cultori degli inganni ideologici è provata dalla sua congenita disposizione a negare le verità soprannaturali della Fede e a degradare la forza intuitiva dell’intelligenza. Nel borioso intellettualismo illuministico, si condensa la trama dei brillanti sofismi intitolati ai misfatti della ragione deragliante e falsificatrice.
In opposizione a questa falsa dialettica, che contempla la desolante specularità tra la prosopopea dei lumi e il suo rovesciamento nelle sospette suggestioni pseudo-tradizionalistiche del romanticismo, il fondatore della Falange, forte di una concezione animata da saggezza e realismo, ben sapeva che, dietro il comodo paravento delle libertà conclamate, si cela il subdolo armamentario della corruzione demo-oligarchica.
L’ordine naturale colto dalla ragione costituisce l’orizzonte proprio della libertà umana, che pervertirebbe la sua essenza, qualora presumesse di svincolarsene, configurandosi alla stregua di mera è arbitraria opzione soggettivistica.
Lo svisamento del concetto di libertà e la sconfessione dei presupposti soprannaturali capaci di fondarne il senso ultimo, conseguono alle gravi e molteplici distorsioni di una cultura che, in spregio ai dettami della Sapienza, ha concepito l’uomo e il suo operare al di fuori delle complesse gerarchie mirabilmente predisposte dal suo Creatore.
Sul fondamento di queste considerazioni, José Antonio dimostra, con efficace vigore, che la pretesa avanzata dal liberalismo di ergersi a intemerato paladino della libertà appare del tutto inconsistente, date le sue incisive implicazioni irreligiose, negatrici dei principi trascendenti la sfera degli immediati interessi individuali.
A tale proposito, nel già ricordato discorso del 29 ottobre 1933, egli afferma: «vogliamo meno chiacchierio liberale e più rispetto per le vere libertà dell’uomo. Perché si rispecchia la libertà dell’uomo solo quando lo si considera, come noi lo consideriamo, il portatore di valori eterni; quando lo si considera come l’involucro corporeo di un’anima che è capace di condannarsi o di salvarsi. Solo quando si considera così l’uomo, si può dire che si rispetta veramente la sua libertà e ancora di più se questa libertà si completa (come noi vogliamo) in un sistema di autorità, di gerarchia e di ordine».  
Il problema della libertà è posto e risolto in termini conformi alla tradizione speculativa greco-romana, perfezionata ed elevata dal Cristianesimo. 
Depurando la nozione di “libertà” dai pericolosi travisamenti di una secolarizzazione che ne ha disconosciuto la primaria qualificazione di categoria spirituale, José Antonio Primo de Rivera si prefigge di riconnetterla ai principi fondanti di autorità e gerarchia.  Essi, ordinando la vita soprannaturale dell’uomo, promuovono il suo positivo dispiegamento nelle concrete vicende di una nazione, decisa a non cedere dinanzi ai virulenti assalti della sovversione.
Contro la mortificante riduzione della storia ad oscuro teatro di conflitti economici e sociali, la rivoluzione falangista, centrata sul «senso ascetico e militare della vita»[2], ambiva a riscattare la Spagna dall’assorbimento  ai veleni della degradazione ateistica.
La ferma volontà di fronteggiarne la vertiginosa proliferazione è il requisito indispensabile per la resurrezione della Patria, intesa come «unità completa nella quale si integrano tutti gli individui e tutte le classi»[3].
Nella sua “sintesi trascendente”, l’aspirazione ad una autentica giustizia sociale si congiunge alla temperie eroica e religiosa, che nel corso dei secoli rappresentò la naturale proiezione storica della Spagna eterna.
Il valore della testimonianza di José Antonio
Prima di caratterizzare la grande esemplarità spirituale della coraggiosa opera restauratrice avviata da José Antonio, gioverà chiarire ulteriormente che la rivoluzione trae le sue premesse determinanti dalla decisiva opposizione a tutte le manifestazioni della sovversione culturale e politica.
Il Capo della Falange coglie lucidamente la fondamentale unitarietà del processo che, attraverso la mistificatoria rappresentazione dell’ordine tradizionale cristiano e romano pateticamente concluso, generando la greve e corrotta atmosfera che avvolge le putrescenti società contemporanee.
Se la tempestiva identificazione delle ideologie come sottoprodotti di una ‘ragione’ degradatasi a strumento di inganno e di contraffazione della realtà, rappresenta una connotazione primaria del pensiero politico della Falange, va detto che risulterebbe semplicistico ridurre la sua critica acuta e pertinente dei sofismi moderni ad una posizione meramente culturale. Essa si profila piuttosto quale coerente esemplificazione di una superiore attitudine spirituale, ove la pugnace ed aristocratica volontà sacrificale del cavaliere cristiano si salda con la fiduciosa accettazione dei piani della Provvidenza e con la spontanea adesione all’ordine da Essa luminosamente predisposto.
La nobile ambizione di ricomporre la Patria in un contesto armonico e ordinato, presupponente la responsabile cooperazione dell’uomo ai disegni del Creatore, rappresenta la cifra dello spirito rivoluzionario, che si pone agli antipodi della mentalità utopistica e delle sue deliranti sperimentazioni.
In opposizione alla comune e accreditata  opinione, che ascrive il concetto di ‘rivoluzione’ ai moti dirompenti e scomposti della sovversione moderna, Jose Antonio è persuaso che l’azione autenticamente rivoluzionaria non possa concepirsi ed attuarsi se non come esplicazione sul piano civile dei principi appartenenti al nucleo cattolico e romano della Hispanidad.
Le fasi che hanno scandito il progressivo avvento della decadenza si configurano per il Capo della Falange come gli anelli di una catena che ha aggiogato i popoli, costringendoli a vegetare sotto il peso opprimente della tirannide economicistica ed egualitaria.
Ciò costituisce l’esito di un processo originato dalla presunzione di adattare la realtà a schemi aprioristici, assolventi il ruolo di pietosi e caricaturali, surrogati dell’ordine scaturito dalla Sapienza creatrice di Dio.
In virtù del realismo che la contraddistingue, la rivoluzione difesa da José Antonio non è conciliabile né con la febbrile ansia attivistica del sovversivo, né con la proterva esaltazione titanica di chi presumesse di contrapporvisi in nome di una sensibilità romantica e paganeggiante.
Fausto Belfiori ha esplicitato con esemplare chiarezza i tratti che animano e qualificano spiritualmente l’opera del rivoluzionario, evidenziando com’esso sia «l’uomo […] che è assertore del Verbo e che, come assertore del Verbo, ritiene che in momenti di oscuramento delle intelligenze, di annebbiamento degli spiriti non vi sia la strada della conversione -rivoluzione»[4].
Crediamo che queste illuminanti puntualizzazioni delineino con rara perspicacia la profonda scaturigine ideale della rivoluzione che, per la sua irriducibilità ai gretti schematismi ideologici, si impone quale decisivo contravveleno all’infestante influenza dei focolai infettivi della confusione e del cedimento.
Risolutamente proteso a riaffermare i principi della civiltà «onde Cristo è romano» l’uomo animato dal dono soprannaturale della carità e dal senso autentico della giustizia, diviene artefice di un’opera che attesta la perfetta concordanza di tradizione e rivoluzione.
Come ha limpidamente precisato Fausto Belfiori, «il rivoluzionario si propone, nei limiti delle forze umane, di utilizzare sul piano terrestre gli effetti verificatisi nelle anime dalla conversione con cui si tagliano i lacci del razionale e si esce al Sole di vita dal labirinto dell’irrazionale»[5]
La rivoluzione, infrangendo la spessa coltre di inganni che impediscono di proiettare il suo intimo impulso rigenerativo nelle realtà soprannaturali della Storia Sacra, sarebbe ridicolmente sminuita e deformata se si pretendesse di tradurla nelle pose esibizionistiche di un tracotante superomismo, privo per sua natura di autentiche connotazioni religiose ed eroiche.
Alle premesse di un Cattolicesimo non svirilizzato da fuorvianti e innaturali tentazioni pacifistiche, José Antonio ha attinto la dedizione da lui testimoniata nell’adoperarsi per la causa della rinascita spagnola;  fedele ai doveri derivanti dall’assunzione di una prospettiva religiosa e politica superiore alle precarie contingenze temporali, il Cid in camicia azzurra sacrificò con cristiana abnegazione la propria vita in riscatto di una Patria che con l’avvento della seconda repubblica, rinnegava sfacciatamente la tradizione, per celebrare i feticci falsi e bugiardi della desacralizzazione secolaristica.
A conclusione del più volte ricordato discorso programmatico del Teatro della Commedia di Madrid, il fondatore della Falange riassunse con parole pregnanti e incisive lo stile di intransigente fierezza che ispirò costantemente la sua milizia ideale e politica:  «Noi non disputiamo agli altri i resti insipidi di un banchetto sudicio . Il nostro posto è fuori, all’aria libera, sotto la notte chiara, arma in spalla e in alto le stelle. Gli altri continuino pure con i loro banchetti. Noi fuori, in una vigilanza tesa, fervida e sicura, presentiamo già un nuovo albeggiare nella allegria delle nostre fibre».
Nel rifiuto di fondare la politica sulle procedure astratte e convenzionali del parlamentarismo; nella tenace avversione al prepotere oligarchico, subdolamente camuffato e protetto dalle parvenze del gioco pluralistico dei partiti; nell’intento di restituire alla Spagna una piena coscienza della portata universale della propria civiltà, si individuano le ragioni principali che animarono la battaglia della Falange. In essa sono custodite e perpetuate le qualità della vocazione ascetico-eroica di un Capo che, senza futili ostentazioni declamatorie, assurge al rango di riferimento ideale per coloro che, in tempi segnati dal moltiplicarsi delle insidie e dei condizionamenti della sovversione, vorranno e sapranno tener Fede ai principi immutabili.
La Falange, il Fascismo e il Nazionalsocialismo. 
Crediamo che le considerazioni fin qui delineate valgano a dimostrare in termini sufficientemente indicativi la fondamentale inverosimiglianza delle interpretazioni semplificatrici tendenti a individuare nella Falange una pigra ed attardata riproposizione del Fascismo.
A tale riguardo, è importante riaffermare che le significative e innegabili consonanze tra i due fenomeni, caratterizzati da una fervida tensione ideale e da comuni finalità politiche, risulterebbero profondamente incomprese, qualora le si intendesse come il frutto improvvisato di una pregiudiziale dipendenza o di una immediata filiazione del Movimento spagnolo dal Regime italiano.
D’altronde, se è vero che il Fascismo respinse risolutamente l’ingenua presunzione intellettualistica di ingabbiare la concretezza del divenire storico nei reticolati di soffocanti prigioni ideologiche;  se è parimenti vero che il suo congenito realismo rivoluzionario rifuggiva dal prescrivere configurazioni istituzionali vincolanti, reputate suscettibili di inverarsi in forme identiche presso le nazioni e i popoli decisi a valorizzarne il generoso impulso ideale, ciò costituisce una riprova del fatto che la Falange non fu il risultato delle supposte propensioni imitative di Josè Antonio Primo de Rivera, il suo giovane e intraprendente ideatore.
Essa, rigettando le avvilenti parodie di un falso ordine, destinato ad esaurirsi in una precipitosa alternanza di convulsi sussulti anarcoidi e di violente prevaricazioni tiranniche, si proponeva di ricompaginare  la Patria, contraffatta dal rissoso e sterile pluralismo democratico, in una vigile disciplina e in una positiva riattualizzazione della sua innata vocazione imperiale.
Le affinità agevolmente rilevabili tra la Falange e il Fascismo non attengono al dominio delle particolari contingenze che ne hanno storicamente determinato la formazione e lo sviluppo;  una loro pertinente caratterizzazione riguarda piuttosto il piano dei principi che, in ossequio ad una riaffermata autorevolezza dello Stato, sottratto al prepotere delle oligarchie e ricondotto alla sua prestigiosa funzione di organo rappresentativo del patrimonio spirituale e morale di un popolo, contemplano l’abbandono della desolante schermaglia tra i fragili orpelli legalitari dei sistemi liberal-democratici e le pressioni sopraffattrici del dispotismo collettivistico.
All’azione calamitosa e devastatrice del naturalismo politico, generatore dei logori sottoprodotti puntualmente rispolverati dai remuneratissimi agenti della sovversione ultima, fa da provvido e salutare contrappeso la rivoluzione, che la Falange e il Fascismo concepiscono come consapevole e premurosa adeguazione dell’operare umano ad un ordine trascendente, da cui la politica orienta la propria finalizzazione.
Le valutazioni largamente positive espresse da José Antonio circa la fisionomia organica dell’opera statuale mussoliniana, sottendono palesemente la ragionata avversione ad una politica corruttrice che, in nome di un pretenzioso asservimento ad astratti formulari razionalistici o ad ambigue reazioni romantiche, disconosce colpevolmente la configurazione gerarchica e il senso teleologico della realtà.
In ragione della sua formazione spirituale e culturale, José Antonio rilevava pertanto profonde divergenze tra la concezione realistica del Fascismo-regime e lo spirito neo-pagano del nazionalsocialismo come ha scritto il filosofo spagnolo Adolfo Muñoz Alonso in una pregevole ricostruzione del pensiero del Capo falangista, «nella concezione di Jose Antonio, il nazionalsocialismo è tutto il contrario del fascismo italiano; la falange non è né può essere razzista. Tale concetto fu del resto espresso dallo stesso José Antonio nel discorso da lui pronunciato in Valladolid il 3 marzo (del 35) quando disse  che i movimenti e gli Stati tedeschi e italiani “non solo non sono simili, ma sono radicalmente opposti tra di loro, o meglio prendono l’avvio da poli opposti»[6] .
La stipula dell’Asse, avvenuta agli albori della seconda guerra mondiale in antitesi all’alleanza democratico-bolscevica, non sminuisce la fondatezza delle asserzioni di José Antonio, che hanno trovato conferma nelle più rigorose ricerche storiografiche, peraltro attestanti la netta arbitrarietà culturale della abusata categoria di “nazifascismo”.
Il decisivo riferimento al senso imperiale e cristiano di Roma, condiviso da José Antonio e da Mussolini, riveste un valore discriminante rispetto alle unilaterali pretese di un germanesimo, che nel Terzo Reich ambiva a porsi come realtà assolutizzata, estranea alla sintesi che aveva provvidenzialmente concorso a creare la civiltà tradizionale del Medioevo.
Una ulteriore comprensione delle sostanziali differenze che opponevano la prospettiva sanamente universalistica di José Antonio alle mitologie alimentate da una visione solamente biologistica della razza, risulterà agevolata dalle pertinenti annotazioni con le quali Fausto Belfiori ha esaurientemente esplicitato le premesse storiche e culturali del Reich hitleriano.
«Il nazionalsocialismo – scrive Belfiori  – non esce dal nulla:  è parte integrante della storia di un popolo. Della storia religiosa:  con Lutero e con la sua “teologia tedesca”. Della storia politica:  con Federico di Prussia e con Bismarck. Della storia culturale:  con Goethe, Schiller, i grandi romantici, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger».
Per il Capo falangista, la forza civilizzatrice e il fervore missionario della Hispanidad rappresentavano il più valido baluardo contro la progressiva invasività di una sovversione, rispetto a cui la cultura romantica accolta e valorizzata dal nazionalsocialismo, si configurava come il naturale prolungamento.
Nel suo volume su José Antonio Primo De Rivera, Giorgio Almirante cita alcune testimonianze attinenti al tema di questo paragrafo, riferite da Felipe Ximenes de Sandoval, autore di una documentata biografia del Cid in camicia azzurra;  dalla lettura di esse, pare di poter evincere che il personale apprezzamento manifestato da Mussolini in un suo breve colloquio con Pilar Primo De Rivera, poco tempo dopo l’assassinio del fratello, non abbia trovato particolare eco negli ambienti ufficiali della Germania nazionalsocialista.
Sulla falsa riga del citato biografo, Giorgio Almirante ricorda che la petizione presentata nel 1936 dal console tedesco ad Alicante, bon Knoblok, al Segretario politico del Ministero degli Esteri del Reich, Ernest von Weitsza Cher, per ottenere il consenso a sollecitare dal Governo spagnolo la revoca della condanna a morte di José Antonio, non fu accolta;  e, a commento di ciò, scrive che, «se la notizia fosse esatta, essa dimostrerebbe che la scarsa simpatia di Jose Antonio per la Germania nazista era ricambiata dall’altra parte»[7].
Attingendo all’opera di Felipe Ximenes de Sandoval, più volte richiamata da Almirante, si apprende inoltre che, «l’artista spagnola Ana de Pombo, nelle sue memorie, riferisce di avere incontrato Jose Antonio a Parigi di ritorno da un viaggio in Germania, e di avere da lui raccolto questa dichiarazione testuale:  “ con Hitler non ci intenderemo mai non crede in Dio”»[8]
Tali decisive riserve non possono costituire un argomento atto a far supporre che, qualora fosse scampato alla tragedia della guerra civile, José Antonio sarebbe venuto meno al compito oneroso di fronteggiare la minacciosa offensiva dell’anti-Europa, in un conflitto che si preannunciava carico di straordinarie conseguenze per le sorti del vecchio continente.
La partecipazione della Falange ad una alleanza politico-militare, attuatasi allo scopo di prevenire la condizione di umiliante e prolungata subalternità cui l’Europa venne costretta al termine della seconda guerra mondiale, non avrebbe potuto risolvere il problema delle posizioni spiritualmente dissimili e talora inconciliabili, indicate in queste brevi notazioni.
La “scelta delle tradizioni”,  che la Falange, in tendenziale analogia con il Fascismo ha prospettato come adesione ai canoni della civiltà classica e cristiana, assume la portata di una questione ineludibile per chiunque intenda sostenere consapevolmente la risolutiva battaglia contro il mondialismo.
[1] Dal discorso al pronunciato a Madrid, al teatro De la Comedia, il 29 ottobre 1933
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Fausto Belfiori, La Buona Battaglia, Settimo sigillo Roma1998
[5] Fausto Belfiori e Luigi Gagliardi, Arnaldo Mussolini: la rivoluzione restauratrice, Edizioni Europa, Roma 1997
[6] Adolfo Muñoz Alonso, Un pensatore per un popolo, Volpe, Roma 1972
[7] Giorgio Almirante, José Antonio Primo de Rivera, Ciarrapico, Roma 1980
[8] Ibidem