NEL NOME DI YUKIO MISHIMA

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25 Novembre 1970
Il 25 novembre 2020, a cinquant’anni dal suo sacrificio, la testimonianza di Yukio Mishima è quanto mai attuale. È una testimonianza di Sole, rinascita e vita.
Egli, a un dato momento della propria esistenza, si rese conto del non-senso del vivere con la penna in mano, quando un mondo di virtù e nobiltà, già alla deriva, stava ormai irrimediabilmente naufragando. A venticinque anni dalla sconfitta bellica, con l’Imperatore costretto a rinunciare alla propria natura sacrale, l’orgoglio nazionale sotto i piedi e un popolo che, dopo aver ricevuto nel proprio seno due bombe atomiche, si vedeva costretto ad accettare i modelli imposti dai loro aguzzini, Mishima decise di segnare con la propria vita la condanna a morte del Giappone e della sua ignavia, in un simbolico connubio di conoscenza e azione.
Nel Giappone, il cui esercito non era più formato da patrioti in grado di riscattare l’idea imperiale, ma da mercenari di una compagine difensiva ormai smilitarizzata, egli fondò, in età avanzata, il Tate-no-kai, la ‘Società degli scudi’: un gruppo paramilitare a difesa dell’Imperatore e degli ideali guerrieri e sacrali del Giappone imperiale, incarnati da quei cento samurai che ne furono parte.
E così, l’harakiri di Mishima è stato l’harakiri del Giappone intero. Oggi vediamo le giovani generazioni d’Italia e d’Europa distrutte interiormente dal consumismo, totalmente indifferenti a quello che accade loro quotidianamente, distratte semplicemente dall’idea di consumare.
Gli scenari futuri sono ancora più incerti, ma già si preavvisa una mutazione antropologica senza precedenti: costretti dal Covid a mascherine, digitalizzazione e diffidenza, si sta dando il colpo di grazia anche alla dimensione dell’umanità. L’uomo, o il sembiante antropomorfo che ne rimarrà, sarà costretto a diventare una monade lavoratrice, con il denaro necessario per soddisfare i propri bisogni fisiologici
Ecco, in tale contesto, l’attualità di Mishima: egli non è l’eroe che nasce perché educato all’eroismo, ma è l’eroe che sorge come estrema reazione al vuoto che avanza, in tutta l’estetica di un modo di vivere che non conosce più il confine tra la vita e la morte. Mishima così si racconta, con la solenne crudezza tipicamente giapponese: «Se rivivo con il pensiero i miei ultimi venticinque anni, il loro vuoto mi riempie di orrore. Posso appena dire di aver vissuto».
Mishima è l’eroe che sorge quando non si può più fare a meno di essere eroi. Eccola, ancora, l’attualità e l’esempio di Mishima, in una domanda brutale, tagliente come un colpo di katana: «È possibile che vi accontentiate di vivere accettando un mondo in cui lo spirito è morto?».
RAIDO
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