Basta titoli di studio, basta CV: il lavoratore di domani lo vogliono ignorante.

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Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è. Sempre più imprese, ed in particolare le cosiddette “Bigh Tech”, cioè i giganti della tecnologia, vogliono candidati “ignoranti”: cioè privi di titoli di studio ed esperienza significativa nel curriculum vitae.
Perché? Non è una provocazione o qualche trovata strampalata per attirare l’attenzione dei media, bensì il trend delle selezioni che le risorse umane di questi colossi stanno realizzando negli ultimi anni. Quel che, a prima vista, potrebbe sembrare un paradosso non lo è.
Queste imprese, che trattano attività ad alto contenuto innovativo devono, perciò, essere in grado di anticipare gli scenari futuri, ed è per questo che non vogliono personale strutturato e formato sulla base degli studi “classici” (licei, università, etc.), potendo tali esperienze essere un limite.
Vogliono dei fogli bianchi, meglio se senza esperienza, destrutturati, su cui imprimere la loro formazione (interna) a colpi di seminari corsi intensivi. Ed ecco così il mostruoso risultato: si cercano “talenti” il cui unico talento è, appunto, non averne. Se è altresì vero che non è il “titolo di studio” a fare la persona e la sua cultura, pure, in questo approccio ritroviamo condensato tutto il tipico odio della modernità per la conoscenza intesa come formazione e coltivazione di sé, e che naturalmente passa tramite un approccio “tradizionale” alla cultura. 
Se pensiamo, infatti, che grandi aziende del calibro di Google, Apple, Ibm ma anche Starbucks o Bank of America non chiedono più la laurea come requisito per l’assunzione, abbiamo il senso di quanto sta avvenendo.
E questo è tanto più vero in un’epoca, come quella attuale, in cui a colpi di Didattica A Distanza (DAD) si sta allevando una generazione di studenti ignoranti, lontani da quella palestra educativo-sociale che è la scuola, per trasformarli in risorse da formare a distanza, come se un webinar potesse sostituire il valore educativo e antropologico di una lezione in presenza.
Eppure, c’è un’intima coerenza in tutto questo a ben pensarci: stiamo formando gli imbecilli di domani che, plagiati  e plasmati meglio dalle società che dovranno impiegarli, si riveleranno degli utilissimi lavoratori-idioti.
Google – ad esempio – equipara la candidatura di un laureato a chi ha ottenuto tre certificati di competenza interna rilasciati da Google stessa… con la differenza che per una laurea ci vogliono 3 o 5 anni, mentre questi tre certificati richiesti si ottengono in 6 mesi, ed al costo di 49 dollari al mese!
Può così succedere che una azienda di ricerca e selezione del personale, la tedesca “WhyApply”, possa indire delle selezioni mediante dei veri e propri contest online – come fosse un videogame – a cui può partecipare chiunque.L’azienda pone un quesito online e chi risponde correttamente “vince” una selezione (e, forse, anche un lavoro).
Del resto, queste grandi aziende rappresentano degli incubatori di modelli e procedure che molto presto verranno adottate ad ogni livello e latitudine. Infatti, il sistema si giova anzitutto di “testimonials” che aprono così le danze per tutti coloro i quali seguiranno la nuova moda, in una costante emulazione (al ribasso) come il pifferaio magico che chiama a raccolta tutti i topolini ammaliati dalla sua musica estasiante.
E’ il caso di Elon Musk, che come sua consuetudine si distingue per l’esagerazione e l’imprevedibilità. Musk ha detto e ribadito che presso la sua azienda Tesla il titolo di laurea non è inutile ma, proprio “irrilevante”.