Può una pandemia renderci veramente migliori?

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Sui social gira dall’inizio della pandemia l’opinione, che forse è quasi una speranza, secondo cui “da tutto questo ne usciremo più buoni“.

Un po’ inconsciamente l’uomo della strada avverte la triste deriva cui è giunto l’uomo e ingenuamente crede che una pandemia possa risvegliare in esso quel senso di altruismo e dono disinteressato connaturato alla natura universale dell’essere umano.

Purtroppo – ed è sotto gli occhi di tutti – cosi non stanno le cose. È inferenzialmente impossibile per l’uomo moderno giungere a questa miracolosa epifania solo grazie a dei mutamenti esterni e senza che la metamorfosi non avvenga prima di tutto dentro di esso.

La pandemia, la crisi economica, la paura e l’incertezza non fanno altro che esacerbare il malessere dell’uomo moderno, e di conseguenza il suo lato più meschino e bestiale. I delatori, la cattiveria, la violenza, il pensare solo a se stessi, sono tutte caratteristiche che si stanno evidenziando forse con ancor più vigore nel corso di questa crisi globale. Non sono nate con la crisi, stanno semplicemente uscendo fuori, sono elementi connaturati all’uomo moderno perché sono gli elementi distintivi del principio cardine della modernità: l’individualismo.

Nelle fasi terminali di un ciclo le possibilità inferiori dell’uomo devono manifestarsi. E le vediamo intorno a noi continuamente.

L’individualismo nega anzitutto qualcosa al di fuori o al di sopra di sé. La forma mentis individualista ritiene ragionevole “minimizzare” Dio e la religione, nel farne “qualcosa di laterale, cui si assegna un posto ben delimitato e ristretto il più possibile; nel ridurla a qualcosa di privo d’ogni influenza reale sul resto dell’esistenza e da esso isolato come da una specie di compartimento stagno”. Non è allora un caso che tra i primi provvedimenti presi per arginare il contagio sono stati quelli di chiudere le funzioni religiose.

In altre epoche, quando si verificavano epidemie, il sostegno della fede e la forza delle preghiere per intercedere tra Cielo e Terra erano elementi fondamentali per uscire dalla crisi per due motivi: da un lato la fede e la preghiera sostengono il popolo, lo esercita alla speranza e gli permette di superare qualsiasi avversità. Dall’altro lato la forza dei riti attira forze celesti che possono essere di enorme aiuto in un contesto del genere.

Il governo Conte ha invece ritenuto necessario come primo provvedimento chiudere le chiese – “immondi luoghi di contagio” – e stroncare ogni possibilità di praticare i propri riti, celebrare con Dio i momenti fondamentali della vita o dare l’ultimo saluto ai propri cari.

La fede non viene vista come pratica fondamentale dell’uomo, l’esercizio ad un miglioramento di sé e alla coltivazione della propria anima; per l’uomo moderno la fede è un vezzo, una cosa secondaria, palliativo per le persone semplici e un po’ ignoranti.

Non ascolta nessun’altra voce che quella della materia e ignora il potere del Rito. E le alte cariche religiose – che dovrebbero essere custodi e difensori dello Spirito in terra – anziché ribellarsi a questo stato di cose, porsi alla testa della rivolta contro chi pretende che la vita materiale sia più importante della vita dopo la morte, si piegano ossequiosi perché, in fin dei conti, sono affetti dallo stesso morbo individualista.

La nascita dell’apologetica religiosa ha fatto scadere la religione al piano dell’individualismo, al piano delle questioni materiali, di ciò che si può discutere, di cui si può dibattere, nel campo delle opinioni, dove a vincere è chi ha la migliore eloquenza. La verità si fa “conciliante” con il relativismo della scienza e per questo muore.

Il papa si limita a fare il megafono del governo pentapiddino, le chiese si danno alla blasfemia pur di assecondare l’illegittimo potere temporale.

La religione china la testa di fronte alla scienza profana (i cui primi sintomi erano l’aderire fatalmente ad una teoria mai confermata e sempre passabile di smentita come l’evoluzionismo). Non si cura delle anime e della crisi dello Spirito ma si confonde nel divenire, cavalca le mode e il filone della degenerescenza moderna (apocalissi ecologiche, questioni migratorie, di diritti delle minoranze etc).

La scienza è la nuova religione, con il beneplacito della vecchia, con la differenza che essa, la scienza profana, può dire una cosa e l’opposto di quella prima nel giro di una settimana senza passare minimamente per ciarlatana agli occhi dei suoi fedeli.

La scienza ha sempre ragione! Anche quando sbaglia…

Anche quando cambia costantemente le sue verità e ne riformula di nuove. È la religione del relativismo, dove la verità cambia costantemente. È la religione che si adatta perfettamente ad un mondo fluido e in costante mutamento; è il dogma perfetto per assoggettare gli uomini moderni perché i padroni del discorso ne possono cambiare i postulati quando vogliono, con la rapidità di un dpcm…

E quelle verità sono un dogma incontestabile, almeno per il tempo strettamente necessario a far fare agli uomini quello che il potere vuole. La verità assoluta è ignorata. A nessuno importa più. Nei salotti televisivi intellettuali, filosofi e opinionisti di ogni genere (grandi affabulatori di masse tenuti in gran considerazione per la loro capacità di non far nulla tranne che parlare) sono tutti indaffarati a gareggiare su chi è il più originale o a creare problemi anziché trovare soluzioni.

“È l’inferiore che giudica il superiore, è l’ignoranza che impone limiti alla sapienza, è l’errore che scalza la verità, è l’umano che si sostituisce al divino, è la terra che va a predominare sul cielo, l’individuo facendosi la misura di tutte le cose e pretendendo di dettare all’universo leggi tratte tutte dalla sua ragione relativa e defettibile. “Guai a voi, guide cieche!”, è detto nel Vangelo.”

Ecco allora forse l’unico merito di questa crisi: essa ha avuto il pregio di portare allo scoperto queste guide cieche. Che l’uomo della Tradizione si guardi bene dal seguirle verso l’abisso! Perché ora più che mai, l’unica guida che dobbiamo seguire è quella dei principi di Verità e Giustizia.

Solo così forse, quasi come fosse una prova, da questa crisi ne usciremo migliori.