Una società basata sul senso di colpa muore

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Questa è la morale che, dopo tanti anni, sono riuscito a estrarre da due lontani episodi che vorrei raccontarvi.

Nel primo avrò avuto 10 anni. Camminavo per strada con mio nonno, non ricordo dove stessimo andando. Si era a metà degli anni Novanta e lo “straniero” era qualcosa per lo più visto in televisione. Non faceva paura, non si parlava di “invasione” e per un bambino il contatto con il “diverso” era soprattutto uno stimolo alla curiosità.

Nel mio paesino, del resto, lo “straniero” era una sorta di concetto astratto: avevamo tutt’al più due dozzine di cognomi che resistevano ostinatamente da un millennio. Ci erano del tutto sconosciute le classi “multietniche”; non c’erano ancora i negozi di casalinghi che anni più tardi avremmo chiamato per antonomasia i “cinesi”. Figuriamoci i locali etnici.

Gli unici contatti con l’“altro”, a quei tempi, erano dati dai “vu cumprà”, per lo più originari del Marocco, che periodicamente risalivano la vallata con i loro sacchi neri, borse, carrelli, per andare a vendere porta a porta o per strada piccoli oggetti; forse calze, fazzoletti. Cose di poco conto. Li ricordo però sempre sorridenti, mai minacciosi. Essendo sempre gli stessi, si erano – diciamo così – integrati nel paesaggio. Li si vedeva, ad esempio, nelle giornate più calde sostare sotto un portone con il loro enorme involucro nero appoggiato ai piedi.

Fra di loro vi era Moustafà (che, direi, chiamavamo solo “Mustafà”, ignorando cosa fosse un dittongo). Avrà avuto 12, 13 anni al massimo, magrissimo, il peggiore da marcare in tutte le partitelle fra amici. Quando arrivava al campetto, gettava da un lato la borsa a tracolla sempre piena di cose e iniziava a giocare, come se fosse dei “nostri” da sempre. Averlo in squadra era fondamentale, anche se passava molto poco e giocava praticamente da solo. Nessuno pensava al colore della sua pelle o se fosse un “ragazzo cattivo”: così come veniva, spariva e magari tornava dopo settimane come se nulla fosse. Nessuno sapeva dove abitasse.

Quel giorno, però, lo incontro per strada con il suo immancabile borsone. Era accigliato, si rivolge a mio nonno e gli dice subito, guardandomi con aria di sfida: “Buongiorno signore, lo sa che suo figlio mi ha chiamato ne*ro?”. Mio nonno mi guarda, diventa triste, io rimango basito: non era mai successo! Mi spertico a protestare, ma Moustafà insiste. Cosa voleva da noi? Mi ricordo quanto fossi ferito da quella falsità. Non avrei mai pronunciato una frase del genere, lo consideravo con simpatia. Rimasi ferito, molto a lungo, riflettendo sull’accaduto. Perché aveva voluto mentire?

Gli anni passano, le compagnie si sciolgono, inizia il liceo e, poi, l’università. Il rito del treno ogni mattina, ogni pomeriggio, si ripete sempre uguale. Da tanti anni non frequento più il campetto e non ho più pensato a quell’incontro.

Siedo da solo, quando a un certo momento ecco Moustafà. Senza borsone, questa volta. Spettinato, vestito alla bell’e meglio. Mi fa però quel suo sorriso largo, dicendomi “Ciao amico, ti ricordi di me? Giocavamo a pallone, come stai? Tu eri sempre gentile con me”. Io, malgrado tutto il tempo passato, sento quella fitta di ingiustizia far male di nuovo. Voleva cinque euro per mangiare. Non ricordo se glieli ho dati.

Ma ricordo che da allora, purtroppo, ho iniziato a comprendere che qualcosa si era spezzato in quel patto non scritto, dentro di me, che conciliava le apparenze e le parole. Ho compreso quante persone mentono per ricattarci con sensi di colpa.

Ho pensato a quanto immenso possa essere questo inganno se lo moltiplichi per mille, per centomila sorrisi e per centomila false accuse. Se a questa menzogna regali dei microfoni, bandierine, libri e comparsate in TV. Se le elargisci dei fondi. Se la fai diventare autorevole, se la fai pronunciare a personaggi importanti; se, meschinamente, ne fai un dogma e una verità.