La freccia di Arjuna – insegnamenti dalla Bhagavadgītā – 1

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Lanciamo una nuova rubrica, dedicata alla Bhagavadgītā e ai suoi insegnamenti.
Abbiamo spesso ribadito quanto sia importante questo testo di sapienza tradizionale, per poter conformare la propria azione ai principi della Tradizione.
E, mentre ricordiamo lo splendido e fondamentale testo “L’etica del guerriero” di Mario Polia, edito da Cinabro Edizioni, proponiamo questi estratti con i puntuali approfondimenti e gli opportuni chiarimenti di Alessandro Zanconato.

La Bhagavadgītā  (“Il Canto del Beato”) è considerata a ragione “il Vangelo dell’India”, e fa parte del grande poema epico Mahābhārata (IV sec. a.C.). Si tratta di un dialogo metafisico e morale tra Arjuna, nobile condottiero della stirpe dei Pandava, in lotta contro i malvagi cugini Kaurava sul campo di battaglia di Kurukṣetra (che rappresenta l‘eterna lotta tra il Bene e il Male) e il dio supremo Krishna, avatara di Vishnu e cocchiere di Arjuna. Nel corso del dialogo, il dio istruisce l’anima di Arjuna sull’indistruttibilità del suo vero , l’Atman, e sull’etica dell’azione disinteressata (karma-yoga), fondata sulla rinuncia ai frutti dell’azione, per conseguire la liberazione dalle passioni dell’ego. Gli insegnamenti immortali di Krishna costituiscono l’essenza della Tradizione Primordiale, di cui la Bhagavadgītā rappresenta un gioiello spirituale inestimabile, che risplende di luce propria nell’oscurità dell’attuale Kali-Yuga.
LA “COMPASSIONE EGOICA” DI ARJUNA
Quando l’eroe dai lunghi capelli [Arjuna]
Ebbe così parlato al Signore degli organi dei sensi [Krishna],
O discendente di Bharata, questi arrestò quell’eccellente carro
In mezzo ai due eserciti,
Di fronte a Bhisma, Drona e a tutti quei sovrani;
Poi disse: “O figlio di Pritha [Arjuna], guarda i Kuru qui radunati”
Il figlio di Pritha vide allora schierati
In quel luogo padri e avi,
Maestri, zii materni, fratelli,
Figli, nipoti e compagni,
Suoceri e amici
In entrambi gli eserciti;
Vedendo tutti quei parenti
Schierati in battaglia, il figlio di Kunti [Arjuna]
Fu invaso da un’immensa compassione
E, desolato, disse queste parole:

“O Krishna, vedendo questa mia gente
Schierata, pronta a combattere,
Languiscono le mie membra;
La bocca inaridisce
E un tremore e un brivido
Insorgono nel mio corpo; (…)
Vedo funesti presagi, o eroe dai lunghi capelli,
E non riesco a scoprire alcun bene
Nell’uccidere la mia gente in battaglia.
Io non aspiro alla vittoria, o Krishna,
Né al regno, né ai piaceri;
A che mi giova il regno, o Govinda [epiteto di Krishna],

A che le gioie della vita?
(…)
Ahimé, un grande peccato
Noi siamo decisi a commettere,
Poiché, per cupidigia dei piaceri del regno,
Ci apprestiamo a uccidere la nostra gente!
Meglio sarebbe per me s’io fossi ucciso in battaglia,
Disarmato e senza opporre resistenza,
Dai figli di Dhrtarastra [capostipite dei Kaurava, malvagi cugini e nemici dei Pandava, la stirpe di Arjuna]
Con la mano armata di spada!”
In questo brano, tratto dal primo canto della Bhagavadgītā, Arjuna, dopo aver contemplato il campo di battaglia e aver osservato le schiere dei suoi parenti, i Kaurava, accecati dalla cupidigia e pronti a combatterlo per il potere e la ricchezza, si lascia travolgere dalla compassione. Il suo nobile cuore di guerriero è turbato: non desidera uccidere i suoi parenti, perché teme di cadere nel grave peccato dei “distruttori della famiglia”, cellula fondamentale di ogni società tradizionale. Egli non è desideroso di potere, né di ricchezza e beni materiali: nemmeno per tutto l’oro del mondo vorrebbe sterminare i familiari.
La “compassione” di Arjuna è senza dubbio figlia di un animo nobile e ben intenzionato, e tuttavia si tratta di un sottile auto-inganno, opera dell’Ego: a volte, esso si nasconde dietro le migliori intenzioni, e si presenta alla mente mascherato sotto le fattezze di una pietà lacrimevole, pallida imitazione della compassione autentica. Quest’ultima è figlia di un vero disinteresse: ha come fine esclusivo il Bene, dal quale non devia per alcuna ragione, e non è influenzata dall’incostanza delle passioni, che sono sempre manifestazione di debolezza e viltà, anche quando si giustificano invocando nobili principi morali, quali il rispetto dei legami familiari e l’umana solidarietà. A causa di questa sua debolezza, Arjuna rischia di venire meno al suo dovere di kshatriya (“guerriero”, seconda casta dopo quella dei bramini), rinunciando alla lotta contro il Male.
Nel secondo canto, Krishna insegnerà ad Arjuna la differenza tra la vera e la falsa compassione, aiutandolo a fare luce nel groviglio di sentimenti e passioni che oscurano il suo cuore. Anche oggi, nel mondo moderno, così lontano dalle atmosfere epiche ed eroiche della Bhagavadgītā, eppure così simile nel bene e nel male, l’uomo continua a soffrire di quelle stesse passioni che attanagliano Arjuna, da cui troppo spesso si lascia travolgere. Anche i più nobili tra noi soggiacciono all’auto-inganno del grande guerriero, ritenendo a torto che la mera astensione dalla violenza esteriore e il pacifismo imbelle propagandato dai mass-media siano espressioni di autentica solidarietà umana. Veniamo bombardati quotidianamente da messaggi che, sotto l’apparenza di un comodo e rassicurante buonismo e in nome di un’etica distorta dell’“accoglienza” indiscriminata, ci condizionano in maniera subliminale, facendoci sprofondare nelle sabbie mobili dell’indolenza e del quieto vivere. Quante volte non ci accorgiamo che i nostri piagnistei sulla violenza del “mondo crudele” sono diventati l’alibi per un’esistenza di rassegnazione al potere del Male! Rinunciamo a combattere perché ci hanno insegnato fin da piccoli ad evitare la lotta, a “non avere nemici”, a “volerci bene”, anche quando i destinatari delle nostre lacrimevoli emozioni non meriterebbero compassione, perché corrotti e malvagi. L’uomo moderno, sotto il pretesto di astenersi dall’odio, cade nella viltà dell’indifferenza. 
Dobbiamo reagire a questo torpore, riscoprendo la fierezza di essere dei “guerrieri dell’Assoluto”, capaci di domare le nostre passioni e di indirizzarle al compimento del Bene supremo, fedeli al solo Dovere e incuranti delle seduzioni del mondo.