Non prendeteci per babbi: Babbo Natale esiste eccome!

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Qualche giorno fa abbiamo dato spazio a un contributo, pervenuto alla Redazione di AzioneTradizionale.com da un nostro collaboratore esterno, circa la necessità di evitare che i nostri figli crescano credendo in Babbo Natale. Pubblichiamo una risposta di un nostro redattore che la Redazione sente di condividere maggiormente.

Non prendeteci per babbi: il problema del Natale – oggi – non è far credere ai nostri figli che esista Babbo Natale. Anche perché Babbo Natale esiste eccome!
Ci ha infatti abbastanza stupito l’articolo, in parte condivisibile nelle premesse ma del tutto esecrabile nelle conclusioni, uscito in concomitanza della festività di San Nicola sulla pagina di AzioneTradizionale.com: le intenzioni – sicuramente le migliori – dello scrivente sarebbero state quelle di convincere i lettori della necessità di non far credere ai propri figli alla «storiella del vecchio panciuto che gira con le renne a donare regali» al fine di favorire in loro una «esperienza reale con il sacro». Il rischio sarebbe quello di alimentare «un riflesso pavloviano» nel bambino: una volta aver realizzato di esser stato tradito nella fiducia mal riposta, il bambino tradito svilupperà un riflesso condizionato smettendo più facilmente di associare al Natale un momento sacrale, «perché il retropensiero lo porterà sempre alla brutta esperienza di rottura maturata con Babbo Natale». Con la scoperta della triste realtà, il «bambino impara, cioè, che si può imparare a non credere, a non avere Fede. È una esperienza di rottura, niente affatto positiva, e dai contorni piuttosto “satanici” per usare delle categorie a tutti comprensibili».
Innanzitutto, forse sarebbe opportuno andarci piano con questi giudizi soprattutto se il Babbo Natale che conosciamo noi – «il vecchio panciuto che gira con le renne a donare regali» – ha un antenato illustre e dai connotati sacrali, in quanto non nasce di certo con la Coca-Cola, la quale, più correttamente, ha semplicemente stravolto e riformulato in chiave commerciale e consumistica la figura di Santa Claus informando l’immaginario collettivo.
Riappropriarsi dell’autentica figura di Santa Claus può essere invece la via maestra da seguire, favorendo nei propri figli la consapevolezza che il Babbo Natale del centro commerciale, seduto a farsi fotografare, e quello della pubblicità, che stappa la bottiglietta, siano mere rappresentazioni più che profane di una realtà più che reale che andrà coltivata e alimentata in altro e più alto modo.
Si tratta infatti di stimolare nei nostri figli una predisposizione a percepire la magia della “realtà che non si vede”, di depurare tale magia dalle incrostazioni moderniste che la disancorano dalla sacralità dell’esistenza, di credere nei miti e nelle leggende finché non saranno abbastanza maturi da cogliere quel principio di verità che risiede in ciascuna di esse.
La favola di Babbo Natale – o meglio la leggenda di San Nicola – ha una sua forza anagogica, che, come tutte le favole, custodisce antichi saperi ancestrali legittimi e tradizionalmente fondati.
Sono «asini che portano reliquie» come ci ha insegnato René Guénon: «il popolo conserva, senza comprenderli, residui di tradizioni antiche, risalenti talvolta perfino a un passato così lontano, che sarebbe impossibile determinarlo» e «quando una forma tradizionale è sul punto di estinguersi, i suoi rappresentanti possono benissimo confidare volontariamente a quella memoria collettiva […] quel che altrimenti andrebbe irrimediabilmente perduto. È, insomma, il solo modo di salvare quel che può essere ancora salvato in una certa misura» (René Guénon, Significato del “folk-lore”, in Diorama, 16 marzo 1934, ora in Precisazioni necessarie, Edizioni di Ar 1988, pp. 21 e ss.).
Tra queste non si può di certo dimenticare l’asino Babbo Natale che porta in groppa la reliquia di San Nicola, i cui doni da lui portati – come ricorderemo riportando qualche stralcio dell’opera di Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno (Rusconi 1994, pp. 39 e ss.) – hanno origini ancora più remote: si tratta di riscoprire la memoria della festività di San Nicola, che cade il 6 dicembre nel cuore dell’Avvento e che riecheggia un «substrato di usanze precristiane collegate al solstizio d’inverno».
Insomma, «il solo modo di salvare quel che può essere ancora salvato in una certa misura» del Natale e del suo significato recondito e più profondo, ancestrale e assoluto – in un’epoca in cui la Santa Messa si anticipa di due ore per rispettare i coprifuochi, le acquasantiere sono occupate dalle amuchine e l’ostia si prende con i guanti – forse, dicevamo, parafrasando Guénon, che l’unico modo di «salvare quel che può essere ancora salvato» è proprio quello di difendere le tradizioni del Natale e il suo immaginario popolare.
Ma andiamo per ordine e prima facciamo un po’ di storia o, meglio, di Tradizione.
«Su san Nicola, vescovo di Mira nell’Asia Minore, abbiamo poche notizie certe. Nato a Patara, nella Licia intorno al 270, unico figlio di pii e ricchi genitori, divenne presto popolare per la sua bontà e carità. Morì tra il 345 e il 352 e fu sepolto nella chiesa di Mira – l’attuale villaggio turco di Dembre – dove i suoi resti mortali rimasero fino al 1087, quando vennero trafugati da alcuni marinai baresi che li condussero nella loro città. Oggi ancora le sue reliquie sono venerate nella cattedrale che fu edificata in soli due anni trasformando in basilica la spaziosa corte ch’era appartenuta al rappresentante di Costantinopoli».
Le leggende fiorite sul Santo e sui suoi miracoli fin dai primi secoli ci permettono di capire ancor meglio la sua funzione e il suo legame con il vituperato Babbo Natale. Molti sono i particolari e ricche di significato sono le numerose leggende ad esso legate. Ma uno in particolare è il miracolo che ha contribuito a creare la sua fisionomia popolare; nel ripercorre questo episodio seguiremo, ancora una volta, le parole del compianto Alfredo Cattabiani: «Narra una leggenda che un vicino di casa, caduto in miseria, non poteva assicurare la dote alle tre giovani figlie, condannate così a non maritarsi. Allora Nicola gettò loro nottetempo attraverso la finestra tre palle o borse piene d’oro».
Questo e tanti altri episodi hanno stretto «tra il santo e i fanciulli un tale legame che fino a poco tempo fa in Puglia e nell’Europa orientale si considerava la festa di san Nicola un gioioso anticipo del Natale. Oggi l’usanza di far trovare dolci e regalini ai bimbi sopravvive a Bari e a Molfetta negli ambienti meno permeabili al processo di omologazione in corso».

San Nicola, i doni e i bambini, dunque: ma come ci è diventato Babbo Natale questo Santo generoso che porta i doni? La storia è nota ed è sempre Cattabiani a ricordarcela: «San Nicola nel primo Medioevo si chiamava Sanctus Nicolàus – dal greco nikólaos, composto da nikân, “vincere”, e laós, “popolo”, e dunque “vincitore fra il popolo” – divenne popolare nell’Europa centrale e settentrionale dove il nome si storpiò in Santa Claus. Emigrato in America, il suo aspetto subì una metamorfosi: il mantello vescovile diventò un robone rosso orlato di pelliccia, la mitra un cappuccio a punta. E con queste nuove sembianze è tornato in Europa come Babbo Natale: maschera-simbolo della frenesia laica che informa quello che un tempo era il memoriale della nascita di Gesù e oggi è per molti la festa principale del Consumo. Eppure, anche Babbo Natale, che giunge dalle regioni polari con la slitta trainata da renne e carica di doni, rivela tratti enigmatici che rinviano alle tradizioni precristiane, tipiche dei periodi che precedevano i capodanni, come ad esempio i Saturnali romani, celebrati nella Roma imperiale fra il 17 e il 23 dicembre»: una settimana di giochi d’azzardo, danze e banchetti in onore di Saturno, il dio dell’età dell’oro.
Qui sarà sufficiente richiamare la stretta connessione tra Saturno e il gioco d’azzardo – sicché l’attuale gioco della tombola nei giorni natalizi non ne è nient’altro che il ricordo sbiadito – e tra Saturno e i “doni” spirituali che il gioco cosmico porta con sé.
D’altra parte, è stato infatti ricordato che, se «per distribuire i doni ai nostri bambini scomodiamo un incolore Babbo Natale […] o San Nicola, dietro queste figure sta sempre l’invernale Saturno […]. Se ancor oggi i bambini pongono davanti alla porta una scarpa, un piatto o qualche altro oggetto, affinché il santo porti loro furtivamente mele e noci, è perché esse costituiscono l’immagine infantile della buona fortuna» (Margarethe Riemschneider, Saturnalia, II, in Conoscenza religiosa 4, 1981, pp. 208 e s.).

Diremmo, dunque, che niente di più tradizionale, nel suo significato più alto e profondo, è riscontrabile nell’usanza di far crescere i nostri figli attraverso le immagini e le storia degli ultimi residuati morenici della Tradizione primordiale, niente di più vivo e autentico nell’educare i nostri figli alla magia delle immagini leggendarie, delle favole anagogiche, delle storie che riscaldano i cuori e accendono le speranze. Insomma, non prendeteci per babbi: Babbo Natale, Saturno e San Nicola esistono eccome perché è la Tradizione a insegnarcelo. Si badi, sarà quanto mai corretto combatterne la parodia ma senza mai abbatterne il simbolo: ché questo è, d’altra parte, l’obiettivo ultimo della Sovversione.
Se sapremo far vivere ai nostri figli l’autentica “magia del Natale”, non con squallido spirito borghese infarcito del peggiore jingle natalizio, ma con dirompente forza anagogica, che conduce verso l’alto, eleva e rinforza spiritualmente; se Babbo Natale e i suoi doni non sostituiranno ma arricchiranno il Santo Natale – così come, d’altronde, l’arrivo di San Nicola non ha mai sostituito la venuta di Gesù Bambino; se sapremo condurre il credere dei nostri piccoli verso il conoscere dei più grandi senza quei traumi che la psicologia moderna più che risolvere ottusamente alimenta; se sapremo riscoprire e rivivere l’autenticità del Natale, anche e soprattutto grazie al suo folklore, ebbene, niente di più saggio, preparatorio ed educativo per le nuove generazioni si potrà realizzare in un’età in cui il buio avanza e Saturno è pronto a tornare.