Cuib Femminile | Il colonialismo della moda

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a cura del Cuib Femminile RADIO

Il mercato del lusso trova sicuramente ottimi acquirenti nei Paesi del Medio Oriente in cui petrolieri e sceicchi, si sa, hanno possibilità di spesa ben più ampie di molti occidentali. Tuttavia, le differenze culturali tra la moda e le abitudini di questi  Paesi e quelli dei Paesi occidentali rendono piuttosto ostica l’importazione della nostra moda in Medio Oriente.
L’Islam è, come è noto,  il principio ispiratore e base dell’intero impianto normativo in molti dei paesi della penisola arabica, teocratici appunto, dove sono numerosi i precetti relativi all’abbigliamento della donna. È necessario che sia coperta la maggior parte del corpo femminile e che le donne indossino un velo che copra almeno il capo e il collo.
Come fare allora per importare in medio oriente la moda occidentale, che spesso lascia ben poco all’immaginazione e altrettanta poca carne scoperta? Occorre un cavallo di Troia.
E una donna come Halima, musulmana, bellissima e naturalizzata statunitense, è l’esca perfetta. La si veste da capo a piedi, se ne fa una stella della moda, si lanciano campagne pubblicitarie dedicate al pubblico islamico e piano piano ecco le donne musulmane capitolare su abiti di Stella McCartney, Max Mara e di tantissimi altri stilist di alta moda.
Anche quella fetta di mercato, difficile ma non impossibile, è stata conquistata. Ma non basta. A quel punto la modella musulmana va lentamente svestita, lo hijab si sposta, il collo si scopre e si mostra sempre qualche centimetro di pelle in più. Bisogna conquistare il mondo islamico a colpi di minigonne e scollature.
Un colonialismo della moda, insomma, in cui ancora una volta il Paese occidentale di turno si pone da conquistatore dettando le proprie regole.
Ma non avevano fatto i conti con l’etica di una Donna musulmana. Halima infatti ha detto basta. Fanno riflettere le parole di questa giovane donna, che si è riconosciuta il diritto, che ha, di sbagliare e rialzarsi a testa alta, chiedendo scusa in primis a se stessa, pubblicamente, per essersi tradita.
“Guardandomi indietro, ho fatto quello che dicevo che non avrei mai fatto. Ovvero compromettere chi sono solo per essere accettata”. Una lezione esemplare per tutte le donne, musulmane e non. Anche perché, dopotutto, ogni donna, indipendentemente dalla religione, ha uno hijab a cui non deve rinunciare, mai.

(tratto da Repubblica.it) – Halima Aden lascia la moda per i troppi compromessi sul suo hijab 

Non importa cosa io o chiunque altro vi abbiamo raccontato sull’industria: non è fatta per noi, non lo è mai stata”. Sono alcune delle parole con cui ha lasciato la carriera da modella Halima Aden, statunitense di origine somala nata e cresciuta in un campo profughi in Kenya, nota per essere stata la prima a indossare un hijab a Miss Minnesota e averlo poi portato anche sulle passerelle di New York, Parigi e Milano, oltre che sulle cover dei magazine di moda di mezzo mondo.

Un’uscita di scena che arriva come conseguenza dei troppi compromessi durante campagne pubblicitarie e sfilate che Halima ha raggiunto sul suo hijab e sulla rappresentazione delle donne musulmane che lo indossano: dal saltare i momenti di preghiera al sostituirlo con delle magliette o all’usarne uno che non le coprisse il petto solo per mostrare una collana. L’annuncio di Halima è arrivato su Instagram con una serie di storie in evidenza nelle quali la modella racconta la sua scelta e la riflessione dalla quale è scaturita. Il suo è prima di tutto un grande mea culpa per aver accettato di mostrarsi in modo diverso da ciò che è al fine di rappresentare per la prima volta le donne musulmane nel teatro della moda che conta, finendo però con lo snaturarsi: “È stato necessario commettere questi errori per poter diventare un simbolo di cui possiate fidarvi. Nessuno prima di me mi ha indicato una via da seguire, quindi gli errori sono una parte del percorso di apprendimento. Ho fatto delle cose giuste, ma non è abbastanza. Dobbiamo avere questa conversazione per cambiare il sistema veramente“.

La sequenza di storie Instagram con le quali Halima Aden ha annunciato il ritiro dalla moda è infatti un susseguirsi di immagini che la ritraggono in eventi, sfilate, campagne, occasioni nelle quali si è mostrata  senza indossare un hijab che la facesse sentire a suo agio e senza riuscire a fermarsi e a rifiutare certe condizioni: “Se avessi proseguito su questa strada avrei finito per rinunciare del tutto al mio hijab”.

L’accusa implicita che Halima invece muove all’industria della moda è quella di non essere veramente inclusiva, ma di voler rappresentare la modest fashion (quella che copre maggiormente il corpo per ragioni religiose) secondo le proprie logiche: “Posso solo biasimarmi per essermi preoccupata di più dell’opportunità che di ciò che c’era veramente in gioco e per essere stata naive e ribelle. Ciò per cui biasimo il settore invece è la mancanza di stiliste musulmane”.

È una sorta di epifania quella che si è ritrovata a vivere Halima Aden, giunta oggi non per caso: la pandemia di Covid-19 le ha permesso di passare molto tempo con sua madre che è sempre stata al suo fianco, ma che da tempo non condivideva la rappresentazione che la figlia stava dando di sé: “Mia madre mi ha detto: ‘Correggi questa cosa. Eri brava e benedetta già prima di fare la modella. Sono stati loro a cercarti. Di che cosa hai paura? Correggi i tuoi errori pubblicamente’. Non mi sono mai sentita più libera e sollevata“. Parole che l’hanno convinta a rivedere la propria posizione e a cambiare completamente il modo di porsi nei confronti dei marchi e dell’industria in generale: “Ho giustificato tantissime cose. Come se fossimo noi ad aver bisogno che questi brand rappresentino le donne che portano l’hijab. Sono loro ad aver bisogno di noi e non il contrario. Ma allora ero così disperatamente alla ricerca di una qualsiasi forma di rappresentazione che ho perso il contato con chi ero davvero”.

Un concetto, quello del perdere se stessa, che torna in diversi punti: “Guardandomi indietro, ho fatto quello che dicevo che non avrei mai fatto. Ovvero compromettere chi sono solo per essere accettata”. O ancora: “Dopo essere stata al mio primo grande red carpet ricordo di aver avuto il desiderio forte di cambiarmi. Ora so che è stato perché ero sola in quel posto. Non ricordo altre persone vestite come me”.

Un addio, dunque, almeno a queste condizioni. Halima lascia infatti aperta la porta per continuare a lavorare con brand che abbiano il reale interesse a vestire donne con hijab. Per passare il messaggio usa una sua foto per la presentazione della collezione Middle East Edition di Max Mara del 2018: “Questo è lo standard per lavorare con me d’ora in poi. Presentatevi correttamente o non presentatevi affatto”.