La storia di Florenskij, tra mistica e martirio

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Pubblichiamo questo racconto di Max Fati, recuperato dal suo profilo Facebook. Ci viene raccontata una figura che, al giorno d’oggi, verrebbe certamente tacciata di “integralismo religioso”, quasi di pazzia. Perché chi pone il Sacro sopra a tutto, chi è disposto all’estremo sacrificio per ricongiungersi all’Unità, “tornare al Padre”, sarà sempre un incompreso da questo mondo moderno. Ma chi, invece, ancora crede nella plastica forza ispiratrice delle storie dei martiri, troverà in Pavel Florenskij un fulgido esempio da perseguire.

(tratto da facebook.com) – PAVEL FLORENSKIJ, GENIO, MISTICO E MARTIRE, di Max Fati

Pavel Aleksandrovic Florenskij è considerato il “Leonardo da Vinci” russo: matematico, fisico, inventore, scienziato, ingegnere elettrotecnico, letterato, filosofo, teologo, storico dell’arte russa, sacerdote e martire cristiano.

Nacque il 9 gennaio 1882 a Evlach in Azerbaigian. Nel 1904 si laureò in matematica e fisica nell’Università di Mosca, ma rinunziò ad una prestigiosa cattedra universitaria per dedicarsi alla filosofia e si iscrisse all’Accademia Teologica di Mosca ove si laureò in 1908. Sposato e padre di cinque figli diventò, poi, sacerdote della Chiesa Ortodossa nel 1911.

Florenskij, mentre si occupava dei suoi doveri pastorali ed all’attività di insegnamento, completò la sua tesi di magistero Sulla Verità spirituale, che fu in seguito ampliata nel più voluminoso testo, La colonna e fondamento della Verità, il magnum opus di Florenskij. Quest’opera altamente originale, che egli dedicò alla Chiesa, combinava la sua conoscenza di teologia, patristica, matematica, scienze, medicina, storia, linguistica e arte. Vide le sue indagini in varie discipline (scienza, teologia, eccetera) come un tentativo di comprendere una singola realtà da tutti i differenti punti di vista – “Che cosa ho fatto per tutta la mia vita?” si chiese – “ho indagato il mondo come un intero, come un singolo quadro e una singola realtà. Ma feci questa indagine in ogni dato momento, o più precisamente in ogni periodo della mia vita, da un particolare angolo o prospettiva. Indagavo le relazioni del mondo sezionandolo in una direzione particolare, su di un piano particolare e mi sforzavo di comprendere la realtà del mondo da questo piano che mi interessava. I piani erano differenti, ma uno non negava l’altro, bensì lo arricchiva. Ciò produceva una perpetua dialettica di pensiero, ‘lo scambio dei piani di osservazione’, mentre allo stesso tempo vedevo il mondo come un tutto unico”.

Anche se Florenskij è ricordato negli ambienti laici come scienziato e nei circoli ecclesiastici come filosofo, non fu la scienza né la teologia che divenne alla fine il centro della sua vita, ma il suo sacerdozio. Quando serviva la Liturgia, era un “celebrante del Divino,” che richiamava la grazia dal cielo, in stato di timore riverenziale di fronte al mistero compiuto nell’Eucaristia. Si immergeva totalmente nei servizi della Chiesa, sapendo che essi sono il diretto incontro della Vita nella Chiesa, piuttosto che un ragionamento astratto che conduce alla Verità. “L’Ortodossia,” disse un giorno, “si manifesta; non si prova”.

L’Accademia Teologica di Mosca fu chiusa dopo la rivoluzione bolscevica e Florenskij fu costretto a insegnare “teoria della prospettiva” in una scuola tecnico-artistica e a lavorare come ingegnere elettrico. Varie importanti scoperte scientifiche furono fatte da lui. Nei saggi da lui pubblicati anticipò lo sviluppo della cibernetica e una delle sue opere, Dielettrica, divenne un libro di testo ufficiale.

Con la rivoluzione bolscevica, le autorità sovietiche iniziarono a perseguitare i sacerdoti cristiani. La persecuzione sfociò, poi, nella distruzione della Chiesa ortodossa e nello sterminio di preti, monaci e monache.

Le autorità statali per le quali Florenskij lavorava, pur apprezzando ed utilizzando il suo lavoro scientifico, pretendevano che egli rinunciasse al sacerdozio. Ma egli, rifiutò e fu tanto ardito da indossare la tonaca, croce pettorale e cappello da prete mentre lavorava nella sua qualità ufficiale di scienziato, presentandosi perfino al Soviet Supremo dell’Economia Nazionale vestito da sacerdote. Camminando senza paura con la sua croce scintillante appesa al collo, tenne lezioni a gruppi di studiosi sovietici e di vecchi professori.

Nel 1933, Florenskij fu condannato a dieci anni di prigionia in gulag. Fu prima mandato in un campo in Siberia, da dove, poiché rifiutava ancora di rinnegare la sua Fede, fu inviato in un campo ancora peggiore sull’isola di Solovki. Prima della rivoluzione, le isole Solovki erano un luogo di grande spiritualità ed ora erano diventate un gulag. Lì c’era stato un famoso monastero al quale Florenskij aveva desiderato da giovane di compiere un pellegrinaggio. Ora, come prigioniero, dovette aver pensato alle sue aspirazioni giovanili, che ora realizzava in un modo differente, soffrendo per Cristo in quel luogo divenuto un gulag.

Alexander Solzhenitsyn, nel libro “Arcipelago Gulag”, lamenta la persecuzione e la morte di Florenskij, dichiarando che egli era “uno dei più notevoli uomini in assoluto tra quelli divorati dall’Arcipelago”.

Pavel Florenskij fu fucilato nel gulag l’8 dicembre 1937 per non essersi piegato all’ateismo bolscevico.

Essendo morto per sostenere la propria Fede, Florenskij è elencato tra i Nuovi Martiri e Confessori russi che sono stati canonizzati nel 1982.

Dopo cinquant’anni di oblio, l’opera letteraria di Florenskij è stata progressivamente riscoperta in Europa ed in Russia. In Italia sono state pubblicate le sue opere fondamentali, da cui egli emerge come un “gigante del pensiero”: La colonna e il fondamento della verità. Saggio di teodicea ortodossa; La mistica e l’anima russa; Le porte regali. Saggio sull’icona; Lo spazio e il tempo nell’arte; Bellezza e liturgia; Il simbolo e la forma. Scritti di filosofia della scienza; Il significato dell’idealismo; Non dimenticarmi. Lettere dal gulag; Ai miei figli. Memorie di giorni passati; Il cuore cherubico.