Nino Benvenuti. Campione. Italiano. Istriano.

349

Una bellissima intervista al campione Nino Benvenuti, che nel pugilato ha scritto la storia con uno stile e un portamento da uomo di veri principi. E, soprattutto, non ha mai smesso di ribadire le sue origini istriane, soprattutto quando qualcuno dimentica le tristi storie delle terre una volta italiane e poi sottratte dai giochi diplomatici

Così, Nino Benvenuti riscatta con un paio di ganci, eleganti ma efficaci, la dignità del popolo esule, dimenticato e vilipeso dai suoi governanti. E ci racconta aneddoti di sport, coraggio, onore e amicizia.


(tratto da quotidiano.net) – NINO BENVENUTI: “IL MIO INCUBO? LA POLIZIA DI TITO”. L’ex pugile: “L’esodo dall’Istria, una ferita mai rimarginata. Rapirono mio fratello, mia madre morì di crepacuore. Certe sere riassaporo il terrore. Il pugilato mi ha adottato. Tutti gli avversari sono diventati amici”, di Massimo Cutò

“È bello da far schifo”, scrivevano i giornali americani quando sbarcò al Madison Square Garden nel 1967 per la prima sfida a Emile Griffith, il nero delle Isole Vergini, campione del mondo dei pesi medi. Pelle bianca, ciuffo sulla fronte, faccia da attore, sorriso spavaldo, alto, elegante, una croce di spalle da far paura: Nino Benvenuti si presentò così, colpendo allo stomaco i rotocalchi, le tv e il pubblico maschile e femminile d’oltreoceano. Più di mezzo secolo dopo è rimasto lo stesso o quasi: sotto i riflettori a ottantadue anni. Le sue mani sono ancora uno spettacolo. Dita lunghe, nodose ma curate, il ferro del mestiere. Una carta geografica di vene e tendini che spiega chi è stato quest’uomo, capace di svegliare alle quattro del mattino mezza Italia che seguì alla radio la sua impresa: la conquista della corona iridata negli Usa, come era riuscito prima solo a Marcel Cerdan, tragico amore di Edith Piaf.

Chi è il pugile?

“Uno che cerca se stesso sul ring. Uno che vuole superare i propri limiti come faceva Maiorca in fondo al mare o Messner in cima alla montagna. La sfida è quella: fai a pugni con un altro da te e guardi in fondo alla tua anima”.

Lei cosa ci ha visto?

“La mia terra, una storia che molti continuano a negare. La storia di un bambino italiano nato nel 1938 a Isola d’Istria e costretto all’esilio con la famiglia. Via la casa, la vigna, l’adolescenza: tutto spazzato via con violenza. Eppure mai dietro le vittorie sul quadrato c’è stata la rabbia e la disperazione di un popolo: gente deportata, gettata viva nelle foibe, fucilata, lasciata marcire nei campi di concentramento jugoslavi”.

Una memoria sempre viva?

“Ho cercato di non smarrirla, per quanto doloroso fosse. Riaffiora in certe sere. Ti ritrovi solo e sale una paura irrazionale”.

Vuole spiegare questo sentimento?

“Il passato non passa, resta lì nella testa e nel cuore. A volte mi sembra che stiano arrivando: Nino scappa, sono quelli dell’OZNA, la polizia politica di Tito viene a prenderti. Un incubo che mi tengo stretto perché senza ricordi non c’è futuro”.

Provi a raccontare che cosa accadde.

“Isola d’Istria odora di acqua salata. È il sole sulla pelle. La nostra era una famiglia benestante, avevamo terra e barche, il vino e il pesce. Vivevamo in una palazzina di fronte al mare: papà Fernando, mamma Dora, i nonni, io, i tre fratelli e mia sorella. Siamo stati costretti a scappare da quel paradiso”.

Come andò?

“Mio fratello Eliano fu rapito e imprigionato dai poliziotti titini, colpevole di essere italiano. È tornato sette mesi dopo, un’ombra smagrita, restò in silenzio per giorni. Mia madre si ammalò per l’angoscia, è morta nel ‘56 di crepacuore: aveva quarantasei anni. Si respirava il terrore delle persecuzioni. Un giorno vidi dalla finestra della cameretta un uomo in divisa sparare alla nostra cagnetta, per puro divertimento”.

Finché fuggiste?

“Riparammo a Trieste dove c’era la pescheria dei nonni. Fu uno strappo lacerante, fisico. Così la mia è diventata in un attimo l’Isola che non c’è. Non potevamo più vivere dove eravamo nati”.

Quanto influì tutto questo sul suo destino di pugile?

“Il ring mi ha adottato. È stata la grande passione, sulle orme di mio padre. Avevamo ricavato una palestra nello scantinato, montando le corde legate a tre colonne: un quadrato triangolare. Bende elastiche a fasciare le mani. I guantoni arrivarono più tardi: facevo trenta chilometri in bici per allenarmi all’Accademia pugilistica triestina”.

Lì cominciò il viaggio?

“Esatto. Titoli nazionali novizi e poi dilettanti. Fino ai Giochi di Roma nel ‘60, il torneo di boxe nella palestra dell’Audace”.

Fu la consacrazione?

“Un titolo mondiale puoi perderlo, nessuno ti toglierà mai la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Avevo annodato ai lacci dello scarpino la fede nuziale di mamma Dora. E ricordo lo sguardo d’orgoglio di papà Fernando nel mio angolo. Avevo realizzato un sogno e l’ho dedicato a loro”.

Fu giudicato miglior pugile del torneo.

“Un onore doppio, visto che il secondo era Cassius Clay: il più grande di sempre, l’incarnazione del boxeur. Un amico”.

È possibile l’amicizia sul ring?

“Quando suona il gong dell’ultimo round i rivali si abbracciano. Hai diviso con l’avversario il dolore e il desiderio di vittoria, qualcosa che rimane finito il match”.

È stato così anche con Mazzinghi? La vostra rivalità ricalcava il dualismo Coppi-Bartali, Mazzola-Rivera.

“Sandro era il mio opposto. Io stilista, lui guerriero: picchiava fortissimo e lo battei due volte. Ma non uscì sconfitto. I nostri combattimenti mi hanno aiutato a tirar fuori il meglio, ad andare oltre la sofferenza. Non ci siamo parlati per mezzo secolo, poi abbiamo fatto pace da lontano. L’ultimo colpo l’ha tirato lui, alla camera ardente di Pontedera: l’ho baciato sulla fronte e stretto forte. L’abbraccio che dovevamo darci tanto tempo prima”.

Lei è andato fino a Santa Fè per reggere la bara di Monzón, che l’aveva costretto al ritiro nel ‘71. Perché l’ha fatto?

“Carlito aveva una forza brutale, sul ring poteva ucciderti. Era un indio argentino forgiato dall’infanzia violenta: per lui combattere era prendere a pugni la vita. Andai a trovarlo in carcere, dopo la condanna per l’omicidio della moglie. Guardai nella sua anima e mi spiegai tante cose”.

Lei ha sottratto alla miseria Griffith, il grande rivale americano. Che legame c’era fra voi?

“Persi la rivincita ma finii in piedi malgrado una costola rotta: un’esperienza drammatica. Uno che ti fa così tanto male diventa tuo fratello, solo i pugili possono capire”.

È per capire che ha passato tre mesi in un lebbrosario indiano?

“Cercavo me stesso, l’uomo dietro il campione. Ho incontrato la malattia e aiutato chi aveva bisogno. Sono stato fortunato”.

Quant’è difficile invecchiare per un uomo come lei?

“Dentro mi sento trent’anni, non ho paura della morte. Sono allenato. Sul ring risolvevo i problemi con il mio sinistro, la vita è stata più difficile però ho poco da rimproverarmi. E ho ancora un desiderio”.

Quale?

“Vorrei che un giorno, quando sarà, le mie ceneri fossero sparse da soscojo. È lo scoglio di Isola d’Istria dove ho imparato a nuotare da bambino”.