SCRIPTA MANENT – 15

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CORPUS HUMO TEGITUR /
FAMA PER ORA VOLAT /
SPIRITUS ASTRA TENET
IL CORPO È COPERTO DALLA TERRA /
LA FAMA VOLA DI BOCCA IN BOCCA /
LO SPIRITO ARRIVA ALLE STELLE
Guido De Giorgio, nel gennaio del 1940, in uno scritto apparso su Diorama filosofico – ora apprezzabile nella raccolta Prospettive della Tradizione curata da Il Cinabro – volto a interpretare, in senso tradizionale, un celebre adagio tratto dall’ab Urbe condita di Tito Livio (2.12: «et facere et pati fortia Romanum est»), enunciava, con la chiarezza dottrinaria che gli era propria, il metodo esegetico che l’interprete della Tradizione deve necessariamente far proprio, al fine di scorgere, nelle fonti, la Verità di ordine universale che in esse si cela: «la Verità si vela e si svela per una sua forza speciale procedente dall’autonomia assoluta di cui gode soprattutto di fronte a chi la formula. Vogliamo dire che scrittori, poeti, uomini politici e uomini comuni spesso dicono grandi e profonde verità di cui ignorano il significato». De Giorgio intendeva con ciò avvertire che l’approccio tradizionale all’interpretazione delle fonti antiche – sia esse manoscritte o epigrafiche, archeologiche o papirologiche – si colloca agli antipodi rispetto all’approccio delle relative discipline moderne: «la Verità è impersonale, autonoma, indipendente dagli uomini, […] essa è d’ordine sacro e divino e[d] […] è veramente la sola cosa che interessi attraverso la labilità delle vicende umane e cosmiche».
Se le relative scienze moderne – quali la filologia, l’epigrafia, l’archeologia, la papirologia – senza nulla togliere all’ambito loro riservato ma anche senza nulla attribuirvi in eccesso, non possono che limitarsi a ricercare nelle fonti, come ad esempio un’epigrafe, la verità d’ordine relativo e contingente, l’approccio tradizionale alle stesse non può altro che tendere a ricercarvi la Verità la quale, essendo essenzialmente una, si riflette in tutto il complesso cosmico-umano, e cioè «nel mondo», in tutti i suoi «vari piani gerarchicamente disposti e unitariamente convergenti come la luce solare che, pur essendo unica, crea luminosità varie secondo gli oggetti, i luoghi in cui si riflette». È questo il metodo esegetico adottato nella lettura delle epigrafi che in questa rubrica offriamo all’attenzione dei nostri lettori.
E abbiamo reputato rammentarlo in questa occasione, prendendo in prestito le autorevoli parole di De Giorgio, perché nell’interpretare il testo epigrafico che oggi proponiamo cercheremo di discostarci, molto più del solito, dal metodo esegetico delle scienze profane. L’epigrafe ci è stata segnalata da una nostra lettrice, affascinata dalla carica evocativa dei verba qui iscritti. Si tratta di un monumento funebre eretto a Roma, all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in onore del cosentino Pietro Paolo Parisio, «cardinale presbitero, insigne giurista celebrato in tutta Italia, Camerlengo di Santa Romana Chiesa, Legato del Concilio di Trento», morto nel 1545. Ebbene, alla base del suddetto monumento è riportata l’epigrafe apprezzabile nella foto che ci è stata trasmessa. In esse, l’occhio tradizionalmente ispirato saprà cogliere la Verità, che probabilmente fu espressa dal suo autore senza intenderla. Nell’elogio funebre che vi è impresso è, infatti, palesemente esplicitata la triade corpo / anima / spirito, a cui si associano altrettanti tre aspetti che sono propri di ciascuna delle tre condizioni corporea, animica e spirituale: la terra per il corpo, la preghiera per l’anima, le stelle per lo spirito. Se per il corpus l’associazione con la terra è di più immediata comprensione, è ad ogni modo sintomatico l’utilizzo del termine humus, piuttosto che quello di terra, che spesso è da intendere anche come «polvere» (Gen. 2.19: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» / «in sudore vultus tui vesceris pane, onec revertaris ad humum, de qua sumptus es, quia pulvis es et in pulverem reverteris»). D’altra parte, la fama – cioè la «reputazione, l’«onore» ma anche la «tradizione» – si alimenta e si innalza se «vola di bocca in bocca», dove il costrutto per ora non può che richiamare, per comune radice etimologica, il verbo orare, «pregare»: la salvezza dell’anima, la «fama» dell’uomo spirato, il «volo» dell’anima, non possono che dipendere sia dai suffragi celebrati attraverso la «bocca» dei viventi, sia dalle benedizioni espresse in vita dalla «bocca» del defunto stesso (Luca 1.64: «All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio» / «Apertum est autem ilico os eius et lingua eius, et loquebatur benedicens Deum»). Infine, lo spiritus che torna alle stelle: ad astra qui s’intende soprattutto «immortalità», «cielo», «altezze». Lo spirito raggiunge l’immortalità se è stato in vita ad essa rivolto (tenere è sia «raggiungere» ma anche «rivolgere»: Virgilio, Eneide 5.853 «volgeva gli occhi al cielo» / «oculos sub astra tenebat»). Dell’avvenuto ritorno all’«alto dei cieli» le stelle sono, nel firmamento, immagine e simbolo (Giobbe 22.12: «Ma Dio non è nell’alto dei cieli? Guarda quanto è lontano il vertice delle stelle!» / «Nonne Deus excelsior caelo? Et inspice stellarum verticem: quam sublimis!»).